Dalla rassegna stampa Libri

UNA RAGAZZA IN FUGA DA BULLI E OMOFOBI

Melania G. Mazzucco ci aveva abituato a romanzi di fine complessità… I due «temi» del libro (è però perlomeno insolito che di un testo letterario si parli per i temi di cronaca che solleva) sono in sostanza l’omofobia e il bullismo. …

Melania G. Mazzucco ci aveva abituato a romanzi di fine complessità, e in parte non si smentisce, esibendo anche in questo nuovo romanzo Sei come sei (Einaudi Stile libero, pp. 235, € 17,50) apici tensivi, tempi narrativi e una penna scorrevolissima, che non fa quasi sentire ad esempio il passaggio dai flashback agli eventi presenti e viceversa. Sarebbe un’opera magistrale, se quest’edificio non fosse insolitamente scabro e spoglio, troppo esplicito e diretto, quasi brusco, lontano dall’avvolgente e ricercata prosa degli inizi, ad esempio del primo romanzo Il bacio della Medusa , ma più asciutto perfino dei lavori degli ultimi anni, come Un giorno perfetto . Viene da domandarsi se il motivo di questo tocco freddo, in cui la scrittura poco aggiunge al resoconto delle azioni e dei fatti, nasca dalla scelta di scrivere un romanzo che si può definire «a tema», una storia con una funzione «esemplare» e, in qualche modo, a lieto fine.
Sì, perché la vicenda di Sei come sei (titolo che suona strano: nel corso della narrazione si percepiscono altri titoli possibili, forse scartati, forse specchietti per allodole, tra frasi più volte ripetute e una certa intelligenza della trama: uno per tutti Anno zero , spesso in corsivo qua e là nel testo in riferimento alla nascita di Cristo, figlio di padre putativo per eccellenza) sembra aggrapparsi ad almeno un paio di tematiche di stretta attualità se non, diremmo, addirittura «alla moda». I due «temi» del libro (è però perlomeno insolito che di un testo letterario si parli per i temi di cronaca che solleva) sono in sostanza l’omofobia e il bullismo.
La storia è comunque bella: protagonista è un’adolescente intelligente, che ama leggere e scrivere, la dodicenne Eva, in fuga dopo l’ennesimo attacco dei bulli compagni di scuola. In quell’attacco, per una volta, si è difesa, e si è difesa troppo, spingendo un compagno sotto la metropolitana. Accecata dalla paura e dalla rabbia, Eva fugge e noi cominciamo a conoscere la sua storia. Eva ha infatti due padri, una coppia gay che l’ha «adottata» in Armenia, Giose e Christian. I due però non sono più la sua famiglia: dopo la morte accidentale di Christian è intervenuto un tribunale che ha affidato la ragazzina ad altri parenti: ma nel cuore non ci sono altri genitori possibili. La fuga si trasforma così in un percorso di maturazione, ma anche di incontro e di idillio tra il padre Giose e la figlia Eva. Tra gli elementi più interessanti, vi sono l’impacciata intimità che via via si instaura tra Giose e la figlia, e il flashback su Christian, il portatore della complessità spirituale della storia: studioso di religione, con i suoi racconti sulla figura di Cristo e di san Giuseppe fornisce lo sfondo ideologico forte — e apre un fronte ai credenti — per questa storia di nuova paternità.
Dunque gran scorrevolezza, per una trama che solleva un tema civile importante, ma che lo fa in modo troppo veloce e prevedibile: ci troviamo in un racconto, e non in un romanzo con attese e angoli oscuri; anzi pare già di leggere un soggetto per un film, anche per la scelta quasi sempre visiva delle immagini e degli effetti drammatici. I personaggi non sembrano veri, bensì tenuti con le pinze del politically-correct, che però non ce li fa conoscere, ce li pubblicizza — e ce li fa dimenticare. Una «fiction», l’ha chiamata Lucetta Scaraffia sull’«Osservatore Romano»: obiettando a questo libro di voler «riconciliare i lettori con l’idea del matrimonio gay». Laicamente, invece, il libro desta perplessità, ma per il motivo opposto: occorre tener presente il celebre incipit della Karenina, «tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» (il treno della metropolitana dell’inizio è in sostanza una citazione rovesciata dell’epilogo tragico della Karenina). La vera questione è che la necessità di un lieto fine, il buonismo da fiction che fa pattinare via la storia — in un mondo in cui di razzismo, di omofobia e di bullismo si muore —, rende questa famiglia, che è così particolare nella sofferenza, in realtà un po’ troppo simile alle altre.

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