Dalla rassegna stampa Arti visive

«Storia e immaginario, nel segno di Pasolini»

…come a evocare la presenza scomoda di Pasolini, che ancora pone domande e chiede risposte…

L’automobile è un’Alfa Romeo Gt Veloce 2000, il simbolo della modernità e del boom economico negli anni Sessanta. Elisabetta Benassi, che in quel decennio è nata, ha poi cercato quell’auto per molto tempo finché non l’ha trovata, quasi per caso. L’ha guidata per le strade di Roma, la città in cui è nata e vissuta, anche se ancora non sapeva che un giorno quell’oggetto così importante nella sua memoria e in quella collettiva sarebbe diventata l’opera d’arte, Alfa GT Veloce 2000, 1975-2007, che vediamo ora nella collezione del Maxxi.
È identica a quella che guidava Pier Paolo Pasolini il 2 novembre del ’75, di quel modello e di quello stesso colore, grigio metallizzato. «La prima volta che l’ho esposta è stata nei sotterranei di Palazzo Farnese nel 2007, in uno spazio anonimo accanto ad un mosaico romano in bianco e nero con scene marine che mi hanno fatto pensare a Ostia — racconta la Benassi —. L’ho lasciata con i fari accesi, che accecano la vista, a sfidare l’oscurità e l’accumulo del tempo spiazzando chi guarda». Anche al Maxxi è al buio e la luce dei fanali s’imprime sulla retina, azzerando la nostra percezione visiva e temporale, come a evocare la presenza scomoda di Pasolini, che ancora pone domande e chiede risposte. «Quello strano fuori-tempo ci invita a guardare oltre ciò che abbiamo di fronte a capire cosa vibra ancora e resta davvero nel nostro immaginario».
La notte in cui Pasolini morì, Elisabetta Benassi aveva solo nove anni: pochi, ma abbastanza per ricordare. «Ero a casa di mio nonno, che aveva la stessa macchina. Lo ricordo bene così come ricordo tre anni dopo il giorno in cui rapirono Moro con gli elicotteri sul cielo di Roma e le lezioni di scuola sospese», racconta oggi l’artista che nelle sue opere narra la storia senza miti e usa materiali — scatti di fotoreporter, didascalie, ritagli stampa — che trova negli archivi delle grandi testate dei quotidiani internazionali. Il suo lavoro riflette sul tema dell’identità e della memoria in una sfida costante con l’accumulo del tempo. Benassi, che ha esposto il retro di 70 mila fotografie per raccontare cos’è la storia del 900, anche quando usa le parole le tratta come fossero immagini: «La storia è fatta con le immagini, è sempre attuale — dice — ed è il nostro punto di vista che apre nuovi sguardi e interpretazioni sul passato. M’interessano gli errori, gli sbagli, il paradosso di certi avvenimenti». Come nel padiglione italiano dell’ultima biennale veneziana con l’immenso pavimento di mattoni — The Dry Salvages, il cui titolo s’ispira a T.S. Eliot — su cui lei ha impresso a mano uno ad uno il nome dei 10 mila detriti spaziali in orbita intorno alla terra. E come ci ricordano quei fari, puntati lì contro i nostri occhi.

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