Dalla rassegna stampa Televisione

«Il mio Riccardo III assetato di potere come i politici d’oggi»

Spacey: Shakespeare autore moderno …«Provo anche un’assurda, non dico simpatia, ma fascinazione per il cinismo del mio personaggio, un manipolatore, un bugiardo, un adultero che porta note drammatiche, vanità, grande tensione e suspense di puntata in puntata»…

LOS ANGELES — «La vera star di “House of cards” non sono certo io, anzi il mio personaggio, Francis Underwood, l’uomo dalle ambizioni politiche privo di regole etiche. La vera star è Washington, luogo povero di ideali nella nostra serie. Ritengo che quella città sia ben incastrata nel mondo di oggi dove la vera droga è, per tutti, la smania di potere e di affermazione personale», dice il 53enne Kevin Spacey, nel serial tv sempre sostenuto dalla complice moglie Claire/Robin Wright.
Grande attore di cinema e di teatro, americano e innamorato di Londra, dove nel 2015 terminerà il suo incarico di direttore artistico dell’Old Vic, più che parlare degli intrighi di potere di «House of cards», a Spacey piace chiacchierare della versione cinematografica dello spettacolo Riccardo III , che con successo incondizionato di critica ha portato in teatro con la regia di Sam Mendes.
Elegante, dialettico, ricco di curiosità sorride: «Diciamo che senza Shakespeare e Machiavelli non sarebbe stata neppure creata la serie “House of Cards”. I loro testi sono estremamente moderni e focalizzano la smania perversa di ascesa al successo personale e alla spettacolarizzazione del proprio potere».
Vincitore di due Oscar (come attore non protagonista per I soliti sospetti , protagonista per American Beauty ), afferma: «Il teatro è eterno e, paradossalmente, labile: nulla resta di quanto ogni attore dà, sera dopo sera, a uno spettacolo. Con il progetto Now: in the wings on a world stage , diretto da Jeremy Whelehan, abbiamo voluto documentare la lunga tournée di Riccardo III . Mi auguro che ogni spettatore diventi anch’esso membro della nostra compagnia teatrale vedendo questo anomalo film che segue la nostra équipe in giro per il mondo. Chi non andrà al cinema potrà scaricarlo sul proprio computer per 13 dollari. Vorrei che per il teatro fosse un inizio di carriera globale on demand».
Ma è stato più impegnativo impersonare il politico senza scrupoli o Riccardo III? «Non faccio distinzioni e mi vanto di essere eclettico nelle mie scelte e di non disdegnare affatto film brillanti».
Un po’ come Jack Lemmon, che lei ama spesso ricordare: «È vero, Jack manca a tutti gli attori. Comunque, oggi il cinema, come il teatro, è ricco di talenti. Sono “un cospiratore” del palcoscenico e del cinema nel senso che sono pronto a ogni sana congiura pur di fare qualcosa di buono nel mondo dello spettacolo».
Spacey non è rimasto per nulla stupito del successo di pubblico maschile e femminile per «House of cards»: «Già in Gran Bretagna la versione originale scritta da Michael Dobbs, consigliere di Margareth Thatcher, di quella che poi è diventata la nostra serie, era piaciuta a tutti. In America, poi, c’era stata una sorta di preparazione con altre serie che chiamavano in causa il potere a Washington, penso a “Homeland”, “Scandal”, “Hostages”. Senza contare che sono stati pubblicati diversi libri sui, diciamo, lobbisti di questa città, un’arena, un centro di potere perfetto per tutti questi lavori».
Cosa ha pensato interpretando il suo uomo dalle tante cospirazioni politiche? «Provo anche un’assurda, non dico simpatia, ma fascinazione per il cinismo del mio personaggio, un manipolatore, un bugiardo, un adultero che porta note drammatiche, vanità, grande tensione e suspense di puntata in puntata».
Pensa che Francis Underwood, questa sorta di Iago, di Riccardo III della politica, sia un vincente? «Raggiunge il potere e il pubblico è da una parte conquistato da lui, dall’altra respinto. E vedendolo in azione si ricordano tanti personaggi come lui nei corsi e ricorsi della Storia. Non credo sia un vincente, ma certamente ci racconta molto della politica di ieri e di oggi».

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