Dalla rassegna stampa Libri

Essere giovani a Berlino Cent’anni di unioni nella città che divide

Nel suo nuovo romanzo-saggio Mario Fortunato traccia una mappa sentimentale della capitale tedesca A partire da Isherwood e Auden ai tempi del nazismo

NEI vecchi film western poggiare l’orecchio sulle rotaie era una forma — tra il tattile e il tecnologico — di divinazione. Far aderire l’orecchio al binario significava contattare in qualche modo il futuro. Se il ferro vibrava la predizione era presto fatta: sarebbe arrivato il muso di una locomotiva a vapore. Se il ferro restituiva freddezza o calore, il tempo poteva riservare molte cose ma non certo treni in arrivo. Le voci di Berlino, il nuovo libro di Mario Fortunato, è un fascinoso, elegantissimo, congegno di ascolto del tempo. «Thomas non riusciva a concentrarsi su nulla. […] L’unica cosa che per qualche ragione sembrava interessarlo era tentare di seguire il percorso e la prospettiva di quelle strade che attraversavano la città da est a ovest, quasi che dovesse ricostruire a rovescio la topografia di Berlino». Le rotaie su cui il narratore appoggia l’orecchio sono le linee, reali e immaginarie,che attraversano Berlino, gabbandone la leggendaria tanto quanto dolorosa divisione in due. Le linee che Fortunato traccia in terra disegnano una mappa temporale, ancora prima che spaziale. Dentro ci sono le storie degli anni berlinesi di Christopher Isherwood e Wystan Auden, ragazzi catturati da un vento insieme erotico, iniziatico e sinistro: gli spifferi del nazismo cominciavano a farsi sentire nella città in fermento. «Berlino appariva alla fine degli anni venti del secolo scorso come il centro dell’Europa. Tutto ciò che era sperimentale e inconsueto veniva da lì». Ma ci sono anche i fratelli Mann figli di Thomas, Erika e Klaus, uniti e divisi negli anni, in un elastico di vitalismo e disperazione. E c’è la storia di Marinus van der Lubbe che nel febbraio del 1933 appiccò un incendio al Parlamento una settimana prima delle ultime elezioni libere tedesche. Lo chiamavano Rinus, «un ragazzo olandese di ventiquattro anni, scoperto mezzo nudo e stordito dal fumo, nel Reichstag in fiamme ». Le voci di Berlino— che è in definitiva un romanzo di storie — sale su lungo la linea del tempo, passando attraverso le rovine postbelliche cantate da Marlene Dietrich (“Amidst the ruins of Berlin / Trees are in bloom as they have never been”), la costruzione del Muro nell’agosto del 1961, il disorientamento dell’89 quando venne giù, per poi concludersi nella città mitizzata degli anni Zero. La maggior parte sono storie di coppie: gli amori omosessuali nei dintorni di Nollendorfplatz, quelli fraterni e morbosi tra l’Europa e l’America, le famiglie divise dal Muro, i tentativi di raggiungere l’altra parte scavando un tunnel sotto la strada. In fondo una linea è qualcosa che collega due punti, ed è attraverso queste coppie che Mario Fortunato traccia le linee che disegnano la mappa di questo libro sulla giovinezza. Quasi un secolo di linee («All’incirca un secolo fa, una sera di ottobre, il termometro stazionava sullo zero e anch’io mi trovavo da quelle parti ») per provare che cosa sia non tanto l’essere giovani quanto, più malinconicamente, l’esserlo stato. Su queste storie, su quelle rotaie, chi racconta appoggia l’orecchio. Sa bene che quando si è giovani davvero sui binari si cerca l’equilibrio, con le braccia allargate. Si tenta di non cadere, e però si prova un piacere sottile quando succede. Ecco. Poi si cresce, e un giorno semplicemente ci si trova inginocchiati lungo una ferrovia ad ascoltare le rotaie. Non più per divinare il futuro, quanto forse piuttosto per sentire la nostalgia struggente e liberatoria di un treno passato.

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