Dalla rassegna stampa Cinema

Le stelle di Mereghetti

Leopardi il ribelle – Fuga del poeta dai genitori oppressivi: Germano in un’intensa prova d’attore

Fare un film su Giacomo Leopardi è come camminare su un crinale friabile e scivoloso. A ogni passo si rischia di cadere nello schematismo, nell’enfasi gratuita o, peggio, in una logica voyeuristica da «buco della serratura». Mentre sulla testa incombe la slavina del nozionismo scolastico, con i suoi luoghi comuni. Diciamo subito che, con Il giovane favoloso — accolto in sala da dieci minuti di applausi —, Martone ha saputo evitare tutte queste trappole per restituirci un Leopardi veritiero (i dialoghi citano spessissimo le lettere scritte e ricevute) e insieme capace di andare al cuore della sua riflessione poetica e filosofica mentre il film segue un suo percorso interiore di liberazione dalle «catene» della famiglia e dalle convenzioni della società per riappropriarsi della propria vita e di un rigenerante legame con la natura.
La prima parte del film ricostruisce l’educazione familiare, sotto la guida severa del padre Monaldo (Massimo Popolizio), a Recanati, dove Giacomo (Elio Germano) passò «sette anni di studio matto e disperatissimo» insieme al fratello Carlo (Edoardo Natoli) e alla sorella Paolina (Isabella Ragonese): la biblioteca paterna ricca di diecimila volumi, che a volte assomiglia a una prigione; l’inizio delle malattie ossee che gli deformeranno l’aspetto; i primi riconoscimenti letterari, come filologo e come poeta, soprattutto da parte dello scrittore di idee liberali Pietro Giordani (Valerio Binasco); i vani tentativi di lasciare la casa paterna, nonostante l’intercessione dello zio Antici (Paolo Graziosi); le prime, celeberrime poesie («La sera del dì di festa», «L’infinito»).
Dieci anni dopo, nel 1830, lo troviamo a Firenze, legato all’amico Antonio Ranieri (Michele Riondino), apprezzato nei salotti mondani ma guardato con sospetto da quell’intellighenzia che lo vorrebbe più partigiano per le idee liberali e meno malinconico e pessimista. Vive l’ennesima delusione d’amore per la nobildonna Fanny Targioni Tozzetti (Anna Mouglalis) e poi si trasferisce nella città natale di Ranieri, Napoli. Qui, dal 1833, accudito dalla sorella di Ranieri, Paolina (Federica De Cola), vivrà gli ultimi anni della sua vita, i più liberi e «spensierati» nonostante l’aggravarsi della scoliosi: a contatto con il popolo minuto, rinfrancato dal sole mediterraneo, affascinato dalle antichità romane e dalla forza della natura, capace di darci un ultimo capolavoro come «La ginestra».
Tutta questa materia è raccontata da Martone, che firma la sceneggiatura con Ippolita di Majo, in sottotono, senza voler sottolineare nessun episodio o significato in particolare, ma disegnando l’animo irrequieto di un giovane alle prese con le «gabbie» da cui vuole fuggire. Unica vera libertà il dissonante accompagnamento musicale di Sascha Ring, oltre all’episodio inventato dell’incontro col femminiello nel bordello «felliniano» di Napoli.
Per il resto, la ribellione di Leopardi è fatta di piccoli passi, di un appunto lasciato alle pagine dello Zibaldone , di uno sguardo dalla finestra (verso quella vita che sembra sfuggirgli), di una poesia che fa risuonare la sua sensibilità, accennando a molti accadimenti biografici (chi volesse ritrovarli può leggerne con profitto la vita e le lettere curate da Nico Naldini per Garzanti). E se qualche volta la messa in scena sceglie di mettere l’accento su un elemento, lo fa attraverso la straordinaria fotografia di Renato Berta, capace di sottolineare con la luce i chiaroscuri di un’anima o l’emozione di un paesaggio.
Allo stesso modo la recitazione del cast sceglie un verismo mai troppo sottolineato, a volte giustamente ieratico (Graziosi, Popolizio, la madre affidata a Raffaella Giordano), altre volte più mimetico (Mouglalis, Riondino e tutti gli altri) su cui spicca la prova di Elio Germano, alle prese con un personaggio le cui poesie e le cui deformazione rischiavano di innescare il pilota automatico delle reminiscenze scolastiche, e che invece mostra sullo schermo una misura invidiabile, mai troppo enfatica nella dizione né troppo marcata nell’incedere, capace anche attraverso i toni della voce e le pose delle azioni di restituirci un po’ di verità.

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