Dalla rassegna stampa Personaggi

Pasolini, pittura in forma di rosa

Studente di Longhi, amava Morandi e dipinse maestri e popolino …«In questo momento non ho avvenire. (…) Un altro, al mio posto si ammazzerebbe; disgraziatamente devo vivere per mia madre»..

Casarsa, luglio 1941. «Ho fatto un numero abbastanza denso di disegni e un quadro (il mio migliore) intitolato Estate velata : non si tratta di allegorie, ma di un puro e semplice paesaggio, un po’ alla De Pisis», scrive Pier Paolo Pasolini all’amico Luciano Serra, a Bologna.
Ed ancora (agosto 1941): «Leggo poco, dipingo molto in compenso: 6 quadri finora, di vario valore, di cui almeno due mi sembrano buoni: i miei migliori. Ho raggiunto una tavolozza mia, ed anche una mia maniera. Spero di continuare su questa maniera senza stupidi mutamenti da dilettante (…) Continuo a dipingere e ad essere abbastanza contento dei quadri con cui riempio le nude pareti della mia stanza alla “bohème”».
Nel 1947, Pier Paolo Pasolini dipinge un autoritratto con un fiore in bocca. A Bologna — dove è nato nel 1922 — e dove frequenta l’università e si laurea con una tesi su Pascoli, viene incoraggiato da Roberto Longhi e dal suo assistente Francesco Arcangeli.
Pasolini guarda a Masaccio, a Bonnard («Come tacere il mio immenso amore per Bonnard, i suoi pomeriggi pieni di silenzio e di sole sul Mediterraneo. Vorrei poter fare un quadro un po’ simile a un suo paesaggio provenzale che ho visto nel piccolo museo di Praga. Nel peggiore dei casi, vorrei poter essere un piccolissimo pittore neocubista», scriverà in Lettere luterane ), a Carrà, a Morandi. Intanto, nel 1942, è uscito il suo primo libro di versi, Poesie a Casarsa , stampato a proprie spese, che ha avuto una recensione entusiasta di Gianfranco Contini. Pier Paolo si divide fra pittura, poesia e politica. Poi, «il mio interesse per la pittura è cessato di colpo per una decina o una quindicina di anni». In realtà l’interruzione è solo apparente. Comunque Pasolini continua a navigare nel mondo delle immagini: siano esse rappresentate dalla fotografia o dal cinema. A parte qualche breve incursione, alla tavolozza Pier Paolo tornerà un paio di decenni dopo.
Lo testimoniano i lavori della grande rassegna — curata da Gianni Borgna (morto a febbraio scorso), Jordi Valló e Alain Bergala — che Roma dedica a questo straordinario genio del XX secolo, per i quarant’anni dalla morte.
È vero che la ricorrenza cade nel 2015, ma è anche vero che, trattandosi di una mostra itinerante — viene da Barcellona e Parigi e, dopo Roma, andrà a Berlino —, essa si concluderà, appunto, nel 2015.
Pasolini e Roma, città amata e detestata, fonte di ispirazione e «teatro delle persecuzioni» d’un poeta maudit , la cui avventura si snoda in sei sezioni: dall’arrivo nella capitale, nel 1950 (assieme alla madre), a 28 anni, al suo assassinio, sulla spiaggia di Ostia, a 53.
In mostra, fra l’altro, Ragazza , Donna alla toletta , Guido Pasolini (tutti del 1943); Al piccolo Giotto il suo Cimabue (1946); un ritratto di Ninetto Davoli (1970); alcune caricature di Maria Callas (1970) e di Roberto Longhi (1975), suo docente all’università, da lui considerato un «vero maestro» («Longhi era prima uomo che professore, cioè maestro, proprio perché non c’era niente di professorale da grattare in lui per ritrovarlo: era subito ciò che era, cioè un uomo superiore; era uomo in quanto superuomo, in quanto idolo, in quanto personaggio da Commedia»). Nei versi intitolati «Il mio desiderio di ricchezza», inclusi ne La religione del mio tempo (1961), Pasolini scrive: «Nella camera da letto (un semplice / lettuccio, con coperte infiorate / tessute da donne calabresi o sarde) / appenderei la mia collezione / di quadri che amo ancora: accanto / al mio Zigaina, vorrei un bel Morandi, / un Mafai, del quaranta, un De Pisis, / un piccolo Rosai, un gran Guttuso…».
Ed eccoli in mostra, i dipinti di De Pisis (Il nudino rosa ), Morandi (un paio di Nature morte ), Guttuso (Fuga dall’Etna ), Mafai (Fantasia n. 11 ), Rosai (La badiaccia ), Zigaina (Paesaggio del Friuli), De Chirico (Arrivo del trasloco ) e un gran numero di fotografie — Pasolini con familiari e amici, sul set (comprese quelle scattategli da Henri Cartier-Bresson) — e di spezzoni cinematografici.
È una ricchissima documentazione che segue, passo passo, la vicenda umana e professionale di Pasolini. Persecuzioni e lotte, libri e film, sofferenze e processi, amori e infelicità. Qua e là, qualche inedito, magari parziale (come quando, nel post scriptum di una lettera ad Ennio Flaiano, del 1974, aggiunge: «È la prima lettera del genere che scrivo, forse perché in questi giorni mi sono innamorato, o soffro di gastrite nervosa»). Tutta una serie di testimonianze compongono il ritratto policromo d’un Pasolini intimo, gentile e dalla voce gentile (in falsetto quasi), capace di grande innocenza e, al tempo stesso, di grandi passioni; indifeso e disperato («In questo momento non ho avvenire. (…) Un altro, al mio posto si ammazzerebbe; disgraziatamente devo vivere per mia madre»), esaltato e allegro, angosciato e felice nelle sue «esperienze erotiche multiple» (la definizione è del cugino Nico Naldini). Di una felicità persino struggente, talvolta.
Testimonianze e amicizie. Come quelle di Ungaretti e Gadda, Caproni e Bassani, Attilio Bertolucci e Penna («Pasolini a Stoccolma, due giorni prima di essere ucciso, dichiara che il premio Nobel doveva andare a Penna e non a Montale», ricorda Alain Bergala), Moravia e la Maraini, Levi e la Betti, Fellini e Arbasino, la Callas e Volponi. Ed anche degli allora giovanissimi Bernardo Bertolucci (assistente regista in Accattone ) e Vincenzo Cerami (allievo per tre anni nella scuola media, prima di diventare scrittore e regista).
«Verso sera — ricorderà quest’ultimo —, Pier Paolo prendeva la macchina e usciva, non si sapeva dove andava, e tornava a notte fonda. È stato sempre così».
Tranne quella notte del 2 novembre 1975.

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