Dalla rassegna stampa Cinema

Ecco l’incontro ravvicinato tra Emma & Adele

LA VITA DI ADELE

Isupporter — in testa Spielberg, presidente della giuria che ha assegnato la Palma d’oro — dicono che
La vita di Adele di Abdellatif Kechiche è una grande e potente storia d’amore e passione. E che il film è portatore di spiccate qualità espressive, estetiche, propriamente cinematografiche. Siamo a Lille, media città del nord francese. La liceale Adele non ha diciotto anni. Adora la letteratura ma le piace impadronirsi dei testi da sola, la lettura analitica dei professori mortifica l’emozione. Va d’accordo con mamma e papà (che cucina piattoni di spaghetti al ragù), di cultura modesta e mentalità piccolo borghese. In classe ha un gruppetto di amiche pettegole e un amico gay con il quale va molto d’accordo. Le piace ballare e scatenarsi ai cortei studenteschi. Un ragazzo le sta dietro. Ma “qualcosa non va”, Adele capisce che con lui non sta bene ma non sa ancora che cosa la fa star bene. Fino a che, attraversando una piazza, non viene fulminata dal passaggio di un caschetto di capelli blu, e il suo sguardo incrocia quello di Emma. La notte seguente sogna il suo corpo nudo intrecciato al proprio.
Emma è più grande, studia Belle Arti e si sente già artista, la sua famiglia è di condizioni e apertura mentale superiori, a quattordici anni ha fatto il passo decisivo riconoscendosi lesbica. S’incontrano casualmente («Il caso non esiste» sentenzia Emma) in un bar per lesbiche, Adele è sospinta da una curiosità che non controlla e si sente a disagio, Emma la protegge dalle avventrici più sfacciate. L’indomani l’aspetta all’uscita di scuola. Le compagne pettegole sferrano un brutale attacco, stringono Adele in un cerchio di feroce controllo sociale. Che non impedisce l’avvio di una relazione, mantenuta da Adele su un piano semiclandestino. Seguono due salti temporali. Adele fa ciò che desiderava, la maestra d’asilo. Emma è diventata una pittrice riconosciuta. Vivono come una coppia. Emma non rispetta l’attività di Adele, che consdera un ripiego. Adele cucina e lava i piatti. Si sente sola e cede ai corteggiamenti di un collega. Emma (che ha già avviato un flirt con un’altra donna) la scopre e la scaccia. Secondo salto temporale. Si rivedono, si attraggono ancora disperatamente, ma tutto è cambiato e perduto.
Le qualità visive, il cinema. Il blu presente in ogni inquadratura (all’origine c’è una graphic novel di Julie Maroh intitolata Il blu è un colore caldo) è un vezzo. Notevole la visualizzazione del sogno di Adele ancora incosciente e alla vigilia di tutto. Più interessante è la forza di cui sono portatrici le due interpreti (che a posteriori si sono risentite con il regista prevaricatore, riproponendo in piccolo la dolorosa polemica Schneider-Bertolucci) sobbarcandosi un compito che per un verso o per l’altro contiene qualcosa di sgradevole. Emma (un po’ mostro) nella spaventosa scenata di gelosia a tolleranza zero verso il tradimento con un maschio. E soprattutto Adele (un po’ piattola) incapace di dominare, sia pur con un velo di vergogna e di sdoppiamento di sé, un istinto onnivoro che si celebra nel sesso ma anche nel piacere del cibo. Ma alla fine lo zoccolo duro del film risiede nel suo valore di costume, di per sé non artisticamente duraturo, tipo il primo seno scoperto di Hedy Lamarr. Quello di una prima volta. Prima rappresentazione ravvicinata di un tipo di sessualità rimasta cinematograficamente tabù, primo mostrare senza ellissi un incontro d’amore tra donne. Non uno ma quattro (più il sogno), tempo reale. Per un’irragionevole durata di tre ore. “Da vedere” perché vincitore del più importante festival del mondo. Ma con tanti dubbi.

LA VITA DI ADELE
Regia di Abdellatif Kechiche Con Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux Jeremie Laheurte

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