Dalla rassegna stampa Libri

COSÌ FORSTER PASSÒ DAVVERO IN INDIA

…Tranne che per loro, aveva un segreto, l’omosessualità, su cui si arrovellò in un’epoca in cui era ancora un reato (si ricordava la condanna subita da Wilde poco prima)…

Come scrittore, Edward Morgan Forster sboccia fra la fine dell’era vittoriana e l’inizio del Novecento, con romanzi di un certo successo su inglesi disorientati in Italia o famiglie borghesi dai rapporti tesi. Viveva con la madre grazie a un lascito di una prozia, era uno degli Apostoli di Cambridge e quindi si intersecava col gruppo di Bloomsbury, fra imbarazzi e incertezze sulla propria vocazione.
Tranne che per loro, aveva un segreto, l’omosessualità, su cui si arrovellò in un’epoca in cui era ancora un reato (si ricordava la condanna subita da Wilde poco prima) e che accettò solo nel Novecento avanzato con relazioni discrete, la più lunga con un uomo sposato, incoraggiato anche dall’aperta sfida dei più giovani come Auden e Isherwood (col quale ebbe una lunga corrispondenza da poco edita in Italia da Archinto).
Anche per questo E. M. Forster era attratto dall’Oriente, l’Egitto, l’India, che offrivano maggiore libertà o suggestioni. Visitò l’India a lungo senza grandi spese, come capitava a chi fosse della casta imperiale; vi fece un’esperienza semigrottesca come segretario di un maragià (terribile una sua fotografia al riguardo), vi perseguì i suoi primi amori fisicamente non corrisposti e vi ambientò il suo capolavoro, Passaggio in India , uscito nel 1924 dopo lunga gestazione, che lo rese ricco e famoso.
Su questi suoi aspetti, il sudafricano Damon Galgut, noto anche da noi per altre sue opere, intreccia un romanzo di tutto rispetto, Estate artica (traduzione di Fabio Pedone, edizioni e/o, pagine 361, e 19,50, il titolo è ripreso da Forster), con personaggi che hanno nomi, cognomi e particolari reali, intriso delle loro stesse parole e di una realtà immaginata, sì, ma su basi autentiche. Si legge non dico d’un fiato, ma con attenta curiosità su dove ci porterà, visto che di Forster ormai si sa quasi tutto.
Presto detto. Al centro di Passaggio in India c’è un grande mistero: il trauma, l’assalto e la possibile violenza subiti nella caverne di Marabar dalla bendisposta ma inadeguata visitatrice inglese, Adela Quested, che scatena un memorabile processo, in cui esplodono tutte le tensioni di un’India ribollente di contraddizioni. Forster accettò alla fine di mantenere irrisolto quel mistero. Ebbene, nel romanzo di Galgut, esattamente a questo portano la sua vita, le sue precedenti esperienze e i traumi accumulati fino alla loro cruciale trasposizione in un libro che riflette il suo mistero, componenti e connotazioni anche autobiografiche di tragedia sfiorata.
Fu il suo ultimo romanzo ( Maurice , quello a tema omosessuale a cui lavorò tutta la vita, uscì postumo) e dopo quel successo Forster visse per altri 45 anni come uno scrittore, è stato detto, la cui reputazione cresceva con ogni libro che non scriveva. Dal di fuori, una vita esternamente non vissuta, di timidezza, reticenza, marginalità, ma invece vissuta negli echi e nelle tensioni dell’animo, una sorta di preparazione sofferta alla creazione dall’intimo.
Come gran parte di quelli di Bloomsbury, Forster forse avrebbe suscitato non gran simpatia, anzi qualche fastidio, a conoscerlo di persona: ma a leggerlo ripaga, come ripaga questa ricostruzione romanzesca — proprio perché tutto, nel suo capolavoro come nella sua vita, rimane sospeso.

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