Dalla rassegna stampa Cinema

«Il bel Ranieri, un amico fedele alter ego dell’infelice Giacomo»

… Per sette anni Giacomo ha vissuto con quell’uomo più giovane infischiandosene delle maldicenze». Si dice di un rapporto omosessuale…

Il regista e i suoi personaggi. «Fanny, libera e spregiudicata»

VENEZIA — È stato il Mozart della poesia. «Le affinità sono tante. Familiari, caratteriali, di destino», conferma Mario Martone, innamorato di Leopardi al punto di confrontarsi con lui in teatro e al cinema. In scena con le Operette morali , sullo schermo con Il giovane favoloso . «Amadeus e Giacomo. Geni ribelli. Talenti precocissimi alimentati da padri autoritari, adorati dalle sorelle. Entrambi inadatti alla vita, scomparsi prima dei 40 anni, Amadeus a 35, Giacomo a 39. Morti di morbi oscuri come oscura è la loro sepoltura. Fossa comune per Mozart e forse anche per Leopardi. La tomba ufficiale è a Posillipo, ma l’identità dei resti non è certa».
Giovani irrequieti e ardenti. Giovani contro. Un Leopardi capovolto, come nel manifesto del film. Magari con il pugno alzato, come Elio Germano al Lido. «Fu un rivoluzionario — sostiene l’attore —. Uno che dice: “Nella mia vita mai chinerò la testa verso persona alcuna” è un vivido esempio per tempi rassegnati come i nostri».
Audace e anticonformista anche nel privato. «Il suo legame con Antonio Ranieri, patriota napoletano, era certo fuori da ogni convenzione del tempo — assicura il regista —. Per sette anni Giacomo ha vissuto con quell’uomo più giovane infischiandosene delle maldicenze». Si dice di un rapporto omosessuale. «Mi sono imposto di stare alle carte — frena Martone — di non forzare nulla e lasciare margini al mistero e all’immaginazione. Di certo Ranieri è stato l’alter ego di Giacomo. Tra loro fu amicizia affettuosissima».
«Leopardi è morto casto, scrive nelle sue memorie Ranieri, forse per sventare ogni sospetto — interviene Michele Riondino che gli presta il fisico aitante —. In realtà credo che a unirli sia stata proprio la loro diversità. Uno bello e sano, l’altro debole e sgraziato, Leopardi nato tra i libri, Antonio in una famiglia ricca ma povera di cultura. Due persone complementari. Hanno diviso tutto, anche il corpo di una donna».
La bella e spregiudicata Fanny Targioni Tozzetti, celebrata da Leopardi come Aspasia. «Una donna libera e stravagante», la definisce Anna Mouglalis che le presta il fascino bruno. «Un amour à trois che li unì anche di più — aggiunge Martone —. Ben sapendo di non avere chanches , Giacomo spinse Ranieri nelle braccia di Fanny e, come Cyrano, la amò per interposta persona».
Un corpo d’amore. Forse l’unico possibile per Giacomo. L’altro che si vede nel film, di un femminiello che gli si offre nel lupanare dove lo spinge Ranieri, fa fuggire il poeta a gambe levate. «L’educazione familiare è stata una gabbia terribile per lui — ricorda Martone autore con Ippolita Di Majo della sceneggiatura pubblicata da Electa —. La madre Adelaide era tremenda. Anaffettiva, rigida, bigotta». Fin grata a Dio per la deformità del figlio.
E Monaldo? «Un padre enorme, legato a Giacomo da amore, gelosia e possesso. Orgoglioso di quel suo primogenito così dotato, si dedicò a lui mettendogli a disposizione i volumi della biblioteca di casa. Spazio di libertà e insieme prigione». «Il loro era un rapporto complice — aggiunge Massimo Popolizio che lo interpreta —. Monaldo era capace di quei gesti “materni” negati da Adelaide, gli tagliava la carne, lo aiutava a fare pipì. Lo stato nervoso di Giacomo gli impediva persino quello».
Solo uno dei tanti mali. «Soffriva del morbo di Pott — svela Martone —. Una tubercolosi ossea che gli rattrappiva gli arti e gli deformava la spina dorsale. Aveva problemi al cuore e agli occhi, febbri e stanchezza continue. Una salute così precaria da renderlo inadatto a ogni attività. I suoi, sperando si facesse prete, gli fecero indossare fino alla maggiore età una tonaca nera».
Amorosissimo invece il rapporto con le due Paoline, una sua sorella (Isabella Ragonese) l’altra sorella di Ranieri (Federica De Cola). Infine Silvia, la fanciulla della finestra di fronte, quella Teresa Fattorini morta a 21 anni, cui Leopardi dedicò una delle sue più celebri poesie. «Non riuscivo a trovare il volto giusto — racconta Martone —. E’ stato il direttore della fotografia Renato Berta a notare in un ristorante di Recanati una ragazza che serviva ai tavoli. Appena l’ho vista ho capito che Silvia era lei. Una bellezza antica, nata nello stesso “borgo selvaggio” del poeta. A Giacomo sarebbe piaciuta».
Giuseppina Manin


