Dalla rassegna stampa Libri

Amare vuol dire inclinarsi

…Antonio che ama come una donna al massimo è ricchioncello, di fatto è mistero, ignoto, inconcepibile….

“Sono stata folgorata dal quadro di Leonardo che rappresenta Sant’Anna, la vergine e il bambino con l’agnellino, per amare bisogna inclinarsi” dice Romana Petri e da lì ha scritto un romanzo sull’amore assoluto, sul sentimento che ci spinge a incontrare l’altro solo a partire dalla nostra incompletezza. Protagonista è chi riesce a provare devozione, ad abbandonarsi disancorandosi dalla realtà con l’eccezione di periferici appigli, a dire nei confronti di chi è morto non già “lo amavo” ma “lo amo” e basta. La sorpresa di “Giorni di spasimato amore” (Longanesi), ultima fatica della scrittrice, è che a spasimare non è una donna, ma un uomo, Antonio. Posseduto dal fantasma di Lucia, la donna amata morta, Antonio arriva persino a mimarne la presenza, a uscire per strada dando il braccio a una donna invisibile, a scrivere con la mano sinistra la lista della spesa che Lucia gli detta mentre lui tiene con la destra la cornetta del telefono e dice ai fornitori di attendere un attimo perché deve consultare la moglie che vuole le albicocche né troppo mature né troppo acerbe. Se le parti fossero state invertite, se Romana Petri avesse scritto di Antonia rintanata in casa a sospirare l’amato Lucio scomparso, leggendo non avremmo provato quel sussulto speciale che unisce lo struggimento a una segreta speranza. Un uomo può sentirsi incompleto e amare, ci dice Romana Petri, muovendosi sul crinale tra realtà e fantasmi. Non a caso il coro di voci che circonda Antonio, il pazzo disinteressato alle “donne vive”, non manca di annoverare l’insulto omofobico. Così Teresa, la bella moglie che si è intestardita a sposarlo, esplodendo di rabbia dopo un anno di astinenza e vane attese minaccia vendetta: “Anto’, sarai il divertimento di tutti quanti. Mi pare già di sentirli: Antonio o’ ricchioncello… Eh, perché manco ricchione ricchione sei”. Se un uomo che va con gli uomini è “ricchione ricchione”, e in quanto insultato diventa “riconoscibile”, Antonio che ama come una donna al massimo è ricchioncello, di fatto è mistero, ignoto, inconcepibile. In questa invenzione si scorge la portata politica del libro, sottolineata dalla psicanalista Cristiana Cimino nel corso della presentazione tenutasi a Roma. “L’amore è follia. Antonio, personaggio straordinario, è in una posizione amorosa femminile, si assume il rischio di farsi completamente alterare dall’altro”, ha affermato. E’ l’uscita da sé che permette l’incontro, con il rischio, se l’amore è assoluto, di un collasso sull’oggetto amato. L’incontro si dà a partire da un buco, una mancanza, tutto il contrario della presunta forza che viene esibita anche negli approcci via internet capaci di tutelare dalle chiamate trasformative di un rapporto. “Antonio è uomo capace di estasi profonda, esperienza tipica delle mistiche”, ha fatto notare Maria Vittoria Vittori, critica letteraria. Antonio uscendo dalla gabbia che vuole il maschio per così dire non inclinato sembra alludere a una stagione di possibilità nuove sia sul piano simbolico che nei rapporti tra maschile e femminile con ricadute sulla conseguente messe di pregiudizi. Se la felicità è ciò che importa e solo l’uomo incompleto può essere felice, il maschio tutto d’un pezzo rischia grosso. Sulla soglia tra speranza e utopia, vediamo vacillare la serie delle svalutazioni che etichettano donne, gay e lesbiche come “femmine”, “froci” e “maschi mancati” perché “incompleti”. Stile armonioso quello di Romana Petri, che sembra musica ed è prosa, in equilibrio tra cuore e budella, tra termini di ieri e parlato, all’altezza della Napoli co-protagonista del romanzo, tanto potente quanto sfocata. Una Napoli da accostare all’Ortese anche per differenza, perché Romana Petri nella verità della finzione narra di un mare così presente da bagnare persino i piedi dei due amanti estasiati sul balconcino.
Variazioni caricaturali le troviamo, invece, in un altro testo fresco di stampa “La presentatrice morta” di Peppi Nocera (sempre Longanesi), dove ad amare sarebbero due lesbiche. “Poco spazio al dileggio quando ci si trova di fronte a un vero amore tra donne – scrive Nocera con penna graffiante, autore di alcuni dei programmi televisivi più seguiti degli ultimi vent’anni descrivendo i tanti orrori e le poche delizie della tv commerciale – Risulterebbe del tutto vano il tentativo di rendere ridicola una passione che è così fortemente cementata nella serietà del sentimento, impermeabile all’avvicendamento delle stagioni, sicura della sua virile tenacia, circoscritta nella potenza dell’incommensurabile e addirittura inintervallabile orgasmo clitorideo”.

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