Dalla rassegna stampa

LA FECONDAZIONE ETEROLOGA E I DIRITTI CONTRAPPOSTI

…solo coppie stabili di due sessi diversi, non singole e non coppie dello stesso sesso, neppure se di sesso femminile, in cui quindi una delle due partner potrebbe essere madre biologica ed anche portatrice…

LA REGOLAZIONE della riproduzione assistita con donatore/donatrice apre questioni che chiamano in causa sia timori più o meno fondati, sia diritti potenzialmente in conflitto tra loro. Il malinteso sull’età limite per accedervi da parte degli aspiranti genitori, confusa con quella dei donatori, è una spia di quanto si tocchino nervi scoperti, suscitando il timore che il legislatore voglia imporre un proprio modello di genitorialità buona.
CHIARITO l’equivoco sull’età limite, rimangono aperti non solo tutti i vincoli della Legge 40 in merito a chi può accedere alla riproduzione assistita, con o senza donatore/donatrice (solo coppie stabili di due sessi diversi, non singole e non coppie dello stesso sesso, neppure se di sesso femminile, in cui quindi una delle due partner potrebbe essere madre biologica ed anche portatrice). Rimangono aperti i problemi connessi ai diritti e alle responsabilità di tutti coloro che concorrono alla generazione di un figlio/a — non solo genericamente di un bambino/a. Sono problemi che altri Paesi hanno affrontato molto prima dell’Italia e diversamente.
Nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, ad esempio, donatori e soprattutto donatrici (per le quali il processo di produzione del materiale biologico necessario è molto più oneroso fisicamente che per i donatori) ricevono solo un rimborso spese, ma in alcuni Paesi dell’Est Europeo vi sono veri e propri pagamenti, così come negli Stati Uniti. Molti non pongono limiti alla donazione di sperma (nel caso di ovuli la limitazione è, per così dire fisiologica). Di conseguenza ciascun donatore può contribuire potenzialmente a centinaia di nascite. In molti Paesi, ma non in tutti, il donatore/donatrice è rigorosamente anonimo per quanto riguarda l’identità, ma non per le sue caratteristiche sanitarie, fisiche, educative, sociali. In altri il donatore/donatrice può essere scelto e conosciuto per nome e cognome. Come si vede, non c’è un unico approccio normativo.
Nel caso italiano il comitato di esperti sembra aver scelto la strada più restrittiva, idealmente in continuità con la Legge 40 pur parzialmente smantellata da diverse sentenze, da ultimo appunto da quella della Corte costituzionale sul divieto di ricorso a donatore/ donatrice. Accanto a norme necessarie per salvaguardare il diritto del nato a non essere disconosciuto in base alla estraneità biologica, le garanzie per la salute di tutti i sog- getti coinvolti e per evitare che si crei un mercato di donatori e donatrici, si è fissata un numero di donazioni di sperma molto basso per evitare un supposto rischio di incesto tra fratellastri biologici e soprattutto si è optato, pur con una frattura tra gli esperti, per un anonimato totale dei donatori/donatrici, salvo che in caso di malattie gravi del figlio/a.
Si tratta di una questione complessa, in quanto chiama in causa innanzitutto i diritti potenzialmente contrapposti di donatori/donatrici di rimanere anonimi e il diritto di chi tramite loro è venuto al mondo di conoscere non solo le proprie origini biologiche, ma anche il tipo di persona che ha contribuito alla propria nascita. Ricordo che in nome di questo secondo diritto hanno dovuto essere modificate le norme che garantiscono alle donne di partorire in modo anonimo se non desiderano tenere il bambino. La preoccupazione, esplicitata anche dal comitato di esperti, è che se viene riconosciuto il diritto dei figli potrebbero diminuire i donatori/donatrici. È ciò che è successo, ad esempio, in Svezia. Ma, trattandosi di una questione di diritti intrecciati non credo che il puro criterio quantitativo possa essere sufficiente a legittimare una restrizione unilaterale. Inoltre, occorrerà vedere in dettaglio fino a che punto si spinge l’anonimato. Un conto è non rivelare l’identità personale del donatore/donatrice agli aspiranti genitori, un altro è non dare alcuna informazione sulla storia di salute, sulle caratteristiche personali e così via.
Perché i genitori (e il figlio/a che nascerà) non devono conoscere nulla di chi concorre alla messa al mondo di una persona, quasi questo fatto potesse essere censurato, invece di essere consapevolmente elaborato? La commissione sostiene che vuole evitare che si “scelgano i donatori da un catalogo”, come se fosse univocamente negativo voler avere informazioni su chi concorre a far generare un figlio. Se l’anonimato fosse assoluto e riguardasse anche le caratteristiche sociali dei donatori/donatrici si passerebbe così dal divieto di ricorrere a donatore/donatrice in nome della consanguineità, della conoscenza certa, all’obbligo della casualità assoluta. Di nuovo un “eccezionalismo” tutto italiano. Spero di sbagliarmi.

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