Dalla rassegna stampa

Giovanni Minerba presenta il libro "Negli occhi il cinema, nelle mani l'amore. Storia di Ottavio Mario Mai al circolo Milk di Milano

… non c’era, non arrivava in Italia, un cinema che ci poteva rappresentare, però i film c’erano e di questo ce ne siamo accorti subito…

Il circolo di cultura omosessuale Harvey Milk di Milano, ha organizzato, venerdì 17 gennaio scorso, presso la sede del Guado di via Superga 36, la presentazione del libro “Negli occhi il cinema, nelle mani l’amore. Storia di Ottavio Mario Mai“, graphic novel di Giovanni Minerba, Elsi Perino e Mattia Surroz. Presente l’autore Giovanni Minerba, direttore del Torino GLBT Film Festival “Da Sodoma a Hollywood”. Ha moderato l’incontro lo scrittore e regista Alessandro Golinelli. Ha fatto gli onori di casa Alessandro Rizzo, coordinatore del gruppo cultura del circolo Milk.

Della serata riportiamo qui di seguito, per ragioni di spazio, solo alcuni degli interventi.

Alessandro Golinelli – Giovanni, tu sei una persona che ha diviso con Ottavio naturalmente anche il privato, però, prima di parlarci del privato, raccontaci invece come era il suo carattere pubblico, cioè che cosa ha dovuto metterci di energia Ottavio per arrivare dov’è arrivato… perché bisogna metterci tanta energia per fare certe cose.

Giovanni Minerba – Di energia lui ce ne aveva, forse anche troppa. Diciamo che in qualche modo la spinta finale è stata mia. Noi andavamo spesso al cinema, e ovviamente quando c’era per caso qualche film dove si trattava il tema (gay), andavamo a vederlo, perché il cinema ci piaceva comunque … E tutte le volte succedeva che il personaggio, o i personaggi, erano rappresentati in un modo che non ci piaceva. E allora, usciti dal cinema, alé, la solita discussione, ‘ma questi, come fanno a fare questi film, come fanno ..’ e io gli dicevo sempre ‘vabbè … Ma tu come fai a dire sempre le stesse cose, comprati la telecamera e fatteli da solo i film che ti piacciono’. Alla millesima volta l’ha fatto. L’indomani mattina è andato a comprarsi la telecamera e abbiamo incominciato il nostro lavoro. Il suo carattere era quello. Lui non era mai contento. Ovviamente erano in pochi ad essere contenti di quella che era la realtà di quegli anni, fine anni ’70, inizio anni ’80. Quindi tutto parte da quello, era insoddisfatto di quello che aveva intorno, di quello che riusciva a percepire, a cominciare, posso dirlo ancora adesso, dal movimento gay stesso. Ancora oggi siamo sempre lì a cercare di capire cosa può succedere, cosa qualcuno può darci; aspettiamo che qualcuno ci dia qualcosa e intanto tutto continua a sfilacciarsi. Questo per colpa del movimento stesso e nello stesso tempo, bisogna dire, per colpa della politica stessa, che non si prende nessuna responsabilità.

Alessandro Golinelli – E’ vero che il movimento gay in qualche modo delude sempre un po’ tutti, però è anche vero che probabilmente senza quel movimento torinese..

Giovanni Minerba – Ma certo..

Alessandro Golinelli – Perché poi il Fuori era torinese, questo festival è a Torino anche perché c’era un contesto storico che in qualche modo è nato lì. Raccontaci un po’, tu che c’eri in quel contesto: c’eri tu, c’era Pezzana, chi c’era, che cos’era?

Giovanni Minerba – Il Festival parte anche per un motivo di disaccordo con il movimento gay. Perché? Perché non c’era, non arrivava in Italia, un cinema che ci poteva rappresentare, però i film c’erano e di questo ce ne siamo accorti subito, con il nostro primo film, andando in giro per i festival in Europa. Noi nel Fuori eravamo le pecore nere, soprattutto perché a noi interessava il cinema, interessava la parte culturale del movimento. Ad un certo punto non ci stava più bene starci dentro. Abbiamo fatto insieme al Fuori la prima rassegna di cinema gay al cinema Artisti, questo nel 1982. Poi abbiamo collaborato con l’AIACE. C’era stata una possibilità importante insieme all’Arci, questo quando ancora l’ArciGay non esisteva, però c’era già Don Marco Bisceglie. C’era stato un aggancio con l’Arci per fare qualcosa di più importante rispetto al cinema. Il Fuori ci bloccò, e noi siamo usciti dal Fuori, abbiamo abbandonato il movimento, in quel momento li.

