Dalla rassegna stampa Cinema

La doppia vita di Jared Leto

Ha da poco vinto l’Oscar come attore in “Dallas Buyers Club” e a giugno sarà in Italia con il suo gruppo 30 Seconds to Mars

“Al cinema ho ucciso Lennon ma il rock resta la mia vita”

ROMA – HA AVUTO un sussulto quando ha sentito pronunciare il suo nome. Era nei pronostici che avrebbe vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista per il ruolo di Rayon — un trans malato di Aids — nel film Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, ma nel momento in cui ha avuto tra le mani la statuetta si è sentito in colpa. «Il film era uscito da mesi e io non l’avevo ancora visto», mormora Jared Leto, 42 anni, l’aspetto di un venticinquenne; i quindici chili che ha perso per entrare nei panni di Rayon non li ha ancora recuperati. «Per forza», esclama, «finito di girare ho ripreso il tour con i 30 Seconds To Mars». Leto non è solo l’attore straordinario di Fight club, Requiem for a dream ( perse tredici chili per impersonare un eroinomane), American psycho e Panic room , ma anche il leader di una rock band da dieci milioni di copie vendute che si esibirà il 19 giugno a Torino e il 20 a Roma. La voce potente e lo straordinario carisma che sprigiona sul palco l’hanno trasformato in un cult singer anche in assenza
di canzoni memorabili.
Ora che ha visto il film che emozioni ha provato?
«Non l’ho ancora visto! È stata una prova difficile, dura, impegnativa. Una sfida per me. Devo ancora distaccarmene, lo vedrò fra qualche anno, forse tra dieci».
Come sta vivendo il suo momento?
«È fantastico, unico, il più intenso e frenetico della mia vita. Abbiamo pubblicato un album, Love lust faith+ dreams , ho diretto tre video e un documentario, Artifact , ho partecipato come attore a Dallas Buyers Club, ho iniziato un nuovo tour con i 30 Seconds To Mars e vinto un Oscar. Un anno sorprendente, produttivo, meraviglioso. L’Oscar è un riconoscimento che solletica la vanità, per me una conferma più intima che mondana arrivata quando avevo già deciso che il cinema non sarebbe stata la mia occupazione a tempo pieno, che la mia priorità è il rock».
Infatti è subito tornato on the road con i 30 Seconds To Mars. È stato un sollievo fuggire da Hollywood e rifugiarsi nella spontaneità del rock?
«Non posso dire sia stato terapeutico ma piacevole sì, ho ripreso un ritmo che considero più congeniale alla mia personalità. Il rapporto artista-pubblico è diretto, il ritorno immediato, arriva alla fine di ogni concerto, un rimbalzo di energia potente e liberatorio».
Ci saranno molte novità nello show che vedremo fra poco a Torino e Roma?
«Canteremo canzoni che non abbiamo mai eseguito dal vivo, lo spettacolo è totalmente nuovo, la produzione la più ambiziosa e spettacolare della nostra storia. Mi fa sorridere che al centro del palco ci sia un attore premio Oscar, è surreale. Neanche Elvis c’è riuscito».
Lei è cresciuto in una comunità hippie che ha compensato l’assenza della famiglia. Fu lì che nacque il suo desiderio di diventare un artista?
«Ero un adolescente ribelle, testardo, iperattivo, curioso, creativo ma anche male indirizzato dalle circostanze della vita — genitori separati, padre suicida, vita randagia, qualche flirt con armi e cocaina. Quando partii dalla Louisiana alla volta di New York non avevo le idee chiare. Volevo fare il pittore, poi il regista, infine fui rapito dalla musica».
I 30 Seconds To Mars sono diventati in pochi anni un gruppo da stadio ma in un pluripremiato documentario lei racconta che non sono stati rose e fiori.
« Artifact narra la nostra storia e lo shock di essere stati citati in giudizio per 30 milioni di dollari dalla nostra etichetta. Avevamo venduto milioni di copie e ci siamo ritrovati pieni di debiti, le sembra normale? Spero che guardando il film il pubblico e i giovani artisti si rendano conto di come gira il mercato ».
Nel 2007 prese trenta chili per impersonare Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon, nel film Chapter 2-7.
È stato più difficile ingrassare o dimagrire?
«Prendere peso è un inferno. Alla fine i livelli di colesterolo erano allarmanti, ma l’esperienza fu esaltante, una full immersion nella brutalità umana. Entrai così profondamente nel personaggio che quasi mi sentii colpevole nei confronti di Lennon, uno dei miei eroi. Dimagrire è comunque più salutare».
Come si fa a essere cantante, regista e attore ed eccellere nelle tre attività?
«È una lotta con il tempo: quando entro in un personaggio gli dedico tutto me stesso, quando faccio un disco o sono in tour non penso al cinema. È inutile che io legga tutti i copioni, mi concentro sui pochi interessanti. Ringrazio per l’Oscar, ma non ci saranno mai registi né storie che potranno indurmi a rinunciare alla musica».

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.