Dalla rassegna stampa Cinema

CANNES - Gaspard, bello e dannato: così sono diventato YSL

«La cicatrice aggiunge qualcosa alla mia faccia»

CANNES — Il giovane cannibale-serial killer ora sa come si sta a tavola, è un maestro del buon gusto, l’icona della haute culture. Il protagonista del prequel di «Hannibal», Gaspard Ulliel, ha il volto triangolare e altre sorprendenti somiglianze fisiche con lo stilista che ormai è diventato un brand al cinema.
Si intitola Saint Laurent il film in gara di Bertrand Bonello, che ha scatenato polemiche roventi da parte di Pierre Bergé, compagno del celebre creatore di moda nella vita e negli affari. Bergé ha dato invece l’approvazione all’altro progetto, ovvero la patinata pellicola Yves Saint Laurent di Jalil Lespert (che seguiva il documentario Saint Laurent – L’amor fou di Pierre Thoretton). Bonello giudica sterile la Guerra dei bottoni: «Non abbiamo potuto avere accesso ad alcun materiale. Gli abiti li abbiamo noleggiati da un collezionista privato o li abbiamo ricreati». Cosa ha potuto irritare Bergé? L’attore che lo interpreta (Jérémie Renier) dice che Yves provò a ucciderlo; poi Gaspard-Yves si mostra nudo in un servizio fotografico (accadde veramente) togliendosi la garza dal polso: «Che nessuno veda che ho tentato il suicidio».
La scommessa, per il 30enne Ulliel che ama il vintage (film preferito: Taxi Driver ; cantante: Bob Dylan) era di mettersi sulla scia di YSL «senza imitarlo». Ritroviamo «il suo modo di parlare, che aveva una sua fragilità senza essere femmineo. Dovevo abituarmi alle parrucche, ne abbiamo usate diverse perché cambiava spesso il taglio dei capelli, a volte sembrava portasse l’elmetto. Era terrorizzato all’idea di poter rimanere calvo». Non è la storia della vita dello stilista ma, andando avanti e indietro nel tempo, ci si concentra dal 1967 al 1976, dieci anni di libertà folle in cui rientrano due celebri collezioni e, nella sfera privata, la relazione con Jacques de Bascher, apostrofato da Bergé come «gigolo» e/o «piccola puttana». Jacques nel film ha il volto di Louis Garrel, con cui Yves si scambia droga e prolungati baci alla francese: «Non erano previsti nella sceneggiatura, è stata una nostra idea per aggiungere tensione sessuale». A un certo punto, YSL vive due vite: di giorno col camice bianco disegna febbrilmente vestiti, a volte ispirati ai pittori (in una sequenza il regista costruisce lo schermo con asimmetriche linee rettangolari, un omaggio a Mondrian che allo stilista ispirò una delle sue collezioni più geniali); di notte scatta l’allure hip-chic e va in discoteca col suo cerchio magico (ma il mignolo alzato mentre beve champagne è una bestemmia). Fedele solo alla sigaretta, YSL sfida Bergé con una benda sull’occhio: «Ti amo ma non ti seguirò ciecamente». Dello stesso avviso è Gaspard Ulliel: «Anche quando feci “Hannibal”, non provai a imitare Anthony Hopkins. All’inizio rifiutai quel ruolo, non mi sembrava una buona idea prendere il suo posto». L’aria dannata in lui non viene suggerita dalla sua lettura preferita (I Demoni di Dostoevskij) o dalla cicatrice sulla guancia. La rimediò a sei anni, un cane lo azzannò. «Dicono che aggiunge qualcosa alla mia faccia, i registi la usano nei loro film».

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Estremo o Bugiardo Ma com’è Triste il Sesso nei Festival

Com’è triste far l’amore sul grande schermo… Triste, solitario y final. Sesso, malinconie e videotape: ogni festival ha la sua dose e overdose. A Venezia, come a Cannes e a Berlino, puntuale scocca l’ora del film-scandalo, dove l’eros si annuncia a vertici che voi umani mai potreste immaginare. E tutti abboccano. Uscendo puntualmente dalla sala con delle facce così cupe e penitenziali da far immaginare che si è andati a far Quaresima. Eppure quelle promesse non erano menzognere. Il sesso c’era, eccome, declinato in tutte le cinquanta e più sfumature: omo, etero, trans. Singolare, plurale, scambista, orgiastico, feticista, voyeurista. Parentale, satanico, assatanato, ipocondriaco, necrofilo… Comunque estremo, punitivo, destinato a finire malissimo. I film qui appena visti lo confermano: il sesso felice non fa storia. E allora, avanti con gli amanti criminali di La chambre bleue di Mathieu Amalric, con il padre e la figlia incestuosi impenitenti dell’israeliana Yedaya, con i melliflui pedofili di Egoyan… E ieri le orge sfrenate e dopate di Yves Saint Laurent. E oggi la vere o presunte sporcacciate ancillari di Dominique Strauss-Khan, versione web di Abel Ferrara… Poca cosa comunque rispetto ai dieci minuti di sesso lesbico, ogni dettaglio «live», de La vie d’Adèle dell’anno scorso. Così scioccanti da far piangere le attrici, così potenti da conquistarsi la Palma d’oro. Ancor meno, se si pensa a Moebius di Kim Ki-Duk, presentato alla scorsa Mostra del Cinema, dove la metafora freudiana della mamma castratrice si fa realtà in un susseguirsi horror di amputazioni, incesti e suicidi. Mentre a scioccare Berlino ci ha pensato la filosofia libertina di Nymphomaniac di von Trier. Ancora, frugando a ritroso tra i festival, ecco il Fassbender nudo e sex addict di Shame , le perversioni sado-maso di Isabelle Huppert ne La pianista , le orge mortifere di Eyes Wide Shut , gli strangolamenti erotici dell’Impero dei sensi … Film dopo film, cinema e festival hanno sdoganato il sesso. L’hanno esplorato, sezionato con il bisturi di una cinefilia da boudoir sul tavolo anatomico. Dove di solito però si arriva cadaveri.
Giuseppina Manin

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