Dalla rassegna stampa Libri

Storia di Caterina, vestita da uomo per amare fanciulle

…A seguito di una delle sue avventure, finì uccisa nel 1743, a 24 anni…

La romana Caterina Vizzani, attorno alla metà del ‘700, si costruì l’identità di Giovanni Bordoni, maggiordomo e cameriere, per potere amare altre donne in libertà, tanto da conquistare pure la fama di «donnajuolo». A seguito di una delle sue avventure, finì uccisa nel 1743, a 24 anni. Ma non sono solo il suo coraggio e la sua determinazione (condivisi per altro con altre ragazze del suo tempo) ad essere portati alla luce, per la prima volta, nel saggio del sociologo Marzio Barbagli. Il professore emerito all’Alma Mater, infatti, in Storia di Caterina, che per ott’anni vestì abiti da uomo (Il Mulino, 243 pagg. 16 euro, che sarà presentato lunedì alle 18 all’Ambasciatori) mostra e analizza quello che accadde attorno a lei. A partire dalle parole del medico Giovanni Bianchi, che si trovò davanti il corpo di una ragazza che tutti credevano essere un giovanotto.
Cosa disse di così «rivoluzionario»?
«Bianchi, nato a Rimini, insegnava anatomia a Siena e lì, all’ospedale di Santa Maria della Scala esaminò il corpo di Caterina e scrisse un breve saggio in cui per la prima volta sfatava i miti di allora».
Cioè che l’omosessualità fosse una malattia?
«Si parlava di clitoride ingrossata e lui descrisse una ragazza perfettamente normale. Si credeva poi che certi comportamenti fossero causa di depravazione ma Caterina era vergine, aveva l’imene intatto. Bianchi simpatizzò con lei e ne ricostruì la storia. Era immerso nel mondo cattolico ma era libero»
E bastò a creare scandalo?
«La stessa Laura Bassi, eppure donna di scienza, lesse il breve saggio di Bianchi e si scandalizzò, ma non fu certo la sola».
Il caso di Caterina è quindi emblematico?
«Piuttosto che emblematico è raro. Non si sa molto sull’amore fra donne, ci sono pochi casi documentati, come quest».
Eppure non è così conosciuto…
«L’omosessualità in Italia è ancora un tabù. E poi c’è una sorta di strano tacito accordo tra sociologi per cui di omosessualità femminile si occupano solo studiose lesbiche e di omosessuali maschi solo studiosi gay…».
All’estero è diverso?
«Caterina è citata molte volte in saggi inglesi e americani, anche perché lo scritto di Bianchi venne tradotto in tedesco e in inglese tra il 700 e l’800 — io l’ho “incontrata” 20 anni fa — ma nessuno aveva mai scritto un libro su di lei. Comunque, sì, in Usa o nel resto d’Europa gli studi sulla sessualità in generale sono più ampi.
Quali fonti si utilizzano per la storia sull’omosessualità?
«Più che altro giudiziarie, a causa delle lunghe persecuzioni. Ci sono anche donne che amavano le donne date al rogo. Ma sono molto meno dei maschi condannati».
Nel suo libro parla anche di amore tra donne nell’arte e nella letteratura…
«Le donne cominciano a parlare e scrivere di sé nel ‘500, ma spesso non sono esplicite. Il linguaggio poi la dice lunga: il termine lesbica compare nel ‘500 ma è una connotazione geografica — le abitanti di Lesbo — ed è utilizzato solo dagli studiosi. Oppure c’era la trìbade, dal greco, o la fricatrice, inn latino, ovvero una che si sfrega contro l’altra. Omosessualità è un “concetto” contemporaneo».
A che punto siamo oggi con i pregiudizi?
«Un’indagine Istat del 1978 rivela che il 70 per cento degli italiani giudica l’omosessualità una malattia. Nel 2011, ancora il 25 per cento. I mutamenti sono molto lenti».

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