Dalla rassegna stampa Personaggi

La passione di Pasolini secondo Sgorlon

Il romanzo mai pubblicato sullo scrittore «maledetto» e assassinato nel ‘75

UDINE — Tre grandi scrittori e un fantasma. Carlo Sgorlon, in veste di autore romanzesco. Pier Paolo Pasolini, in quella di soggetto letterario. Biagio Marin, come suggeritore. E il fantasma? Si chiama Oreste, ed è protagonista del romanzo inedito Nel segno del fuoco (di cui accanto pubblichiamo il finale).
Ma procediamo con ordine. Il 2 novembre del 1975, come tanti ricordano, il corpo di Pier Paolo Pasolini, il volto orribilmente sfigurato, viene ritrovato vicino all’idroscalo di Ostia. Che l’assassino sia uno dei ragazzi di vita tante volte magistralmente descritti dallo scrittore, e che le ragioni del delitto possano essere abbiette, a lungo non viene accettato da una parte della sinistra culturale italiana, che farnetica di «complotto fascista». Gli spiriti indipendenti invece sono turbati da tutt’altro: il fatto cioè che il dramma umano di un grande e poliedrico artista possa essere prima strumentalizzato, quindi rimosso.
Tra questi ultimi ci sono il friulano Carlo Sgorlon e il poeta di Grado, Biagio Marin. Da sempre entrambi «sentono» Pasolini come uno dei loro, pur non frequentandolo abitualmente. Vicinanza etnica e geografica, certo — Pasolini è anch’egli di quelle parti — e inoltre coscienza del fatto che il sulfureo P.P.P., pur nella fantasmagoria delle sue incarnazioni — poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, giornalista eccetera — attinge sempre gran parte delle sue linfe vitali dal ricordo della piccola patria comune.
Dunque, in quel fatale anno 1975, Biagio Marin scrive a Carlo Sgorlon una lettera accorata. È appena tornato dal funerale di Pasolini, e si rammarica di non avervi incontrato l’amico Sgorlon (ignora che lo scrittore allora non era in possesso né di macchina né di patente, e la trasferta in quell’occasione gli era risultata impossibile). La lettera contiene una preghiera che l’autore de Il trono di legno non può ignorare: scriva subito, a caldo, un libro dove si racconti la verità su P.P.P. Non da un punto di vista critico né biografico né politico, bensì in modo da «accoglierlo tutto e risolverlo nella sua tragedia».
E Carlo Sgorlon, come obbedendo a un buzzatiano, austroungarico comando, si mette a scrivere. Lo fa nel suo solito modo: affidandosi di getto alla sua mitica «penna d’oro», senza quasi correggersi, salvo poi coinvolgere la moglie e consigliera, Edda, nella stesura dattiloscritta. E tuttavia, dentro alla camera oscura della sua ispirazione, avviene qualcosa di imprevisto. Dalla penna non fluisce l’inconfondibile stile sgorloniano, favolistico e quasi ipnotico, per il quale raccoglie ovunque consensi e lettori, ma un saltellante e nervoso rincorrere emozioni e avvenimenti, quasi che per miracolo letterario l’autore fosse penetrato nella psiche del suo personaggio. Sgorlon si trasforma in Pasolini, arriva a condividere i suoi febbrili pensieri, in una girandola di immagini e metafore che paiono espressionistiche e quasi barocche. Inoltre — a sottolineare la libertà d’ispirazione e una rispettosa distanza dall’oggetto — Carlo Sgorlon trasforma l’eros torbido e tormentato di Pasolini in una pulsione estrema ma ortodossa, non più omosessuale ma dongiovannesca; senza comunque arretrare dal terreno della trasgressione e dello scandalo.
