Dalla rassegna stampa Cinema

DECOSTRUZIONE DI UN AMORE

…un racconto di formazione alla vita e alla sessualità, una bruciante storia d’amore, uno spaccato sociale, con venature di lotta di classe…

Nell’analisi di “La vita di Adele. Capitoli 1 & 2” di Abdbelatif Kechiche occorre considerare un punto di partenza che quasi nessuno ha sottolineato. Nell’incipit, nella classe in cui si trova Adèle, durante una lezione di letteratura, il professore legge alcune righe tratte da Marivaux (che torna nel cinema di Kechiche dopo La schivata [L’Esquive, 2003], in cui un gruppo di adolescenti nelle banlieu parigine cercavano di mettere in scena una sua pièce) in cui il drammaturgo, nella sua disamina dei rapporti interpersonali e sentimentali, sostiene che nella vita di ognuno può capitare di incontrare un’altra persona, del tutto casualmente, che cambierà la tua vita, in modo ineluttabile. Esattamente quello che accadrà ad Adèle che, passeggiando per le vie di Lille, con in sottofondo una musica araba che tornerà nello splendido finale, incrocia Emma, e rimane folgorata, dal suo sguardo, dai suoi capelli, dalle sue movenze. Un’attrazione fatale, un coup de foudre che segnerà per sempre la sua esistenza. Un film a tesi quindi? No, assolutamente no, anche se Emma insiste molto su un legame che rimarrà per tutta la vita tra loro due, anche dopo la separazione, quasi che quell’incontro fosse stato una sorta di profezia. Eppure questo tentativo di dimostrare una tesi è uno dei tanti elementi per certi versi paradossali di un film che al contrario non rimane mai statico, si mette continuamente in discussione, come le sue protagoniste, e lascia aperti interrogativi e sollecitazioni di ogni tipo.
La vita di Adele è un racconto fluviale che sarebbe potuto iniziare prima temporalmente e finire molto dopo, da un punto di vista cronologico; magari con qualche ardita ellisse che ci avrebbe portato molto avanti negli anni, o semplicemente, seguendo una delle tante piste narrative di cui è disseminato il film. A dispetto dell’idea del film “a due”, con due protagoniste assolute, il film di Kechiche ha moltissimi personaggi, certo minori, che però, sviluppati (e che sono stati sviluppati nelle settecentocinquanta ore di girato) potevano far prendere al film altre direzioni, altre suggestioni. Ma a Kechiche, appunto, ciò che interessa maggiormente, a dispetto, appunto dell’incipit, è di aprire interrogativi e dubbi, domande, punti sospesi.
Un altro paradosso, ha fatto sì che una certa critica, a livello internazionale, dopo l’unanimismo che aveva contraddistinto il passaggio trionfale al Festival di Cannes con la tripla Palma d’oro, abbia invece, insistito sulla schematicità del film: le contrapposte classi sociali a cui Emma e Adèle appartengono, la dicotomia tra arte e pedagogia. Certo da questo punto di vista La vita di Adele è un film tradizionale, non vuole rivoluzionare il linguaggio cinematografico o la sua narrazione. È un racconto di formazione alla vita e alla sessualità, una bruciante storia d’amore, uno spaccato sociale, con venature di lotta di classe. Nulla di nuovo, già raccontato e già visto al cinema migliaia di volte. Ma è il come Kechiche affronta queste tematiche che è assolutamente straordinario.
Adèle vive nella periferia di Lille, deve correre tutti i giorni dal piccolo cancello di casa per prendere l’autobus che la porta a scuola. Ha fame di vita, di nuove esperienze. È nuova a tutto. È curiosa, con quella bocca sempre aperta, («Ho sempre fame», dice al fidanzatino Thomas) del mondo, di quello che le ruota attorno. (Qui occorre dedicare qualche doverosa riga ad Adèle Exarchopoulos. Sarà perché da quando l’ho vista a Cannes ne sono ossessionato, ma ritengo davvero miracolosa la sua interpretazione, tanto quella della Seydoux, perfettamente complementari; e ancora una volta complimenti a Kechiche nello scoprire e valorizzare attrici praticamente sconosciute, da Sara Forestier in La schivata a Hafsia Herzi in Cous Cous [La graine et le moulet, 2007]). Ma è anche molto confusa, come gran parte degli adolescenti che si affacciano alle prime esperienze. Confessa candidamente alle amiche che la incalzano quotidianamente, e a Valentin, di non riuscire a capire perché non goda appieno delle attenzioni che le riserva Thomas. Altrettanto goffa è la prima esperienza lesbica, con il bacio convinto e sorpreso all’amica all’ingresso della scuola, seguito, poi, dalla delusione nel vedere che l’amica ha voluto giocare con lei e i suoi sentimenti.
Adèle è confusa, perché è una ragazza concreta, che cerca la concretezza e la stabilità. Nel lavoro, nelle relazioni sentimentali. Vive il suo rapporto con Emma come un rapporto assolutamente normale, vissuto fino in fondo, ma come se fosse un rapporto etero, con la quotidianità, il mangiare, fare sesso, dormire. Una concretezza che le deriva dalle sue umili origini, dalla sua estrazione sociale. Quando Adèle fa conoscere Emma ai genitori, la madre dice: «Finalmente riusciamo a dare un volto a una persona di cui abbiamo sentito tanto parlare»; e poi, ancora, le frasi infelici sulla futilità dell’arte, in particolare la pittura a cui Emma si dedica in modo professionale, e la rassicurazione nel sentire che il “fidanzato” di Emma lavora nel commercio, perché questo porta solidità alla famiglia. Adèle non è poi così diversa. L’unione con Emma la soddisfa