Dalla rassegna stampa Teatro

Pippo Delbono gran maestro nel circo della vita

L’attore e regista firma con “Orchidee” uno dei lavori più maturi e emozionanti: pezzi di vita che si mescolano a Shakespeare e Cechov. Bravissimi tutti gli interpreti

L’HA TITOLATO Orchidee, racconta Pippo Delbono dal palcoscenico, perchè un giorno ha sentito una signora che ad un’amica diceva: “In casa tengo sempre due orchidee, una vera e una finta: sono talmente simili che non le riconosci. Ma chi viene e le tocca, vorrei toccasse la vera”. Ecco: il senso del suo nuovo spettacolo sta tutto in questa frase, perché in Orchidee – dopo il debutto lo scorso giugno al festival “Vie” di Modena, ora al Piccolo Teatro Strehler di Milano – finzione e verità si confondono, la vita non fa che debordare nel racconto della vita stessa… Ma alla fine la vita è più vita.
È uno spettacolo bello, Orchidee, e straordinariamente tenero, che racchiude più di altri “Pippo Delbono”: il talento più folle, inelegante, esagerato del teatro italiano che sembra qui finalmente arrivato a una maturazione, a una misura del suo poliedrico itinerario drammaturgico tra teatro, cinema, libri, giunto perfino a un rigore formale e una limpidezza dietro lo stile di apparente trascuratezza. Non ha scritto una storia di finzione ma, sulla scena vuota a parte il grande schermo sul fondo, ha raccolto pezzi della sua vita e pezzi di filmati e di teatro di Shakespeare, Cechov, Weiss in una rottura di piani che avvicina vertiginosa- mente la finzione alla realtà (come le due orchidee dell’aneddoto iniziale, appunto), il teatro alla vita, il palcoscenico alla platea. Non a caso Pippo stesso non fa che andare su e giù dalla scena: recita Amleto stando tra gli spettatori e racconta di sé in palcoscenico, si esibisce in un ostentatamente finto balletto come un tenero orso e ci confessa la gioia del profumo del ciliegio che invadeva la casa natia fino a che qualcuno non lo tagliò. È il circo della vita: storie, sogni, incubi, esperienze vere e “finte”, vissute e ascoltate. È il ragazzo down che si trasforma in una ballerina di varietà, Giulietta e Romeo, una ragazza siciliana che racconta la fuga verso l’utopia del villaggio “Cristiana”, Cechov, il mal d’africa, l’omosessualità, una donna che vende falsi d’autore e i Deep Purple, Enzo Avitabile, Nerone di Mascagni… È la morte della mamma filmata in una sequenza che sarebbe sbagliato scambiare per un atto di sola spudoratezza, perché Pippo che la filma è lo stesso che le stringe la mano in una scena di concreta dolcezza, sfaldando ancora una volta i piani, i ruoli, ma non la verità di quell’addio, tanto che quando la mamma lo saluta, “Non ti ho abbandonato, ti ho solo preceduto”, lascia anche a noi il vuoto in cui è passata la vita.
Orchidee – coprodotto da Emilia Romagna Teatro, Arena del Sole, Teatro di Roma, Théâtre du Rond Point-Parigi – è un lavoro importante per la ricchezza di rimandi che apre, degna degli Shakespeare e dei Cechov che cita, per l’onestà e la limpidezza con cui si interroga sul senso della rappresentazione della vita e della vita stessa, per la compagnia di attori tutti in una bella prova di tecnica e di presenza (Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella: bravissimi nella scena alla “Pina Bausch” in cui in processione scendono tra il pubblico muovendo solo, a tempo, le braccia), per l’amore, il dolore, la morte, l’amicizia, il potere, la solitudine di cui parla. Ci sarà chi piange, chi ride, chi si annoia, chi si irrita di fronte a Pippo e compagni, ma al fondo questa è la vita. E questo è anche il teatro che si carica addosso la sua verità.

ORCHIDEE
Milano,T. Strehler fino al 17

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