Dalla rassegna stampa Personaggi

Pasolini - Profeta, corsaro, martire, lo scandalo dell’artista totale

Il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica da oggi una grande rassegna allo scrittore e regista e al suo rapporto con la capitale

INFORMAZIONI UTILI
Pasolini Roma da oggi al 20 luglio, al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in coproduzione con il CCCB di Barcellona, la Cinémathèque Française di Parigi e il Martin-Gropius-Bau di Berlino con l’appoggio del Programma Cultura della Ue. Orari: domenica, martedì, mercoledì e giovedì 10-20; venerdì e sabato 10-22.30. Biglietti (per tutte le mostre Palaexpo): intero 12; ridotto 9,50. Info: 06 39967500; scuole 848 082408. Catalogo: Skira.

UNO scaffale. Se dovessi riassumere la lenta e inarrestabile crescita dell’eredità lasciata da Pasolini, da oggi oggetto della mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma (a cura di Gianni Borgna, Alain Bergala e Jordi Balló), forse non potrei farlo meglio che con questa semplice immagine. Infatti i contributi critici sul suo lavoro (versi, narrativa, saggistica, teatro, cinema) occupano un metro lineare della mia libreria – la libreria di un lettore che non è né un italianista, né un “pasolinologo”. Mentre scrittori forse altrettanto grandi sono fatti oggetto di pochi, magari ottimi, ma sporadici studi (da Moravia a Parise, dalla Ortese alla Morante, per non parlare dei poeti), Pasolini, insieme al fratello-rivale Calvino, conosce un successo planetario. Con un particolare: se l’autore di Marcovaldo esiste solo in forza della sua scrittura, PPP si è andato trasformando in profeta, martire, corsaro, visionario, politico e credente.
QUANTO all’estero, poi, si pensi che paesi distanti fra loro come la Francia e l’India tributano alla sua memoria un vero e proprio culto. Tale proliferazione di saggi affonda le sue radici nel carattere rinascimentale della figura pasoliniana. Non è eccessivo affermare che “l’usignolo della Chiesa Cattolica” (come egli stesso ebbe a definirsi) fu in realtà un artista bulimico e proteiforme, simile a Bembo, a Michelangelo, per non dire a Leonardo, che Paul Valéry collocò fra gli “angeli della morfologia”. Certo della morfologia Pasolini fu semmai il demone, spinto com’era a tentare le forme espressive con una voracità e un’incoscienza stupefacenti. Come non ricordare la perplessità con cui Fellini ne seguì il debutto cinematografico? Basandosi su tesi tanto perentorie quanto discutibili, individuando nella settima arte né più né meno che “il linguaggio della realtà”, Pasolini si gettò a testa bassa nell’avventura della regia, con un preparazione a dir poco carente. Ma, nonostante tanti scetticismi, quell’entusiasmo produsse alcune pellicole che hanno segnato il Novecento.
Oggi tale miracolo sembra dimenticato. Invece bisognerebbe ricordare che passare dalla poesia, o dal romanzo, al cinema, equivale più o meno a trasformare un eremita in un dj. Perché in effetti, ed ecco un’altra delle contraddizioni del personaggio, la severità luterana del moralista finì per scontrarsi con il protagonismo di una star capace di regnare sul mondo della celluloide. Da qui gli equivoci che scatenarono contro di lui un’ignobile campagna di diffamazione, con tanto di imitatori televisivi chiamati a parodiare il cineasta e la sua ostentata omosessualità. Resta infatti da menzionare l’ultimo aspetto di Pasolini “santo e martire”. Autore maledetto ma celebrato, blasfemo ma riverito, abituato a scagliare le provocazioni dal pulpito del Corriere della Sera , Pasolini incarnò la figura della vittima sacrificale, testimoniando di una visione del mondo che ancora non ha cessato di dividere i suoi interpreti. Audacissimo premonitore di una società dominata dall’omogeneizzazione e dal pensiero unico, oppure nostalgico cantore di un ideale arcadico, agreste ed irreale? Probabilmente entrambi. Ciò che conta è il suo lascito artistico, così incredibilmente vario, complesso e plastico, specialmente nel cinema. Senza citare i più noti capolavori ( Accattone, il Vangelo secondo Matteo o Mamma Roma), basterebbe ricordare la struggente bellezza di cortometraggi quali Che cosa sono le nuvole? O La ricotta, nonché documentari (?) come La Rabbia o Appunti per un’Orestiade africana . Regista senza eguali. Pasolini seguiva la lezione del Neorealismo, ricorrendo ad attori non professionisti: tuttavia, invece che dalla strada, preferì prenderli dalla critica, dalla letteratura o dalla filosofia – vedi le apparizioni di Giorgio Agamben, Alfonso Gatto, Francesco Leonetti, Enzo Siciliano, Mario Socrate e tanti altri. Con la stessa disinvoltura, sapeva poi ricorrere a un cantante di successo (Domenico Modugno), a un atleta (Giuseppe Gentile) o a un supremo soprano (Maria Callas), senza dimenticare il colpo di genio: trasformare un attore d’avanspettacolo, sia pure sublime come Totò, in una irraggiungibile maschera tragica.
Scandalo, scandalo e scandalo. Non era solo questione di costumi sessuali: Pasolini godeva nel violare il cupo conformismo di una borghesia rimasta forse la più piccola d’Europa. Nel catalogo della mostra, il compianto Gianni Borgna ha notato come nel XX secolo, fatta eccezione per Rossellini e Moravia, gli artisti che hanno meglio interpretato Roma (da D’Annunzio a Pirandello, da Gadda a Fellini) non fossero romani. Ebbene, se Pasolini è fra questi, non è un caso. Dopo Bologna e Casarsa, infatti, solo la capitale, come un grande Teatro, poteva accogliere in modo adeguato un’opera quale la sua, portentosa, “mostruosa” nel senso letterale del termine.

