Dalla rassegna stampa Cinema

«Svelo le ultime ore di Pasolini Misteri e visioni prima del delitto»

Abel Ferrara: ho incontrato l’assassino per il mio film onirico … la censura è uno dei temi che tocchiamo nella nostra storia, accanto a cosa significasse essere omosessuali nell’Italia moralista dell’epoca…

Le ultime ore di Pasolini, il sangue di un poeta, i nudi fatti intrecciati a una narrazione visionaria. «Io non sono un detective o un documentarista, il mio è un approccio da artista» dice Abel Ferrara. Il suo film, che dovrebbe andare in concorso alla Mostra di Venezia e uscirà il 18 settembre (una coproduzione Capricci, Urania, Tarantula, distribuito da Europictures) non ha punte di sentenziosità nel titolo: Pasolini . Ma il sottotitolo dice: Scandalizzare è un diritto. Essere scandalizzati è un piacere. È una frase dalla sua ultima intervista, due giorni prima di morire; poi aggiunse: «Colui che rifiuta di essere scandalizzato è un moralista». Un altro film sul poeta assassinato, che qui «è» Willem Dafoe, il cui volto ha una ruga verticale che lo attraversa e sembra scolpirlo, come aveva Pasolini.
Un’altra occasione perché il suo sangue lavi le coscienze di cattolici e comunisti, con cui dialogava, litigava, discuteva? Maurizio Braucci (co-autore di Gomorra ), ha scritto la sceneggiatura districandosi nella giungla di altri film e documentari, di ipotesi sull’omicidio del 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia, di ricostruzioni e aule giudiziarie: «Ci limitiamo alla base di questo immenso materiale, molto del quale discutibile. Noi sappiamo di non sapere. Ci siamo attenuti al primo processo, che ci sembra il più plausibile, quello in cui il perito Faustino Durante accerta che, dalle prime percosse e dal numero dei bastoni, c’erano più persone».
Abel Ferrara ha voluto incontrare Pino Pelosi, che fu riconosciuto con sentenza definitiva colpevole dell’omicidio di Pasolini: «È stato un ragazzo di strada, a New York ne ho conosciuti centinaia come lui. Ero interessato ai dettagli, come fumava… Mi sono chiesto cosa Pasolini vedesse in lui». E lei, cosa ha visto in Pier Paolo Pasolini? «A vent’anni restai folgorato da un suo film, il Decameron ; l’ho rivisto due mesi fa e non ha perso niente della sua energia. Era la prima volta che sentivo nominare il suo nome, venni a conoscenza dei guai che ebbe, il sequestro, il dissequestro. E la censura è uno dei temi che tocchiamo nella nostra storia, accanto a cosa significasse essere omosessuali nell’Italia moralista dell’epoca».
Il film ricostruisce quello che il poeta fece a Roma immediatamente prima della morte. Era di ritorno da un viaggio di tre giorni a Stoccolma (dove aveva presentato la sua raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci ) e Parigi (dove aveva ultimato il doppiaggio di Salò o le 120 giornate di Sodoma ). Il primo novembre si sveglia a Roma nella sua casa in via Eufrate. «Lo vediamo nelle sue abitudini intime, quotidiane, come la lettura del Corriere della Sera , su cui scriveva. Poi la cena con Ninetto Davoli da Pommidoro a San Lorenzo e l’intervista a Furio Colombo». Era pronto per spendere alcuni giorni nella torre di Chia, il borgo nel viterbese che aveva conosciuto durante i sopralluoghi di Il Vangelo secondo Matteo . Dopo il tramonto, si preparava per incontrare i compagni della notte».
Nel cast, i cugini Nico Naldini e Grazia Chiarcossi (la vedova di Vincenzo Cerami, che fu allievo di Pasolini) sono interpretati da Valerio Mastandrea e Giada Colagrande; Ninetto Davoli fa Eduardo De Filippo mentre Riccardo Scamarcio impersona Ninetto Davoli; Susanna, la madre del poeta, è Adriana Asti, e Laura Betti è Maria De Medeiros. Pino Pelosi è il cameo di Damiano Tamilia.
Ferrara non ha usato filmati di repertorio, è tutto ricostruito, anche la scena dell’automobile che quella notte sormonta il corpo di Pasolini in fin di vita. Non ha potuto girare nella casa di Pasolini all’Eur, i nuovi proprietari non hanno voluto. Ma grazie ai parenti del poeta, ha avuto il privilegio di averne gli abiti (Dafoe porta la stessa taglia), e il mobilio della sua stanza.
Ma Abel Ferrara ha portato il suo stile personale, dunque su un doppio registro si entra e si esce continuamente dalla realtà, sospesi in una dimensione onirica. Qui, racconta Braucci, esplode l’altra metà del film, quella visionaria: ed ecco pezzi di opere incompiute, il romanzo postumo Petrolio e il film Porno-Teo-Kolossal , la fiaba desacralizzante che non ebbe tempo di girare. Braucci: «L’aveva scritta per Totò, che però morì; ma sarebbe subentrato Eduardo come Re Mago che parte per cercare il Messia, va a Sodoma e Gomorra, arriva nella città della tolleranza di omosessuali e lesbiche che, alla festa della fertilità, si accoppiano per procreare…». C’è l’anima dissacrante di PPP, le sue due ossessioni di segno opposto (per la gioventù e contro la borghesia), la spiritualità, le contraddizioni tra cristianesimo e comunismo, il centauro con la testa nei valori metafisici e i piedi nella critica sociale, le periferie, i poveri…
«Pasolini — dice Ferrara — era una figura unica, artista e intellettuale, scrittore, regista, polemista. Noi abbiamo voluto scoprire perché lo amiamo così tanto, dopo tutti questi anni. È stato anche un mio viaggio, alla ricerca delle mie origini italiane. Da quasi un anno ho deciso di vivere a Roma. Mi piace la città e la gente, mi piacciono gli intellettuali scomodi».