Il risultato, sottoposto al responsabile della narrativa Mondadori Alcide Paolini, provoca stupore unito a innegabile perplessità. Il tema scotta, ed è svolto da uno scrittore famoso; ma questi spiazza i suoi stessi lettori creando un personaggio che è Pasolini, ma allo stesso tempo non è lui. E lo fa in uno stile diverso, impossibile da attribuire ad alcuno dei due. Dunque, secondo Paolini, prima di pubblicarlo è necessaria una «rastrematura» (che avvia subito lui stesso). Ma i dubbi e le perplessità evidentemente aleggiano fra le due parti, la Milano mondadoriana e la casa udinese di Sgorlon. Intanto l’Italia sta vivendo la «questione Pasolini» come un dramma nazionale, e alla fine accade l’imprevedibile: Carlo Sgorlon accantona senza spiegazioni il romanzo. Già la sua mente «instancabile come una stufa sempre accesa» sta consumando altra legna; ci pensa la moglie Edda però a salvare il dattiloscritto dal cestino, ed è grazie a lei che, oggi, possiamo parlarne.
Tanti anni dopo, esso getta una luce speciale sulla personalità dello stesso Sgorlon. Tra lui e Pier Paolo c’era stato solo un fuggevole contatto a Cervignano; ma si era sviluppato comunque un curioso «corpo a corpo» letterario a distanza. Del compatriota, Sgorlon dava un giudizio a due facce: tra la passione e l’ideologia di Pasolini prediligeva nettamente la prima e diffidava della seconda. Considerava una sua «ancora di salvezza» il «rimpianto per la civiltà contadina», mentre metteva in guardia dalla «sua lucida follia» e dal «cupio dissolvi ». Si lasciava affascinare dal «dilettante di sensazioni» quasi dannunziano, ma criticava la sua tendenza «al narcisismo», o addirittura alla «megalomania pontificale». Pasolini, di rimando, stroncò Il trono di legno pur dando a tratti l’impressione di lodarlo, ma in definitiva accusandone apertamente l’autore di aver rimodulato «in falsetto» lo stile narrativo di Elsa Morante. Al che — e questo la dice lunga sulla personalità di Sgorlon — la vittima rispose con parole misurate ma ferme, senza mai scendere nella lite aperta. Tanto che nel 1975, all’invito di Biagio Marin, rispose gettandosi a capofitto Nel segno del fuoco .
Leggendolo oggi, si è colti da una sensazione dapprima di inquietudine, poi addirittura di perturbamento. Ci sono pagine — nel capitolo in cui Oreste-Pier Paolo scopre il sesso attraverso la visione sconvolgente della madre nuda, immersa in soffitta in un bagno di sole — di una forza abbagliante. Altre — come quelle finali che qui pubblichiamo, in cui Oreste trova una morte assurda alla periferia di Roma sulle tracce di Pasolini — permettono di cogliere quello strano processo di immedesimazione tra Sgorlon e P.P.P., così pronunciato da imporre uno stile diverso a colui che scrive.
E ora? Edda Sgorlon è alla ricerca, tramite la Mondadori, di un modo per evitare che vada dispersa l’opera del marito: sia quella edita, che l’altra mai pubblicata, narrativa e saggistica. Qualunque ne sia l’esito, Il segno del fuoco è destinato a rimanere una testimonianza, unica probabilmente, di ciò che ha significato essere scrittori, nella carne e nel sangue, al crepuscolo del Novecento.