AUTORITRATTO
A destra un autoritratto a pastello di Pasolini (1975) e una foto del regista sul set di Teorema ( 1968); in alto, ritratto di Laura Betti scattato da Dondero

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Noi, ragazzi della Fgci affascinati dalla sua eresia

WALTER VELTRONI

ERAVAMO un gruppo di ragazzi che pensavano, speravano, credevano di poter cambiare il mondo e la vita. Era talmente bello pensarlo, e pensarlo con altri, che in fondo, grazie a quel sogno di una cosa, la vita dentro di noi era già cambiata. Eravamo i giovani della Organizzazione giovanile del Pci, nella meravigliosa e interminabile primavera che ci sembrava di vivere, alla metà degli anni Sessanta. Eravamo strani, eterogenei, curiosi. Ci piaceva il cinema e la letteratura, andavamo alle riunioni di partito con nella mente Lukács e Godard, Salinger e Tenco. I grandi, quelli del Partito, quelli che dirigevano, ci guardavano con intelligente stupore e ci lasciavano fare, magari preoccupati. Si fidavano di noi e credo in fondo pensassero che quel nostro disordinato eclettismo fosse l’incarnazione del tentativo di Berlinguer di portare al confine massimo possibile identità e apertura del Pci. Pasolini era una nostra passione culturale. Ci piaceva il suo pensare libero, ci piaceva il suo giudizio critico sulla modernizzazione, la sua storia di intellettuale perseguitato, anche dal Pci, per le sua scelte personali. E ci piacevano i suoi libri, le sue poesie, i suoi film. Lui aveva interesse e simpatia per noi e partecipò attivamente al nostro lavoro culturale. Anche a lui piaceva in fondo la libertà con la quale ci muovevamo, ritrovava forse quello “scandalo del contraddirsi” del quale aveva parlato in Le ceneri di Gramsci. Gli piaceva che dentro una chiesa grande ci fossero dei corsari curiosi, dei giovani che attraversavano trasversalmente, almeno con le domande, tutte le forme del pensiero, senza atteggiamenti ideologici. Quando Pier Paolo morì fu un grande dolore. E il più bravo di tutti noi, Gianni Borgna, parlò ai suoi funerali. Da allora non ci siamo più lasciati. Come dimostra la mostra su Pier Paolo di Gianni e il lavoro che insieme abbiamo fatto, e che non è finito, per capire come sia morto davvero uno dei più grandi e liberi intellettuali italiani del Novecento.

