Accedi
LIBRI
  • La Repubblica

“In Italia c’è il mio paradiso perduto”

... Ho scritto Chiamami con il tuo nome non per raccontare un rapporto gay ma per vivere con la testa in una città di mare italiana...

DIVISO tra il paradiso perduto – l’Egitto da cui scappare al tempo di Nasser – e il tempo perduto alla Proust di cui è sommo esperto, André Aciman ama l’Italia. È stata l’altra culla. L’insperata patria capace di sostenere lo splendore di un’infanzia spezzata raccontata da grande scrittore in Ultima notte ad Alessandria. La possibilità di sopravvivere all’emarginazione dell’identità e della memoria. Aciman ne ha uno sguardo vivido, non politico ma sensoriale, conosce bene il paese. Vi ha vissuto. Va e torna per ritrovarlo, quasi un pretesto la presentazione dei suoi libri.

Per l’ultimo, Harvard Square (uscito sempre da Guanda), è rimasto due mesi.

L’Italia è una presenza familiare per lei. Che posto occupa nel suo immaginario segreto?

«All’inizio l’ho odiata. Da Alessandria siamo arrivati a Siracusa in nave, in seconda classe. Non eravamo abituati, mio padre era stato un uomo molto ricco. Dopo, ci hanno portato al campo profughi a Napoli, ma solo per un giorno, il tempo che uno zio ci accompagnasse a Roma. Ho cominciato ad amare il paese grazie agli occhi degli altri, rivedendo a Parigi, dove viveva mio padre, il film Il Gattopardo.

Tomasi e Visconti raccontavano una Sicilia fantastica e un’Italia immaginata, c’era quel lusso della decadenza, quella caduta di un vecchio mondo che avevo già vissuto nel mio Egitto. È stato così che tra i palazzi barocchi di Roma mi sono sentito a mio agio come ad Alessandria. Tre anni dopo, siamo partiti per gli Stati Uniti, là c’era la sorella di mia madre. Un altro strappo, un altro mondo ancora. I veri paradisi, dice Proust, sono quelli che si sono persi».

Ma il nostro paese non è stato un paradiso perduto, piuttosto un Eden ritrovato, una promessa che si mantiene.

«Si, c’è sempre quella sensazione di un incontro con il Tempo, non perché le città trasudino secoli e secoli di bellezza, ma perché so che il tempo del mio soggiorno fatato verrà perduto. Le piccole oasi di mare come Bordighera o Ortigia riportano il bagliore dell’acqua levantina di Alessandria. A Roma riconosco l’odore della città, quello dello stucco dei palazzi, il gesso rinchiuso che si libera, ma che si sgretola anche. Torno sempre nel cortile in cui l’ho sentito per la prima volta, via delle Quattro Fontane, non posso permettermi di perderlo. È l’odore metaforico della mia adolescenza».

Un odore assai diverso da quello di New York, la città dove vive….

«Tra poco tornerò a casa. E so già che passeggiando a Madison, dall’una alle tre del pomeriggio, quando una parte della strada è illuminata dal sole e l’altra è imprigionata dall’ombra, vivrò un’esperienza metafisica. Camminando lungo il marciapiede soleggiato, tra la 63 e la 68esima e dopo una piccola salita, sarò trasportato in Italia. A destra c’è Central Park e Manhattan. Ma io vedo Porta Pinciana invece, la luce dietro le mura Aureliane, davanti i platani sacri di villa Borghese. L’Italia mi dà sollievo, non solo nostalgia. Il lago Michigan mi fa pensare a Napoli. C’è una scogliera ed è tale e quale la Costiera».

Certi luoghi sono dentro di noi, vero?

«È così. Ho scritto Chiamami con il tuo nome non per raccontare un rapporto gay ma per vivere con la testa in una città di mare italiana. Nell’estate del 2005 non potevamo andare in vacanza in Italia come sempre. Il libro ha riempito il vuoto di una nostalgia».

La nostalgia di un posto, ancora una volta. Che valore ha il senso della memoria?

«Ho un grandissimo passato, non lo trascuro, non lo tralascio. Lo covo. È l’atto di rimembrare a comunicarmi un piacere estetico, non il ricordo in sé. Cos’è la memoria? Non lo so. Forse è la persona che portiamo dentro di noi e in questo senso gli scritti di Giacomo Leopardi mi hanno molto segnato. Ma l’Italia non mi ha marchiato. Ha fatto di più».

Si avverte la sensazione che sia stata un sigillo.

«Sa cosa mi ha spinto a scrivere Ultima notte ad Alessandria ? Sono stati due libri, Memorie di un antisemita di Gregor von Rezzori e soprattutto Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Ho amato così tanto la sua voce. C’è qualcosa di molto malizioso nel suo modo di essere affettuosa. “Devo trovare dentro di me una voce simile alla sua” mi sono detto, frastornato dalla magia del libro. È stato così che ho trovato il coraggio di scrivere la mia storia. Dopo è scaturita come il sangue da una ferita».

Ha ritrovato quella voce e quel modo in questi due mesi trascorsi in Italia?

«Tutti dicono di essere poveri e che le cose vanno molto male. Ci credo. Ma non lo vedo. La gente sorride. I padri sono molto gentili con i loro figli. Ho attraversato tante Italie, dal Nord al Sud, Mantova, Pescara, Padova che mi ha affascinato, Venezia che detesto, è fosca, chiusa, socchiusa, e ho ascoltato il dolore per la mancanza di un lavoro, di una casa, di una carriera. Parlo con molti giovani, incontro gente che ha difficoltà. Ma l’Italia è una nazione sorridente. Voi non lo sapete, eppure è così».

È difficile intercettare il sorriso di cui parla, i problemi sono tanti e molto gravi. C’è un imbarbarimento culturale e umano.

«Lo intercettavo di più dieci anni fa. Allora l’italiano era lo specchio del francese degli anni Sessanta, spavaldo, superbo, aggressivo. Ora la tendenza è cambiata, la crisi è molto seria, certo. Sarà maschera o illusione, ma sento più felicità che altrove ».

Anche nella complicata quotidianità italiana?

«C’è qualcosa che mi dà infinitamente fastidio: l’incapacità di essere impersonali. Negli Stati Uniti c’è professionalità, fredda cordialità. In Italia spunta sempre un fattore emozionale. Poi, come in Francia, sento un profondo disagio nel dire che sono ebreo, una remora perpetua. Di fondo credo tutti siano antisemiti, prima o poi scappa sempre un commento infelice ».

Spesso nei comportamenti italiani affiora una scheggia emozionale.

«Ho l’abitudine di fare lunghissime camminate, esplorazioni senza fine come quelle del promeneur solitaire di Jean-Jacques Rousseau, perdersi tra rovine antiche e macerie del cuore, guardare gli occhi delle persone. C’è quasi sempre disponibilità, apertura al coinvolgimento. A volte colgo espressioni femminili introvabili altrove, la promessa della passione e dell’affetto passionale. Mi ha sempre turbato la sterilità dello sguardo delle americane anche quando sono delle dee. Da voi non c’è solo sessualità ma possibilità di condivisione, la sollecitudine a riconoscerti come essere umano. Basta questo a mantenerti in vita».

In tutto questo non c’è una mitologia della lontananza?

«La lontananza. Credo di non capirla a fondo perché riesco a destrutturare la realtà e a ricostruirla nella mente. Faccio, e forse vivo, di sbieco».

Le è mai successo qualcosa di prodigioso in Italia?

«Io sono ebreo, ricorda? Non credo ai miracoli».