da La Repubblica

Leopardi il sogno di filmare la poesia

CURZIO MALTESE

Martone ha risolto l’enigma con il racconto di un’anima in conflitto con l’epoca, il proprio mondo e perfino il proprio corpo

QUANDO Mario Martone ha cominciato a parlarci del progetto di un film sulla vita di Giacomo Leopardi, a tutti è venuta in mente la stessa domanda. L’unico però ad avere il coraggio (e l’autorità) di formularla apertamente è stato il grande e a volte ruvido Bernardo Bertolucci: «Mario, ma come puoi pensare di filmare la Poesia?». Filmare per giunta la poesia infinita, quella che prescinde da qualsiasi limite di epoca, luogo, biografia, e dunque tanto più dall’Italietta reazionaria e provinciale della Restaurazione, dal piccolo fascino del borgo recanatese, dall’infelice vita e povera di eventi di Giacomo Leopardi. Tutte le cose concrete, visibili, che una macchina da presa, sia pure guidata con talento e sostenuta da una bella sceneggiatura, può trasformare in immagini per colpire un pubblico chiuso in una sala.
L’OSSESSIONE di Martone per Leopardi sembrava il sogno impossibile di un artista del cinema da troppo tempo auto esiliato nell’Ottocento, in una specie estrema di metodo Stanislavski applicato a se stesso. Come il grande regista russo obbligava i suoi attori a vestire panni dell’epoca di Oblomov anche fuori dalla scena, così Mario Martone da anni vive immerso in libri, documenti, costumi, palazzi, ambienti, pitture e sculture dell’Ottocento italiano. Tutto è cominciato con la scrittura di Noi credevamo, insieme a Giancarlo De Cataldo, potente anti storia del Risorgimento e dunque con la bellissima riduzione teatrale delle Operette Morali . Ma il racconto cinematografico delle trame del Risorgimento e dei conflitti fra le poderose figure di Mazzini, Garibaldi, Crispi o Poerio, era una passeggiata rispetto all’ambizione di rendere per immagini il sublime potendo contare su pochi fatti, un paio di fughe avventurose, la fallita corsa alla gloria, più un coro di personaggi intorno a Leopardi poco indagati e all’apparenza troppo deboli.
Martone ha risolto l’enigma con il racconto di un’anima in conflitto con l’epoca, il proprio mondo e perfino il proprio corpo. Ne è scaturito un film bellissimo, uno dei più straordinari e originali di Martone, una storia che ne contiene molte altre. C’è la vicenda familiare di Leopardi, l’affetto per i fratelli, l’algido rapporto con la madre e il conflitto amoroso con un padre, Monaldo, ridotto spesso a macchietta reazionaria dalle letture scolastiche, e al quale invece un’interpretazione magistrale di Massimo Popolizio restituisce tutta la sua complessità.
C’è la storia vivissima ancora oggi di un giovane favoloso d’immenso talento e coraggio intellettuale condannato a vivere in un’Italia che era ed è ancora un paese tagliato su misura per vecchi, conformisti e mediocri. C’è ancora la parabola di un’anima che tanto più si libera e giganteggia, quanto più il corpo si rattrappisce fino a diventare minuscolo. Leopardi soffriva, come un secolo più tardi il suo gemello politico di anticonformismo, Antonio Gramsci, del terribile morbo di Pott. E ancora Il giovane favoloso narra di un’Italia ottocentesca che attraverso un meraviglioso paradosso spazio-temporale, senza bisogno di effetti speciali e macchine del tempo alla moda, illustra bene il Paese di ora, la sua borghesia indolente e codina, le classi dirigenti corrotte e provinciali, il popolino ignorante e primitivo. Una società soffocante dalla quale Leopardi non riuscirà mai a fuggire, nonostante la vita randagia e disperata da Recanati a Firenze a Roma alla terribile e meravigliosa Napoli degli ultimi giorni, sovrastata dall’ombra del Vesuvio, simbolo dell’approdo finale verso la spaventosa Natura.
Alla forza del cinema di Martone e della scrittura di Ippolita di Majo si somma la prova di uno dei nostri attori più grandi, Elio Germano, che riesce a far ascoltare l’assoluta poesia dell’ Infinito e della Ginestra come soltanto il miglior Carmelo Bene di tanti anni fa. Il film presentato a Venezia andrà anche a Toronto, dov’è molto atteso. Per il cinema italiano prosegue la grande bellezza. All’uscita dalla prima proiezione privata, per pochissimi amici, Bernardo Bertolucci si era alla fine dato da solo la risposta: «Ecco, così si filma la poesia ».