COMIZI D’AMORE
In alto Pasolini intervista Antonella Lualdi sulla spiaggia del Lido di Venezia per Comizi d’amore ( 1963)
IL DECAMERON
Pier Paolo Pasolini fotografato sul set durante le riprese del film Il Decameron ( 1971) tratto dall’opera di Boccaccio
IL VANGELO
Pasolini con Enrique Irazoqui, durante una pausa sul set del Vangelo secondo Matteo (1964), a Matera
MAMMA ROMA
Pasolini fotografato insieme ad Anna Magnani durante la lavorazione del film Mamma Roma ( 1962)

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Le sue parole oltre la maschera del santino laico

Ridurre questa figura chiaroscurale soltanto all’icona pop dell’“Io so” è il peggiore torto che le si può fare

BENEDETTA TOBAGI

POLYTROPON : l’aggettivo sommamente ambiguo e di fatto intraducibile con cui Omero introduce Ulisse nel primo verso dell’ Odissea ( l’uomo “dai molti percorsi” e “di multiforme ingegno”, una sola parola che lo dice versatile e insieme sballottato dalla sorte) s’attaglia a Pasolini come a nessun altra figura di intellettuale italiano. Ce lo ricorda il sottotitolo della mostra, “cinema arte fotografia letteratura poesia critica” (e tralascia persino qualcosa: il polemista dei quotidiani, per esempio). Somma espressione di un passato irrimediabilmente perduto? Pasolini fu eccezionale, inattuale e unico anche nel suo tempo, viene da rispondere a caldo ai nostalgici. La sua poliedricità induce a pensarlo come un uomo del Rinascimento, ma capace di muoversi con disinvoltura tra i media e linguaggi più nuovi. Creatura piena del Novecento, è stato tuttavia – prima ancora che nostalgico del perduto Eden precapitalista o “reazionario” – “un uomo antico”, come rivendicava lui stesso. «Ho letto i classici», diceva (e con quale potenza ha saputo penetrarli e ridonarceli! Ricordate come smaschera la “pedagogia nera” di una certa psicoanalisi e l’invidia del padre nel film Edipo Redel ’67?), e altrove, ancora, «mi appartenevano biblioteche… gallerie, strumenti d’ogni studio»: una cultura classica che nutrì la sua incessante vocazione di pedagogo. Da qui, forse, si può ripartire, per capire da dove può nuovamente germogliare qualche pollone di quella radicalità pasoliniana, di cui oggi, in tanti, sentono una feroce mancanza.
La produzione multiforme di Pasolini si nutrì di una placenta di cultura vasta, meditata a lungo e intensamente vissuta, con la pelle sempre esposta alle bruciature del reale. In questa dimensione di profondità matura il suo sguardo, a tratti così penetrante da apparire, a posteriori, profezia. Ma la “visionarietà” era, letteralmente, “capacità di visione”: produrre di visioni che c’illuminino sulla realtà è d’altra parte il compito primo di pensatori e artisti, ha sintetizzato Belpoliti. Artista, in questo senso, Pasolini lo fu sempre. Poeta, innanzitutto, se teniamo a mente che la poesia, prima ancora che forma d’espressione artistica, è postura esistenziale. Si dimentica spesso che l’intellettuale engagé per eccellenza, immerso fino al collo nei conflitti del suo tempo, sapeva innanzitutto “raccogliersi in sé e pensare” (parole di un verso degli anni Cinquanta che si specchiano fin dentro le ultime fotografie che lo colgono assorto, solitario, davanti alla macchina da scrivere, al tavolo di lavoro). In questo senso, appiattire la sua figura chiaroscurale a icona pop del martire, arenarsi nel cordoglio per la morte del profeta e del vate ineguagliabile, ridurre la sua opera complessa e contraddittoria a una serie di slogan – per tutti: l’uso e abuso dell’“Io so ma non ho le prove”, svuotato del significato urticante che aveva nel ’74 e ridotto a vacua formula rituale, rifugio per chi non vuol affrontare la fatica di andare a conoscere e vagliare le prove e i fatti accumulatisi nei quarant’anni successivi – è il peggior torto che possiamo fargli.
Allora è sacrosanto raccogliere l’invito che lancia l’italianista Pierpaolo Antonello in un recente saggio: Dimenticare Pasolini , quello ridotto a santino laico, e andare a rivedere, rileggere, riascoltare il Pasolini vero, farsene provocare, illuminare, irritare direttamente. Più che flagellarci piangendone l’assenza, scoprire da quanto metodico studio e lavoro venisse la qualità del suo sguardo. Sondarne la profondità in prima persona, ossia “mangiarcelo in salsa piccante” (Belpoliti) per cavarne nuova energia.

Bisogna rileggere l’autore vero al di là degli slogan che lo coprono

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