sessualmente, ma le porta anche quella stabilità che le mancava quando frequentava la scuola. In una delle scene più belle del film, quella dell’incontro tra le due nel locale gay, nel primo scambio ravvicinato Adèle chiede a Emma se esistono le “brutte Arti”, riferendosi agli studi accademici della ragazza dai capelli blu. A Sartre preferisce le rime engagé del Bob Marley di Stand up, anche se scrive bene preferisce non pubblicare nulla e tenere per sé i suo scritti, è metodica nel preparare il cibo e non le piacciono le ostriche e il cibo di mare perché non sa come maneggiarlo, come adattarlo. Dietro l’afflato pedagogico del suo percorso di insegnante, e il bel legame che si instaura con i bimbi e i loro genitori c’è la risposta a un’esigenza di stabilità che le viene proprio dall’educazione familiare.
Emma, al contrario, ama il bello, l’effimero, tutto ciò che le può procurare un intenso piacere. E Adele è bella, attraente. Emma non riesce a fare a meno del suo corpo, del torrido piacere dell’orgasmo (lo sottolinea anche nell’incontro al bar dove le due si ritrovano dopo molto tempo). Si innamora, certo, si diverte con questa ragazzina un po’ svampita, naïve, che le permette di assumere una posizione dominante sin dall’inizio, di controllo e anche di manipolazione, ma, fondamentalmente ha bisogno di sentire il suo odore, di toccarle il seno, di toccarle e farsi toccare le parti intime. Impazzisce proprio al pensiero non che qualcun altro gliela possa portare via, anche perché le sembra impossibile, nella sua superiorità intellettuale, ma che qualcun altro possa godere di quel corpo al suo pari.
A mio parere risiede proprio in questa profonda distonia la ragione prima del progressivo allontanamento di Emma da Adèle e viceversa. Da una parte l’impressione della giovane ragazza che da punto di riferimento per la propria vita, il rapporto con Emma si trasformi progressivamente in qualcosa che la riporta allo stato confusionale delle prime esperienze (non a caso Adèle ha fugaci storie etero con colleghi di lavoro); dall’altro, dalla parte di Emma, la sensazione di una perdita di controllo, di un piacere non più esclusivo ma condiviso e non più totalmente e unicamente appagante rispetto alle esigenze di una carriera nascente come pittrice. Non tanto, quindi, le differenze sociali, che sono presenti dal primo incontro, quando si parla di “brutte Arti” e di “Belle arti”, quando si discute di Sartre e di Bob Marley. È il contesto a mutare e ad accentuare quella forbice che esisteva in nuce nel rapporto.
Che poi Kechiche abbia realizzato anche un film politico non c’è dubbio. Lo ha sempre fatto, da La schivata a Venere nera (Vénus noire, 2010) e che in questo caso lo abbia fatto senza la retorica didascalica di tanti altri cineasti va a suo merito. Ma non si tratta del cuore del film, tanto che, probabilmente, la scena meno riuscita del film intero è la parata gay a cui partecipano anche Adèle ed Emma.
Sì è parlato molto di realismo e delle sue forme. La vita di Adele è un film che del realismo fa sicuramente il suo linguaggio d’elezione, con la macchina da presa che, in particolare nelle prime due ore, registra il quotidiano e segue ossessivamente la sua protagonista senza lasciarla per un attimo. Si è parlato di Pialat e di altre possibili influenze. Il realismo di Kechiche è qualcosa di diverso, con sfumature diverse, meno rigoroso, meno pauperistico, meno stilizzato ed essenziale, più “sporco”. In modo estremamente schematico si potrebbe dire che la prima ora del film è l’evoluzione del linguaggio istintivo, senza alcun filtro di La schivata, la seconda di un realismo già più complesso e sfumato che riporta alla memoria Cous Cous, mentre è nella terza, e migliora ora del film che Kechiche cambia veramente marcia e ci regala qualcosa di straordinario e di nuovo rispetto al suo cinema precedente. Il mélo diventa cupo, a tratti disperato. Emma non concede un centimetro ad Adèle. Non la perdona, non le interessa il perdono, ha altre priorità. Adèle vaga nella notte, si lascia andare a piccole avventure; ritrova serenità solo a contatto con i bambini, ma sentiamo la sua sofferenza, la proviamo sulla pelle come se a viverla fossimo noi. Forse perché ognuno di noi ha passato anche un solo minuto del vuoto che accompagna Adèle quando si trova a pianificare le vacanze estive da sola, proprio quando una relazione trova i maggiori momenti di felicità, o ancora lo struggimento nel lasciarsi andare a occhi chiusi su quella panchina dove, per la prima volta, Emma l’aveva ritratta.
E soprattutto, per un film realista, forse il momento più intenso di tutto il film. L’incontro con Emma in un piccolo bar, momento a metà tra il sogno e il reale, con Adèle che tenta di riavvicinarsi a Emma in uno straziante e psicologicamente violento andirivieni tra ricordi del passato e speranze per un presente. Fino alla scena finale, magnifica. Questa volta è Adele che sceglie il colore caldo, il blu, per partecipare all’inaugurazione di una mostra di Emma. La vede con la nuova compagna, si vede ritratta in alcuni quadri esposti. Soffre ancora, in modo più razionale, ma capisce per sempre che Emma sarà stata solo una delle esperienze più importanti della sua vita. Non l’unica, non la sola, non la relazione rassicurante che cercava e che ancora cerca.

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