Alessandro Golinelli – C’è da dire una cosa, che la sinistra, non so se il Fuori era di sinistra o non lo era, comunque un certo tipo di sinistra italiana, di comunicazione non ci ha mai capito niente. Perché in realtà ha continuato a sbagliare sulla comunicazione, io credo fino a domani, sottovalutando un aspetto chiave dell’omosessualità. In quel momento l’aspetto chiave era la visibilità, ci sentivamo invisibili, non sapevamo nemmeno che c’erano altri intorno a noi. Adesso è diverso, perché adesso uno va su internet e si accorge che ci sono miliardi di froci. In Italia non ci si rende conto che uno dei motivi dell’elezione di Obama negli Stati Uniti, sono stati i ‘Jefferson’, una sitcom di neri americani. Queste cose contano. E questa vostra intuizione era una intuizione politica, perché era una intuizione di chi capiva che la comunicazione, nel momento in cui si parla di diritti e di diversità, era fondamentale, perché il diverso nel momento in qui viene visto non è più isolato.

Giovanni Minerba – In quegli anni la prima coppia gay in televisione siamo stati noi. Successe un casino della madonna, da parte della Chiesa e da parte della politica. Un casino per una semplice frase. Eravamo in una trasmissione di meta pomeriggio su RAI 2: ‘L’amore è una cosa meravigliosa’, la teneva Sandra Milo. La trasmissione funzionava così: lei intervistava gli innamorati e faceva vedere dei pezzi di storia della vita delle persone; in questo caso fece vedere delle foto. Una delle foto che loro, della trasmissione, avevano scelto (perché noi gli avevamo mandato un pacco di foto), era di una manifestazione che noi avevamo fatto, insieme al Fuori a Torino, davanti all’arcivescovado, il giorno dopo che Papa Wojtyla a San Francisco aveva fatto una delle sue solite affermazioni sui gay. I fotografi dei giornali ci hanno fatto delle foto che poi sono uscite. Loro avevano scelto questa foto e lì Sandra Milo ci fa: ‘Qui dove siete?’, ‘Qui siamo davanti all’Arcivescovado in una manifestazione, il giorno dopo che …’. Finita la trasmissione, lei è sparita, non si è fatta neanche salutare e noi non abbiamo neanche capito il perché. Siamo arrivati all’aeroporto, allora non c’erano i telefonini, e abbiamo telefonato a una nostra amica giornalista della Stampa per chiederle come era andata, visto che lei ci vedeva, e lei “Dove siete? Perché qui è successo un casino… È uscita un’ANSA, la Chiesa ha già fatto un comunicato di protesta…”. Questo perché noi avevamo utilizzato le parole ‘ una manifestazione contro il Papa, perché ha detto che..’. Stava per saltare la trasmissione di Sandra Milo, se non ricordo male ha saltato una puntata per quel motivo lì. Poi è venuto Costanzo, Costanzo è stato per tanti motivi molto vicino a noi, ad Alessandro stesso…

Alessandro Golinelli – Costanzo può avere avuto tanti torti, ma per la comunità gay ha fatto più lui che tutto il resto della televisione italiana messa insieme. Questo va detto. Prima di me ha invitato Aldo Busi, poi Vladimir Luxuria. Ha dato spazio per esempio anche a Stefano Marcoaldi, che era il Presidente dell’ASA, ha dato spazio ai sieropositivi togliendoli dagli stereotipi. Non è che il gay allora non ci fosse al cinema o in televisione, ma era o un delinquente o una macchietta.

Giovanni Minerba – Però Costanzo in una trasmissione mise insieme il torbido, Del Noce, e noi..