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Dieci minuti di applausi per “Il giovane favoloso”, in gara, che racconta in modo nuovo l’artista di Recanati. Con un grande protagonista

Addio al Leopardi del liceo Martone riaccende il poeta

PAOLO D’AGOSTINI

VENEZIA – DOPO la felice fatica risorgimentale di Noi credevamo , Mario Martone ha scelto un’impresa ancora più difficile. Con Il giovane favoloso ( che splendido titolo) ha inteso raccontare la vita e il mondo interiore del nostro massimo poeta, Giacomo Leopardi, senza la pretesa di una pedissequa e didascalica biografia. Ma selezionando (molto creativamente), ha centrato l’obiettivo. Tanto che il film è stato accolto con dieci minuti di applausi alla proiezione serale per il pubblico. Due momenti: la prima giovinezza a Recanati e poi la fuga per Firenze e, via Roma, per Napoli dove concluderà a 39 anni la sua breve vita sofferente. Sofferente ma consumata dal fuoco della passione, del desiderio e dell’avidità di vita. Il racconto si snoda intrecciando la personalità di Giacomo ad alcuni personaggi cardine. Il padre conte Monaldo (Popolizio sempre più bravo nel cogliere la diversità delle corde cinematografiche da quelle teatrali) che non è quel tiranno insensibile che la vulgata scolastica ci ha insegnato. Nutre per Giacomo, ricambiato, un amore protettivo e soffocante. Poi la relazione con Pietro Giordani (Valerio Binasco), intellettuale liberale, che si scomoda per andare a conoscere il giovanissimo prodigio. Provocando la diffidenza di Monaldo che vi riconosce un incoraggiamento a sviluppare quel seme di ribellione che sa quanto covi nell’animo malgrado la fragilità fisica del figlio, e che ad ogni costo intende contrastare.
Dunque, dopo una prima fuga frustrata, via con Ranieri (ottimo Michele Riondino) fino alla sua Napoli.
L’intimità tra i due è commovente. Ranieri, di bell’aspetto e pieno di donne, tra le quali Fanny Targioni Tozzetti che procurerà a Giacomo (invaghito) una bruciante umiliazione, nutre per Giacomo una devozione illimitata. Calibrate le letture o le declamazioni di opere. L’infinito irrompe, concludendo il primo segmento, su uno scenario che evoca quello che può essere stato il processo di elaborazione del poeta a proposito dell’ Ermo Colle e del molto odiato ma anche amato Natìo Borgo Selvaggio . Non moltissimo altro. La sera del dì di festa.
Un riferimento al Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggere . La materializzazione della figura ispiratrice di Silvia. Per finire strepitosamente con il testamento poetico della Ginestra sotto il fuoco implacabile dell’eruzione vesuviana e l’incalzare del colera.
Il Leopardi cesellato da Elio Germano (sfida titanica quella di evitare i trappoloni della caricatura del poeta storpio e sfigato) è un uomo che sa di essere dotato di qualità speciali, e non disdegna fame di affermazione. Ed è anche, e soprattutto a dispetto delle spietate limitazioni impostegli dalla natura — la banale spiegazione del suo disperato pessimismo, quello che la società letteraria, dapprima osannante poi sempre più isolandolo, gli rimprovera — un vulcano di vitalità anche nei feroci sarcasmi o nelle ghiottonerie o nell’innamoramento per Rossini. Un fuoco che arde senza posa in cerca di aria libera (“ho bisogno di entusiasmo fuoco vita”), pronto a cogliere e ad auspicare ogni segnale di rottura (“il vero consiste nel dubbio”) di vecchi equilibri, tanto artistici che in senso lato politici e sociali. La tempra dei rari grandi solitari profeti, per nulla compiaciuta di infelicità e tetraggine, espressa senza retorica né magniloquenza. Un film “pesante”? Può darsi, ma come prezioso antidoto a una leggerezza drogata, pigra e irresponsabile. E comunque fonte di grandi e forti emozioni.