——————

Luoghi e oggetti: tutto il mondo di Pier Paolo in una Polaroid

La Loggia di San Giovanni a Casarsa della Delizia in Friuli dove affiggeva manifesti politici che scriveva di suo pugno, il Caffè Rosati luogo di incontro degli intellettuali, l’Olivetti Lettera 22 che usava per scrivere… Pasolini tradotto in istantanee. I suoi luoghi, i suoi oggetti, i perimetri fisici in cui si muoveva — quelli mentali sono rimasti per iscritto — fissati in Polaroid che traducono in immagini lo spazio in cui si è mosso uno degli intellettuali più importanti del Novecento. È il lavoro fotografico di Graziano Panfili (è nato a Frosinone nel 1971) che con questo reportage è stato tra i finalisti del Premio Amilcare G. Ponchielli, dedicato al ricordo di uno dei primi photo editor del giornalismo italiano (ha lavorato anche a Sette ). Spiega Panfili: «Nel mio viaggio fotografico, ho ripercorso le tappe più significative della vita di Pasolini: l’infanzia trascorsa a Casarsa della Delizia; Bologna dov’era nato nel ’22 e dove, tornato in età adulta, ha alimentato la sua passione per la letteratura, il cinema, lo sport. Infine Roma, set naturale dei suoi film più belli, dei suoi incontri con gli intellettuali del tempo, delle sue scorribande nelle periferie. Fino all’idroscalo di Ostia, meta del suo ultimo viaggio». Autore anche delle didascalie che accompagnano gli scatti, Panfili per il suo lavoro ha scelto pellicole a sviluppo istantaneo. Detto in una marca, Polaroid (le scorte della madre alla fine sono servite). Una scelta dettata da diverse ragioni: «Dall’esigenza di individuare un riferimento fisico e iconografico con gli ultimi anni di vita del poeta; per ricreare un ideale legame di unicità e irripetibilità della figura; fino alla caratteristica di questi materiali di immergere gli scenari in un’atmosfera intima, imprecisa, ovattata e lontana come i ricordi».

Renato Franco

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.