Alessandro Golinelli – I grandi cambiamenti in Italia sono avvenuti dalla fine degli anni ’80, agli inizi del 2000, dopo di che tutto si è fermato. Dal Gay Pride del 2000 i cambiamenti che ci sono stati sono legati soprattutto alle tecnologie, internet, Facebook e comunque è arrivata la televisione americana, perché poi in realtà i prodotti gay che vediamo in televisione, nel 90% dei casi sono americani. Poi c’è stato qualcosa, per esempio quella cosa di Lando Buzzanca, che non era affatto male. C’è stata una cosa girata dal tuo amico, Lino Banfi, che era carina. Però sono state poche cose…

Giovanni Minerba – Tu prima hai citato Lando Buzzanca, con quel suo telefilm importante ‘Mio figlio’, si è trattato anche di un cambiamento suo personale. Quindici anni prima, nel ’94, il mio primo film senza Ottavio ‘Orfeo il giorno dopo’ andò a Venezia. Era un cortometraggio e a Venezia lo avevano accoppiato ad un lungometraggio italiano, dove Lando Buzzanca era uno degli attori insieme a Paola Pitagora. Al festival di Venezia ci hanno messi seduti, gli ospiti dei film presenti, tutti insieme, Lando Buzzanca, Paola Pitagora, io, Damiano e qualche produttore dell’altro film. Il cortometraggio lo fanno passare prima. In attesa del film, si chiacchierava lì, Lando Buzzanca ebbe la felice idea di dire ad alta voce a Paola Pitagora: “A già, potevamo stare dieci minuti di più fuori, tanto adesso non c’è un corto di froci?” , non sapendo che c’ero io lì a fianco. Paola Pitagora gli ha dato quasi una sberla. Poi qualche anno dopo, lui ha fatto questo personaggio, credo uno dei personaggi più importanti rispetto ai telefilm per la Rai, che si chiamava ‘Mio figlio’, dove lui faceva il padre di un ragazzo omosessuale.

Alessandro Golinelli – Tra l’altro prendendosi anche un sacco di critiche addosso e rispondendo a dovere. Aveva anche preso delle posizioni abbastanza nette sui giornali…
Tornando a Ottavio c’era anche un aspetto ludico nel suo lavoro. C’era un gran divertimento nel fare queste cose. Era una visione dell’omosessualità allegra, finalmente. Anche in questo è stato un pioniere. L’idea di non far vedere l’omosessualità soltanto come una condizione di minorità e di dolore, ma invece come una condizione di soddisfazione, di divertimento, di gioia di amare, gioia di vivere, di quotidianità positiva, questo in Italia è rarissimo, in molti film a tematica, il gay è sempre triste e se non si suicida è perché gli danno delle pillole…
Oggi nella televisione italiana, se togli Montalbano, che almeno sino a qualche tempo fa era fatto in un certo modo, tutto il resto fa schifo, non è solo un problema di personaggi gay fatti male, tutti i personaggi nelle serie italiane sono mediocri.

Giovanni Minerba – Adesso la RAI sugli altri canali compra delle cose dall’estero e questo è già interessante in qualche modo.
Due anni fa a Torino partì una manifestazione, che è durata, e sta durando ancora, che si chiama “Vorrei ma non posso” cioè vorrei sposarmi, ma non posso. Gli organizzatori, l’Associazione Quore, uno di loro in particolare, un giovane film maker, decisero di fare un documentario su questo momento. Andarono ad intervistare vari esponenti politici. Mi fermo su uno di questi politici, Bersani, che disse in questa intervista “fate come hanno fatto le donne, un passo dopo l’altro, perché tutto insieme?”. Allora, cosa vuol dire che nel 2012, il movimento omosessuale doveva incominciare a fare un passo alla volta? Come se sino ad allora non avesse fatto nient’altro; evidentemente lui pensava a se stesso, che non aveva fatto niente.. Un passo alla volta.

Domanda dal pubblico a Golinelli: Tra la società e la politica in Italia chi è più indietro ?

Alessandro Golinelli – Sicuramente in Italia è più indietro la politica, molto indietro rispetto alla società, ma anche la società non è avanti come negli altri Paesi. Noi abbiamo un problema politico, ma anche un problema culturale, senza dubbio. E’ vero che l’Italia ha fatto grossi passi avanti, ma non dimentichiamoci che fino al 2000 non era uscita mai una riga sulla prima pagina di un giornale italiano che riguardasse l’omosessualità, a meno che non si trattasse di un delitto. Dopo il 2000 c’è stato un grande cambiamento, ma a chi dice adesso, o il matrimonio o niente, io rispondo che è una posizione giustificatissima, ma dopo di che, il risultato è niente.

Domanda dal pubblico a Giovanni: Su Ottavio, tu pensi che aldilà dei temi legati all’omosessualità, che sono diventati anche dei temi fortemente politici per voi, sul resto, sugli altri temi c’era la stessa passione, oppure questa lotta lo assorbiva completamente?.

