Dalla rassegna stampa Cinema

Quei debiti di Williams E Zelda protesta contro gli insulti web

La figlia offesa chiude il profilo Twitter

NEW YORK – La famiglia di Robin Williams aveva chiesto rispetto per la tragedia: ricordate Robin per le sue interpretazioni, non speculate sul suo suicidio. Ma nell’epoca della comunicazione esasperata, ossessiva, selvaggia i buoni propositi vengono travolti in fretta. Così, mentre si moltiplicano le ricostruzioni sui motivi che hanno spinto il celebre attore a togliersi la vita, con la bussola che punta sempre più sulle difficoltà economiche, su media digitali, tv e radio infuriano polemiche, volano insulti, vengono formulate accuse grottesche.
Come raccontiamo qui a fianco, Rush Limbaugh ha approfittato del suicidio per attaccare di nuovo la sinistra e un mondo dello spettacolo prevalentemente progressista. Ma intanto Zelda, la 25enne figlia di Williams, ha abbandonato a tempo indeterminato i «social media», cancellando i suoi account su Twitter e Instagram dopo essere stata bersagliata con accuse e insulti da utenti indispettiti perché non aveva messo in rete le immagini intime di Robin in famiglia, coi suoi cari.
Martedì su Twitter Zelda ha prima cercato di reagire a queste forme di bullismo digitale chiedendo ad altri «amici» collegati in rete di aiutarla a identificare i vandali che le insultavano e che sono arrivati a mettere in rete immagini di Robin Williams rese orrende dalle modifiche fatte col sistema digitale Photoshop. Poi, però, Zelda Wiliams, anche lei un’attrice, ci ha ripensato: «Ne ho abbastanza» ha scritto nel suo ultimo messaggio. «Le foto della mia famiglia, le nostre immagini intime, personali, sono appese alle pareti della mia casa, non ho alcuna intenzione di “postarle” sulle reti sociali. Grazie per il vostro rispetto e la vostra comprensione. Mi dispiace, mi vedo costretta a ritirarmi, a cancellare le mie pagine sui siti per un bel po’ di tempo, forse per sempre».
Quanto ai fattori che hanno spinto Robin Williams al suicidio, nessuno saprà mai perché l’attore ha ceduto di schianto con una decisione forse improvvisa (il tentativo di tagliarsi le vene dei polsi lasciato a metà, poi l’impiccagione con una banale cinta di pelle). A quanto pare, infatti, non ha lasciato alcun messaggio per spiegare il suo gesto: la polizia ha infatti detto di non aver trovato nulla nella villa di Tiburon, vicino San Francisco, anche se una frase sibillina di un investigatore («non siamo ancora pronti a discutere della cosa») ha fatto sorgere qualche dubbio. Ma si rafforza la pista delle difficoltà economiche. «Robin era in bancarotta» titolano alcuni giornali e, probabilmente, questa è un’interpretazione eccessiva. Ma è vero che diversi amici ora raccontano che Robin era esasperato dalle sue difficoltà finanziarie. Doveva far fronte agli obblighi derivanti da due divorzi – con la prima moglie Valerie Velardi e con la seconda, Marsha Garces – che gli sono costati oltre 30 milioni di dollari e aveva messo gran parte del patrimonio che gli era rimasto in un fondo chiuso: un trust fund del quale beneficeranno i suoi tre figli, Zachary, Zelda e Cody.
I parenti sostengono che questa insistenza sulle difficoltà economiche è eccessiva: l’attore partiva da un patrimonio di 130 milioni, non era esattamente sul lastrico. Ma era stato lui stesso a dichiarare anche in varie interviste di essere tornato dopo 31 anni a lavorare per spettacoli televisivi «perché ho bisogno di soldi, ci sono i conti da pagare». L’attore aveva anche detto di essere costretto a vendere il suo grande ranch nella Napa Valley. E, in effetti, si era trasferito nella villetta di Tiburon, dimora decorosa ma certo non una villa di lusso, ereditata da sua madre. La tenuta nella Napa Valley, messa in vendita a 40 milioni di dollari, non ha mai trovato un compratore, nonostante i sostanziosi sconti via via offerti. Alla fine Robin aveva addirittura pensato di mettere in vendita la sua collezione di 50 biciclette per racimolare un po’ di denaro. Certo, non era sul lastrico, ma aveva bisogno di entrate per far fronte ai molti impegni e questo può aver accentuato la sua depressione.

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Teorie dall’ultradestra: l’attore infelice perché era di sinistra

Incredibile Rush Limbaugh. Convinto da sempre che in ogni cosa — perfino nelle diete, lo sport o l’amore per gli animali — ci sia qualcosa di politico, durante la sua trasmissione il tribuno radiofonico dell’ultradestra ha sostenuto che il suicidio di Robin Williams può avere a che fare, almeno in parte, col suo approccio di sinistra alle cose del mondo. Non che non abbia contato anche il resto, ha messo le mani avanti il controverso conduttore, rispondendo alle domande degli ascoltatori che volevano conoscere il suo punto di vista sulla tragedia: «C’erano le difficoltà economiche, la depressione, le dipendenze, certo. Ma poi vedi che i “media” si chiedono: “Aveva tutto per essere felice e invece non lo era. Perché?”. Già, perché? Quale era il suo modo di vedere il mondo?». È qui, che Limbaugh fa entrare la politica: «L’attitudine della gente di sinistra, e qui non parlo di proposte politiche ma di atteggiamento mentale, è al pessimismo, all’oscurità, alla tristezza. Non sono mai felici quelli di sinistra. E sono sempre arrabbiati. Per qualunque cosa. Protestano sempre, pensano che raggiungere certi obiettivi sia un diritto». L’anchor radiofonico non è arrivato fino al punto di dire che Robin Williams si è suicidato perché si era fatto delle illusioni sbagliate, ma la sua provocatoria filippica ha ugualmente fatto infuriare molti commentatori e, soprattutto, i social media che lo hanno coperto di insulti. Cosa che non lo infastidisce minimamente, anzi è una pubblicità che gradisce. Così ha approfittato per contrattaccare: «Le reti sociali contribuiscono a questa cultura pop dell’apparire, del fare sempre tutto in pubblico. Devi far parlare di te per avere successo. Ammazzarsi è un modo estremo di applicare questa logica. Speriamo che non ci siano menti deboli che si fanno influenzare da chi racconta quella di Robin Williams come una vicenda di eroismo». Tra tante repliche furibonde e sprezzanti merita di essere citata quella pacata dell’Huffington Post che si è limitato alle statistiche: in testa alla classifica dei suicidi negli Usa (in rapporto al numero di abitanti) ci sono Alaska, Montana, Wyoming, Idaho, Alabama e West Virginia: non esattamente Stati che votano a sinistra.
M . Ga.

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