Dalla rassegna stampa

E' morto Mike Nichols, un autore che ha portato le tematiche gay nel mainstream

Con opere come “Piume di struzzo” e “Angels in America” ha avvicinato il grande pubblico alle nostre problematiche


Una immagine recente di Mike Nichols

Se ne è andato, a 83 anni, per arresto cardiaco, Mike Nichols, uno dei pochi registi ad avere stravinto in tutti i maggiori premi, Emmy, Grammy, Oscar e Tony. Sebbene abbia diretto solo 22 film, ben cinque sono presenti nel nostro database, a dimostrazione di quanto sia stato un autore gayfriendly, in anni in cui la cosa non era certo un vanto. Coi suoi film ha sicuramente contribuito all’accettazione dell’omosessualità, portando le nostre tematiche nel mainstream.

Nel 1983 diresse “Silkwood“, sul purtroppo sempre attuale tema del cancro per amianto, dove inserisce uno splendido personaggio lesbico, Dolly Pelliker, interpretato da Cher, che dimostrava, col un viso triste e provato, le difficoltà di vivere un rapporto omosessuale in quegli anni. Dolly vive apertamente il suo essere lesbica e viene accettata con affetto e simpatia dalla protagonista. Deve invece affrontare una storia d’amore con una donna che ha paura della sua omosessualità. In poche scene e con personaggi ben definiti viene presentata con partecipazione tutta la problematica gay del tempo.

Nel 1988 dirige “Frenesie… Militari” (Biloxi Blues), con sceneggiatura di Neil Simon, un’opera antimilitarista, che ci presenta due aspetti dell’omosessualità nell’esercito, quello brutale che vede l’immediata cacciata di un soldato scoperto nei cessi insieme ad un altro, e quello della comprensione e solidarietà quando il protagonista Eugene pensa che l’amico Epstein sia gay e tiene nascosta la cosa. Tremendo il contrasto, nell’esercito, tra la condanna dell’omosessualità e la permessività su reati ben più gravi.

Nel 1996 firma “Piume di struzzo“, il rifacimento americano del Vizietto, con Robin Williams, Nathan Lane (attore gay dichiarato) e Gene Hackman. Anche negli USA il film fu accusato, dal movimento gay, di perpetrare gli stereotipi gay, senza valutare il fatto che per la prima volta dei protagonisti omosessuali venivano presentati ad un vasto pubblico che finiva per amarli e comprenderli.

Nel 1998, con “I colori della vittoria” (Primary Colors) riporta in auge John Travolta in una feroce critica della politica (progressista) americana, analizzata attraverso la campagna presidenziale del candidato Jack Stanton, goveratore di uno Stato del sud. Anticipando le tematiche di serie contemporanee come “Scandal“, inserisce tra lo staff del candidato, Libby (una bravissima Kathy Bates), una donna matura, dichiaratamente omosessuale, fanaticamente legata alla causa e decisa a risolvere ogni problema.

Nel 2003 dirige una delle primissime serie tv di altissima qualità, “Angels in America“, aprendo le porte a diverse altre che verranno in seguito, richiamando sul piccolo schermo attori di grandissimo prestigio. Il film (possiamo tranquillamente chiamarlo così, nonostante le sei ore di durata) ha protagonisti eccellenti, come Al Pacino, Meryl Streep, Emma Thompson (ognuna, di queste ultime due, in tre ruoli diversi), Mary-Louise Parker, e lancia il bravissimo e attivissimo Patrick Wilson. Vincitore di ben 11 Emmy e 5 Golden Glob, il film è una pietra miliare del cinema gay. Intorno al tema dominante dell’Aids e del potere, quasi tutte le problematiche gay contemporanee, dall’omosessualità velata, al coming out, all’amore gay, ecc. presentate con potenza ed immaginazioni oniriche indimenticabili.


Nichols mentre dirige “Il Laureato” (1967)

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