Giovanni Minerba – Assolutamente no. Innanzitutto lui parte da Roma e va a fare il metalmeccanico alla Volkswagen a Düsseldorf. Per sopravvivere si tinge i capelli biondi, si finge tedesco, eccetera. Torna in Italia, alla FIAT, va a fare il metalmeccanico in un’altra azienda. I nostri lavori, i nostri film, non sono tutti a tematica. Noi abbiamo fatto in tutto una decina di lavori, forse non tutti per la RAI, ma cinque, sei lavori per la RAI, che non centravano niente con l’omosessualità. Poi ci mettevamo dentro qualcosa che facesse ricordare gli anziani, i bambini, la politica. Lui era incazzatissimo con la sua politica. Lui era un appassionato, indipendentemente dal discorso della tematica. Lui non era pubblico: si era dichiarato con i suoi e la cosa finiva lì. E con molti problemi anche all’interno della sua famiglia: solo con due fratelli aveva un certo tipo di rapporto, altri lo avevano escluso. Con l’incontro con me, è partito subito un discorso diverso. Quando io ho incontrato Ottavio, nel ’77, io già ero da qualche anno nel FUORI, mi ero sposato, separato ed ero arrivato al Fuori, tutto nel giro di cinque anni. E lui mi ha seguito subito, perché aveva bisogno anche lui di un qualcosa, di venir fuori, era la cosa per lui necessaria in quel momento. E l’ha fatto subito, l’abbiamo fatto subito, come io l’avevo fatto qualche anno prima con la mia famiglia. Ci siamo incontrati e abbiamo incominciato ad essere personaggi pubblici, già con il Fuori, poi con il Festival, il cinema ecc. Ma la nostra vita non era solo quella, per rispondere alla tua domanda. Anzi d’estate, mentre una volta si usava andare molto nei luoghi prettamente gay, noi andavamo in campagna, andavamo da mia madre, piuttosto che da sua cognata e stavamo abbastanza fuori dall’ambiente, ma non perché non ci interessava, ma perché ci interessava anche altro. Lui aveva un buonissimo rapporto con alcuni dei miei nipoti e con alcuni dei suoi. Lui aveva fatto dei lavori per la Rai sul meridione, sui meridionali a Torino, sui giovani alla ricerca del lavoro, questo già nell’80, quindi i suoi interessi erano assolutamente vari.

Domanda dal pubblico a Giovanni: Ma la scelta del cinema invece, come arte visiva, rispetto ad altre arti, è legata a quella provocazione di cui tu parli, quando dici che andavate a vedere i film, o c’era già una passione ….

Giovanni Minerba – Una delle sue tante professioni, chiamiamole così, era quella che da ragazzo andava a vendere i gelati nei cinema, allora si usava questo. Lui diceva sempre ‘Io ho visto forse mille volte La ciociara andando a vendere i gelati’, per dire uno dei tanti film che ha visto. La sua passione per il cinema era anche passione per il cinema in generale. All’università lui ha fatto solo un esame di cinema, poi tutto quello che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto da autodidatti. Però, un anno dopo il nostro primo lavoro, che si chiamava ‘La vita di Piero’, la RAI ci ha chiesto di farne il remake. Il nostro lavoro durava un’ora, noi abbiamo dovuto confezionare mezz’ora con la stessa storia, che era poi la mia storia, perché appunto noi partivamo sempre col raccontare le storie che conoscevamo, non si andava ad inventare, non ce n’era bisogno.
Dei racconti contenuti nel libro “In punta di cuore – Ottavio Mario Mai” solo uno è a tematica e si chiama ‘La salumaia’, gli altri hanno vari temi. Per esempio, quando è mancato Ottavio, per chi non lo sapesse Ottavio si è suicidato, il giornale L’Unità, mi chiese se c’era qualcosa di scritto da poter pubblicare, io feci leggere al giornalista dell’Unità, alcuni racconti che erano li (non erano ancora stati pubblicati). Egli scelse, per combinazione, o forse no, un racconto che si chiamava ‘L’albero suicida’, molto bello, che credo sia stato scritto in un momento suo molto particolare; non l’aveva scritto qualche giorno prima, l’aveva scritto da tempo.

Giovanni Minerba ha quindi voluto concludere l’incontro con un caldo elogio al nostro sito Cinemagay.it, che noi abbiamo molto apprezzato.

(a cura di Roberto Mariella)

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