Dalla rassegna stampa Teatro

Adriana Asti - Una voce per Cocteau

«In entrambi i testi, la vera protagonista è la solitudine»

Roma – «Cocteau, che discute al telefono con il suo amico, sembra davvero una donna tradita». Con icastico sdegno André Gide liquidava «La voce umana» che, nonostante le malelingue parigine dell’epoca, fu subito un clamoroso successo. «Sì, è vero. Jean Cocteau scrisse questa pièce proprio per descrivere il suo dolore, per essere stato abbandonato da un uomo di cui era innamorato», conferma Adriana Asti che interpreta il testo nello spettacolo, al Piccolo Eliseo dal 29 ottobre, che contiene anche un altro atto unico «Il bell’indifferente» dello stesso autore. «Ma ha poca importanza che Cocteau, essendo dichiaratamente omosessuale, apparisse qui come una donna tradita – continua l’attrice – Il dolore dell’abbandono, e soprattutto il sentimento dell’amore, è universale, non ha sesso. Riguarda tutti! E la disperazione che si prova quando si viene lasciati da qualcuno che si ama è comune a tutto il genere umano».
La Asti, che con questa messinscena firmata dalla regia di Benoît Jacquot ha debuttato l’estate scorsa al Festival dei 2Mondi, ne dà un’interpretazione densa e angosciosamente soffocata: quella donna che, aggrappata alla cornetta del telefono, attorcigliata, strangolata dal filo tenta inutilmente di trattenere l’amore che sta per perdere, che implora, piange, si lacera senza respiro, senza più riuscire a intercettare neanche le parole giuste per convincere l’amato a non abbandonarla, è davvero tutti noi, o quasi.
«Io una situazione del genere, per fortuna, non l’ho mai vissuta nella mia vita – obietta infatti Adriana – Non mi è mai capitato di essere lasciata da un fidanzato, me ne sono sempre andata via io… Forse – aggiunge – qualcuno che mi ha detto arrivederci, ci sarà pur stato, ma non ho mai sofferto l’umiliazione di pregare l'”altro”».
Ma poi, nello spettacolo, c’è il risvolto della medaglia con «Il bell’indifferente»: qui si staglia l’aggressività femminile, quella di un’altra donna che blatera addosso a uno gigolò, mantenuto da lei, che non l’ascolta e che, per tutto il tempo della requisitoria, legge il giornale e resta rigorosamente muto.
«Questa pièce fu dedicata da Cocteau a Edith Piaf e al suo compagno dell’epoca Paul Meurisse – racconta la Asti – La grande cantante ebbe molti amanti, tutti uomini bellissimi, anche se lei non era proprio una bellezza, ma evidentemente aveva un fascino che trascendeva la prestanza fisica. La povera Edith soffrì molto per amore… E questo testo ne è un esempio».
Donne che soffrono. «Soprattutto donne sole. In entrambi i brani di teatro, la vera protagonista è la solitudine». Donne sole: ieri come oggi? «Oggi le donne sono più autonome in tutti i sensi – risponde – Non solo perché indipendenti grazie all’emancipazione, al lavoro… Ma perché sono proprio autonome di testa. Il pensiero femminile, rispetto alle ragioni di cuore, è profondamente cambiato. Un tempo si diceva “mi sposo e mi sistemo”, perché il matrimonio rappresentava spesso l’unico modo per uscire di casa e trovare una “occupazione”. Oggi sarebbe impensabile. È facoltativa persino la maternità!… Un tempo – continua Adriana – se una donna non metteva al mondo dei figli veniva considerata una menomata: essere sterile era un disonore e la poveretta veniva considerata di serie C. Oggi la maternità è una scelta».
Sì, però poi in certi casi si ricorre alla fecondazione assistita: «Per carità! Tutto quel festival di provette, uteri in affitto, banche del seme… Mah! Che vuole che le dica: mi sembra tutto un gran pasticcio. Però temo che molte coppie ricorrano a tali sistemi perché in Italia è difficile poter avere in affido o adottare bambini. Se si facilitassero le pratiche di adozione, togliendo dagli orfanotrofi tante creature bisognose d’affetto, penso che la gente non cercherebbe di fabbricare figli propri. Io non ne ho avuti e francamente non mi mancano: considero anche questa una fortuna».
Intanto la Asti si prepara al prossimo debutto spoletino: «È un progetto molto bello e ambizioso, ma ancora non posso parlarne – sussurra maliziosa – Nel frattempo porto le “donne” di Cocteau anche in Francia, che è la mia seconda patria… Lì recito in francese…».

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