Dalla rassegna stampa Teatro

Delbono, non basta il desiderio del gioco

…un comparire di Bobò, regale viveur quando siede divertito in poltrona, o di Gianluca, in guepiere e piume di pavone sul capo…

Gli spettacoli, pieni di passione e digressioni biografiche, di Pippo Delbono e della sua eterogenea compagnia, disabili psichici e fisici, attori, ballerini, vivono di un vorticare di sollecitazioni visive, ormai stilemi, spesso pervase di ironia e provocatorie, a volte tenere, disciolte in un divenire di musiche, rotto da parole.
A questo paradigma espressivo, che mostra con evidenza i suoi meccanismi, non sfugge Orchidee (allo Strehler) che si svolge, con facili semplificazioni, per contrapposizioni: vero e falso, bene e male, bello e brutto, in una sorta di movimento circolare che ogni volta si spezza per poi riprendere il suo cammino. Una specie di confessione dove il pubblico è privato e viceversa. Si parla di morte, di bellezza, d’amore, di potere, in un fluire di suoni, musiche, parole, movimenti, video, senza un filo che le unisca, disegnando per accumulo un panorama di ordinaria insensatezza e dolore di vivere. Il palcoscenico vuoto, come fondale immagini proiettate, anche quelle della madre sul letto di morte, ora è solcato dai passi degli attori, da un comparire di Bobò, regale viveur quando siede divertito in poltrona, o di Gianluca, in guepiere e piume di pavone sul capo, stralunata marionetta di una società di orpelli popolata da visi di plastica.
Pippo Delbono sale e scende dallo spazio scenico recitando, sempre al microfono con il suo tono strascicato intriso di umori, ora Bukowski, ora Pound, ora Kafka, ora Neruda, o altri. Uno spettacolo che è anche ostinazione, desiderio di gioco, bisogno di capire e di capirsi, ma che non riesce più a urlare e nè a raccontare, per dirla con Beckett, che al di fuori dall’ostinazione dell’arte e delle parole non c’è che l’oscurità della vita.

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