Dalla rassegna stampa Cinema

Christian De Sica

…A proposito di maldicenze, è molto chiacchierata la sua amicizia con Paolo Conticini…

Incontro con l’attore che a gennaio debutta col nuovo spettacolo, con la regia di Giampiero Solari, tra storia e aneddoti “È un mondo magico che ho conosciuto bene e sta scomparendo. Per me è anche un omaggio ai miei genitori”

ROMA – I premi sono accatastati sulla libreria, il salone, svuotato, sembra ancora più grande. «Ho deciso che in vecchiaia voglio liberarmi delle cose ingombranti, viva il minimalismo. Ho regalato ai miei figli i divani e i mobili. Ormai sono un povero vecchio » dice con civetteria Christian De Sica, dritto e asciutto, il fisico che non aveva da ragazzo, mentre si siede su una poltroncina superstite. Il 10 gennaio debutta a Padova con Cinecittà il nuovo musical di cui è protagonista che porterà in giro per l’Italia (regia di Giampiero Solari, coreografie di Franco Miseria). «C’è poco da fare, in scena non ti può mancare il fiato: per cui dieta e palestra». Ha girato il nuovo cinepanettone Colpi di fortuna di Neri Parenti con Francesco Mandelli, in tv insieme a Loretta Goggi e Claudio Lippi è giurato di Tale e quale show, il varietà record d’ascolti su RaiUno. «Quando mi ferma per strada la gente mi dice “grazie”. Ma grazie di che? “Perché ci fa ridere”. Per i comici, sempre trattati come pezze, è la soddisfazione più grande».
De Sica, non le manca un bel film drammatico?
«Se non me li offrono, che devo fare? Forse è destino, a me fare il comico piace».
Però scade il contratto, sarà l’ultimo cinepanettone.
«Chiariamo una cosa: non ho nessun problema con De Laurentiis solo che mi ero illuso di poter fare, nei cinque film sotto contratto, quello di Verdone e di Veronesi, invece ho fatto solo cinepanettoni. Il contratto ancora non l’ho rinnovato, se mi chiama sono disponibile ».
La prossima stagione ha scelto di fare teatro.
«Uno spettacolo fa bene a tutti, specie a chi lo interpreta. Nella mia vita ho fatto due musical e ho lasciato la luce accesa in platea per vedere le facce degli spettatori e capire se si divertivano. Mi piace recitare nel salotto di casa si figuri davanti a 4-5 mila persone. Ho 62 anni, se non lo faccio adesso…».
È diventato pessimista?
«Sono realista, per uno spettacolo così devi avere una salute di ferro. Tutti gli amici mi dicono: sei matto, chi te lo fa fare?».
Cosa racconterà “Cinecittà”?
«Un mondo magico che ho conosciuto bene e che vogliono far scomparire. Non conosciamo i teatri di posa di Londra o Parigi, ma tutti sanno cos’è Cinecittà, ci ha reso famosi nel mondo come Armani e la pizza. La racconto dalle comparse ai grandi set, ho scritto aneddoti, ricordi. È anche un omaggio a mio padre e mia madre Maria Mercader, ai Telefoni bianchi».
Si ricorda la prima volta a Cinecittà?
«In macchina con papà, avevo sette anni, girava Il generale Della Rovere, Sandra Milo era bellissima: la guardavo ipnotizzato. Poi ci sono tornato quando di nascosto dei miei facevo l’attore. All’alba prendevo il pullman a Piazza Esedra, mi sembrava meraviglioso, pensavo: chissà come mi vestiranno ».
Il rapporto col pubblico è forte, ma con la critica è difficile.
«Il pubblico ti ama qualsiasi cosa fai, a volte mi ferma qualcuno vecchio più vecchio di me: “De Sica, sono cresciuto con i suoi film” ma va bene lo stesso. Sono manifestazioni d’affetto che ho visto riservare solo a mio padre e a Totò. Il cinema d’evasione attira le critiche. Una certa intellighenzia vorrebbe vedermi morto. Vede quelle scatole? Contengono i biglietti d’oro dell’Anica: quest’anno primo incasso Il principe abusivoe secondo Colpi di fulmine» .
Lo ammetta, a volte la volgarità è fastidiosa.
«La parolaccia che fa ridere non è volgare, forse si è esagerato ma certi film rispecchiano l’Italia. Sente i ragazzi come parlano? Si sono convinti che ho la faccia da ricco str…, categoria a cui non appartengo. Sono migliore dei miei personaggi. Parte della critica ha riconosciuto che non siamo così malvagi. Sa qual è il destino dei comici, no? Ti rivalutano da morto».
Ma non dica così.
«Lo dico, lo dico. Qualcuno dice pure che sono di destra: le sembro di destra?».
Lo è?
«Il mio padrino è Cesare Zavattini, papà con Umberto D ha anticipato i tempi, il film si apre con lo sciopero dei pensionati. Sono cresciuto con l’idea che la bontà salva il mondo, è rivoluzionaria. Ma siccome negli spot ho interpretato un vigile e faccio i cinepanettoni allora sono fascista, volgare. Ho interpretato personaggi maschilisti parolacciari, misogini, per sfotterli: avevo il fisico giusto».
Per chi vota?
«Un attore non deve dichiarare la sua posizione politica, in questo paese se fai outing fai un errore clamoroso. L’attore è di tutti: è dei ladri e di San Francesco, è dei gay e degli etero».
Che pensa di Checco Zalone?
«Che è molto intelligente e ha una marcia in più: è pianista, per un attore la musicalità è importante. Mi fa molto ridere. Mio padre diceva: non è difficile il primo film, ma il secondo e il terzo. E Zalone non sbaglia».
Comincia il Festival di Roma: che si aspetta?
«I festival dovrebbero essere mercati per i film d’autore, quelli comici, i blockbuster, per i divi e i debuttanti. A volte invece se la cantano e se la suonano, non ricordi neanche i vincitori».
Cosa la ferisce?
«La maldicenza e il tradimento ».
A proposito di maldicenze, è molto chiacchierata la sua amicizia con Paolo Conticini.
«Paolo è uno dei miei più cari amici. È una cosa che ha fatto male a mia moglie Silvia e ai miei figli. La complicità con Silvia dopo trent’anni è la cosa più preziosa che ho. Le donne hanno una coerenza e una lungimiranza che noi maschi non abbiamo: sopportare un marito è terribile».
Come padre come si giudica?
«Ho dato tanto amore, ho cercato di fare quello che papà – aveva più di 50 anni quando sono nato, non giocava con me – non ha fatto. Vorrei vedere i miei figli piazzati, hanno scelto lavori artistici: Brando fa il regista, Maria Rosa è stilista. Ai ragazzi lasciamo un’Italia senza futuro, è la cosa che mi dà più ansia ».

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