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Elio Germano: “La prova più dura? Recitare L’Infinito”

ARIANNA FINOS

VENEZIA – IL FILM su Leopardi non sarebbe stato possibile senza il giovane favoloso Elio Germano. Prende il caffè seduto al bar dell’Hotel Excelsior prima che tutto inizi, cita il Gary Oldman di Léon: «Amo questi momenti di calma prima della tempesta». Il giovane favoloso farà il pieno di applausi, ma lui ancora non lo sa: «Mi aspetto sempre di tutto, anche il lancio della frutta in conferenza stampa. Non vengo per ricevere consensi. L’attore è solo la materia prima di un piatto cucinato da altri. Il lavoro finisce quando si chiude il set, il resto appartiene al regista».
Avete girato a Recanati, nella vera casa di Leopardi.
«E’ stato un set complicato. Come attore ti può capitare di cadere nella storia che racconti: a un certo punto per gli abitanti di Recanati ero diventato Giacomo, con quel rapporto di canzonatura che mi ha aiutato a provare un minimo, per metafora, quel che aveva vissuto lui. Durante la scena in cui Leopardi è alla scrivania alla finestra, fuori la piazza era gremita e i turisti con la macchina fotografica si stupivano di questo tizio vestito da Leopardi che s’affacciava alla finestra. Surreale. Fai un film su un tema altissimo, poi ti ritrovi con difficoltà molto pragmatiche: fendere la folla dei turisti con il costume di scena e la gobba, recitare a voce alta per coprire il rumore del traffico».
I ricordi migliori?
«Mi emoziona l’aver dormito nel letto di Giacomino, avere usato la sua scrivania. L’ultimo a sdraiarsi in quel letto, ci hanno raccontato gli eredi, era stato Carmelo Bene. Arrivava di notte e declamava loro poesie fino all’alba. Il momento più prezioso del film sono stati i quattro mesi di preparazione, insieme a Mario Martone. Attraversare i testi e avvicinarsi alla persona, anche leggendo le lettere di altri che parlano del suo carattere. Anche se non avesse scritto niente sarebbe stato straordinario per un attore da interpretare per la sua ricchezza, la contraddittorietà: era freddo e caldissimo, timido e violento, Esplosivo. Fisicamente impossibilitato, ma con una forza vitale e un’energia enormi. Studiarlo è stato un lusso e una lezione sulla complessità: Leopardi era uno scienziato dell’anima, di tutti i meccanismi dell’essere umano. La sua immaginazione lo portava lontano, senza i limiti del suo corpo provato sarebbe volato via come una mongolfiera».
Martone lo dipinge come un ribelle, lo accosta a Kurt Cobain.
«Leopardi diceva spesso: “io vivrò per non chinarmi mai innanzi a nessuno, vivrò sempre nel disprezzo dei disprezzi e nella derisione delle derisioni altrui”. Un personaggio scomodo agli altri come a se stesso. Non è mai a suo agio e non mette a suo agio chi parla con lui. Nel suo concepire il tempo non come una linea retta ma come un circuito, ci ho ritrovato Wittgenstein. E altri personaggi, tutti scomodi: Pasolini, Carmelo Bene. Come racconta il film, Leopardi era tollerato dalle persone intorno a lui, perché ciò che diceva dava fastidio a tutti».
Nel film lei passa con grande fluidità dai dialoghi alle poesie.
«Le battute di un personaggio sono sempre poesia, nel senso di irrazionale, non logico. Nel mondo reale le persone non si esprimono mai per forme logiche come la scrittura».
Quali parole di Leopardi le sono rimaste dentro?
«Per il mestiere che faccio è assurdo e assolutamente vero che “tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni”».
E L’infinito?
«L’abbiamo provata tante volte, in luoghi e momenti diversi. Non ricordo quella che è finita nel film, meglio così. E’ stata una forma di violenza dirla, avrei voluto non venisse mai montata. Anche perché temo un po’ il coretto del pubblico che la sa a memoria».