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Il capitolo finale del romanzo inedito Nel segno del fuoco

«Non aveva fatto altro che fuggire per tutta la vita»

Ogni tanto si voltava, sperando nel miracolo che gli uomini avessero rinunciato all’inseguimento. Ma avevano ceduto solo di pochi metri, ed erano tutti molti più giovani di lui. Oreste correva e correva, il corpo teso in uno spasimo solo, e s’immaginava che sarebbe riuscito a stancarli, che possedeva energie più cospicue di loro, e che la sua vitalità era senza fondo. Finirono le case dei baraccati, e Oreste ebbe la sensazione di essere solo in un quella campagna sabbiosa, per chilometri e chilometri, e tutti gli altri esseri umani si fossero ritirati in qualche ansa misteriosa del mondo. Voltandosi, gli sembrò che due dei suoi inseguitori avessero in mano qualcosa, un randello, un pezzo di legno. Fu attraversato dalla sensazione di fuggire verso il nulla. La campagna era senza un albero e senza una casa. «Aiuto! Aiuto», gridò, e gli parve che il grido non fosse suo, che non provenisse da lui, ma da un altro se stesso, da un animale spaventato che sapeva vagamente di avere dentro di sé, anche se finora non era mai venuto allo scoperto. Capì che la sua speranza di essere sentito da qualcuno era un’assurdità, perché il mondo era diventato un sahara sterminato, e non c’era niente se non lui che fuggiva, e i suoi inseguitori col randello brandito. Incespicò, cadde, si rialzò e si accorse di avere in bocca un sapore di sabbia e di terra. Non aveva fatto altro che fuggire, per tutta la vita, e per tutta la vita era stato inseguito da qualcosa di enormemente più grande di lui… Capì che era rimasto troppo a lungo nel palazzo che bruciava, che non era saltato giù a tempo, e ormai era coinvolto dalle fiamme. Sempre, per tutta la vita, aveva sentito la necessità di stare nell’occhio del ciclone, dove maggiormente ribolliva la tempesta, e stava per pagarne lo scotto.
Un’altra volta inciampò e crollò giù stramazzato. Provò l’impressione di essere andato a sbattere la testa con estrema violenza contro un muro di cemento, o una fontana d’acqua tiepida, perché qualcosa di caldo gli scendeva sulla faccia e lo acciecava. Gli urti continuavano (… ).
Tentò di alzarsi, barcollando, ma subito ricadde, e risentì l’odore e il sapore della terra. Capì che mai più sarebbe tornato ad essere un uomo che stava in piedi sulle sue gambe, che ormai, per il resto del suo vivere, sarebbe stato un animale terragno, come un verme o un serpente (…). Cercò di gridare ancora aiuto, ma da lui non uscì nessuna voce. Qualcosa non gli obbediva, e il suo corpo non gli apparteneva più. Sentiva dei rumori, degli scricchiolii, il rombo di una corrente, e non sapeva più che cosa fosse fuori e cosa dentro di lui. Udì ancora uno sgocciolio di una fontana, e non sapeva se nelle vicinanze ci fosse una fontana malchiusa, o se fosse lo sgocciolio del suo sangue che andava formando una pozza sotto la sua testa.
Intuì che non sarebbe più riuscito ad alzarsi, nemmeno in cento anni di sforzi, perché le forze misteriose che gli erano state alle calcagna per tutta la vita lo avevano raggiunto, in quella campagna deserta, e per lui ogni salvezza era negata e sigillata per sempre. Sentiva nella testa un gran brusìo, e quel rumore di cascata, ma non un vero e proprio dolore, piuttosto una dolenzìa soporosa, e sotto di essa un senso di pace e di tranquillità. Immaginò con una strana sensazione di appagamento la pozza di sangue che si andava formando sotto la sua testa, e rimpianse di esser divenuto cieco e di non riuscire a vedere ancora una volta le cose che lo circondavano, il cielo nero, le stelle riemerse dopo il temporale, il profilo della città lontana. Non sentiva più il fischio del vento, né il rombo dei tuoni, né il rumore di automobili, né vicine né lontane, né l’abbaiare di un cane, né squittii, o bramiti, o ruggiti, perché tutti i mostri avevano cessato di scatenarsi nella città terrificata, ed erano ritornati silenziosi nei loro angoli bui, nei parchi, dietro le terme semidistrutte, si riaddormentavano come angeli mansueti, e svanivano pian piano nel nulla.

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Gli altri temi della sua opera

L’antologia critica intitolata Carlo Sgorlon scrittore friulano (edita dal Comune di Udine- Biblioteca Civica «V. Joppi», pp. 165, a cura di Romano Vecchiet, tel. 0432.271583 e appena pubblicata) contiene vari saggi e testimonianze sull’opera del narratore friulano. Gli interventi tematici intorno ai suoi scritti e alla poetica, includono tra l’altro la funzione del mito e della figura femminile, la struttura della fiaba, gli influssi della letteratura mitteleuropea, il ruolo del sacro. Vi è incluso anche, per concessione della vedova Edda, il capitolo iniziale del romanzo inedito Nel segno del fuoco , presentato in questa pagina. Carlo Sgorlon, nato nel 1930, è scomparso nel 2009. Tra le sue opere più famose, oltre al capolavoro Il trono di legno (1973): La conchiglia di Anataj e La malga di Sîr , tutti pubblicati dalla Mondadori.

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