“ Mi emoziona il ricordo di aver dormito nel letto di Giacomo. L’ultimo è stato Carmelo Bene Studiare quest’uomo è stato un lusso e una lezione sulla complessità, era uno scienziato dell’anima

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“È un Kurt Cobain dell’800 che lottava contro l’ipocrisia”

MARIA PIA FUSCO

VENEZIA . Mario Martone non è stato uno dei tanti adolescenti che si identificavano nel male di vivere di Giacomo Leopardi, perché «avendo cominciato presto a lavorare con il teatro – ero ancora a scuola – è come se le età della vita si fossero scombussolate. L’adolescenza l’ho scoperta dopo, e forse allora è venuto il momento di Leopardi», dice l’autore di Il giovane favoloso . «Lo amiamo perché sentiamo che la sua sofferenza è il disagio di sentirsi scomodi nell’esistenza. Quello che ha scritto lo viveva tutto su di sé, senza la protezione dell’ipocrisia. “Io non capisco come tutti possano indossare la stessa maschera”, scriveva nelle Operette morali.
Il tema della ribellione e della diversità lo rende vicino a noi. Sul set lo aveva definito un Kurt Cobain, il leader dei Nirvana, dell’800… A pensarci mi sembra di aver fatto solo film leopardiani».
Il percorso verso Il giovane favoloso parte nel 2010 proprio dalla Mostra. «Con mia moglie, Ippolita di Majo, pensiamo di fare la drammaturgia di “Operette morali” e andiamo a Recanati, un luogo ancora oggi molto evocativo ed essendo di Napoli, ho “ visto” il viaggio di Leopardi, il confronto tra Recanati e la forza di una città come Napoli. Poi abbiamo trovato l’entusiasmo del produttore Carlo Degli Esposti e tutto è cominciato. È un film che fa parte del grande cantiere ottocentesco dei miei ultimi dieci anni, dallo spettacolo su “Leopardi a Napoli” di Enzo Moscato, l’Ottocento di Rossini, Noi credevamo. Il giovane favoloso è il compimento di tutto».
Nel film, che uscirà il 16 ottobre con 01, la poesia è centrale ma, «noi siamo partiti dalla prosa, le Operette morali per me è fondamentale. La prima edizione è nata nello stesso anno di I promessi sposi e penso alla fortuna immensa che ha avuto Manzoni: il suo era un romanzo, cattolico, di forma riconoscibile rispetto a questo libro stranissimo, fuori al tempo, pieno di folletti, uomini, dei, natura, suicidio, tutti i temi laici possibili. Come poteva essere capito nel suo tempo? Poi c’è la poesia, lo Zibaldone e l’epistolario che per noi è stato importante per la sceneggiatura, per conoscerlo dalle lettere che scriveva ma anche da quelle che scrivevano a lui». Una bella parte del film è dedicata a Antonio Ranieri: «un legame che si presta a molte interpretazioni, noi ci siamo attenuti alle carte. Hanno vissuto insieme sette anni, è un’amicizia amorosa, fortissima, anche fisica. C’è anche il triangolo con Fanny a Firenze, ma lasciamo il mistero su quello che non potevamo sapere: lasciamo allo spettatore il suo viaggio».

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