Dalla rassegna stampa Libri

AVERE DUE PADRI - STORIA DI EVA E DEL SUO CORAGGIO DI FRONTE AI PREGIUDIZI

Nel suo nuovo romanzo “Sei come sei”, Melania Mazzucco racconta di una coppia omosessuale e della loro figlia, nata da un utero in affitto e in lotta per difendere la sua condizione

La forza del racconto – quando il racconto è forte – è che la vita delle persone assume un rilievo irriducibile. Non c’è disputa ideologica o conflitto culturale, per quanto impetuosi, che possano dirottare la trama, imbrigliare i fatti. La vita è più forte delle opinioni che, su di essa, possiamo farci: le precede, le spariglia, infine le sconfigge.
Una coppia di omosessuali maschi e la loro figlia ragazzina, frutto di un utero in affitto, dunque vissuta senza madre e con due padri. Se fosse la materia di un talk-show, in pochi attimi ci si perderebbe nel frastuono dei giudizi e dei pregiudizi, degli anatemi e dei controanatemi. E le persone appena evocate – due padri gay che crescono una figlia – sarebbero costrette a farsi da parte, perché la scena sarebbe presto usurpata da tutt’altro e da tutt’altri. Ma è la materia, invece, di un nuovo romanzo, Sei come sei di Melania Mazzucco (Einaudi Stile Libero). Nel quale la potenza degli eventi, la luce dei sentimenti, la psicologia dei personaggi non concede spazio o tempo ad altro che alla storia in corso, storia drammatica come drammatica è l’adolescenza, l’età vibrante e fragile nella quale si prova a diventare persone. La bravura di Mazzucco (già sperimentata in lunghi anni di narrazione) sta soprattutto nella fiducia contagiosa con la quale racconta. Fiducia nella scrittura, fiducia nella lettura. È probabile che altri autori, alle prese con un argomento del genere, si sarebbero lasciati attrarre, o distrarre, dalla bruciante attualità del “dibattito”.
Ribraccio: schiando di perdere il filo. Non Mazzucco, che a questi personaggi e a questa storia offre una cura e un rispetto che non lasciano varchi, non consentono intrusioni. L’autrice li protegge, e lo fa onorando l’unicità non confondibile delle loro tre esistenze, che sono quelle tre e non altre (“sei come sei”). Il racconto è così incalzante, i suoi attori così presenti, da autoimmunizzarsi – dopo poche pagine – da ogni possibile interferenza. E forse anche per questo l’autrice l’ha costruito così denso (parecchio più breve di molte sue precedenti prove), come per non lasciare il tempo, neppure a se stessa, di farsi influenzare dalle “voci di fuori”. Probabile che anche il lettore più orientato, in un senso o nell’altro, in materia di paternità o maternità omosessuale, dopo poche pagine perda la voglia di giudicare, di simpatizzare o di antipatizzare. Legge e basta, e si chiede come andrà a finire, come in ogni racconto che si rispetti, e abbia un capo e una coda. Per la verità Melania Mazzucco una malizia “ideologica” se la prende. Ispirata dalla sua competente passione per le arti figurative. Accade quando l’istinto di paternità di Giose e Christian divampa di fronte a un quadro – uno dei pochi, del pittore spagnolo secentesco Herrera – raffigurante San Giuseppe con il Bambino in mai paternità fu meno carnale (Gesù è il caso più celebre di fecondazione eterologa), eppure quel quadro restituisce a Giuseppe tutta la forza e tutto l’amore del Padre, intera e insindacabile, potremmo dire “carnalizzata” dalla cura fisica, dalle braccia che sorreggono, dalla sollecitudine quotidiana, da quel lungo e faticoso insieme di gesti, di premure, di spaventi che ogni genitore conosce a partire dall’arrivo, in una casa, di un neonato.
Tra le pagine più belle del libro, ben distanti dal tono un poco commediante che il cinema ha inflitto al tema “maschi impacciati di fronte a una culla”, quelle che Mazzucco dedica al tirocinio dei due padri e specialmente di Giose, dapprima a loro modo gestanti, poi accuditori, educatori, infine, quando la vita minaccia di travolgere la ragazzina, solo autentico punto di riferimento, protezione e cura, Padre davvero, e senza che sia così rilevante stabilire “come” ci si è arrivati, a quella confidenza e quell’amore. Tanto è vero che la narratrice sceglie di dire solameno mente verso la fine del racconto quale, tra i due genitori maschi, è quello biologico, quello che ha donato il seme. Quasi fosse, rispetto all’evidenza travolgente della vita e dei sentimenti, del “come si è”, solo un dettaglio tecnico.
L’amore dei due padri, e specialmente di uno, Giose l’artista, Giose il musicista semi-fallito, non potrà evitare alla giovanissima Eva, mano a mano che l’età e la scuola la espongono al mondo, di subire la soma del pregiudizio e delle incomprensioni. La violenza impacciata degli adolescenti sa come ferire, anche molto al di là delle proprie intenzioni. Ma Eva – anche in virtù dell’amore ricevuto – ha coraggio. Coraggio e sguardo limpido. È capace di battersi, capace di soffrire, capace di difendere, difendendo la propria differenza, la differenza di ciascuno, anche dei suoi due padri omosessuali. Senza pretenderlo, senza sbandierarlo,
Eva esce dal libro come un’eroina letteraria in piena regola. Insolita (anche per l’età minima) ma credibile. Difficile dire se la sua autrice le abbia intenzionalmente conferito quest’aura quasi magica, quasi invulnerabile; o se sia la forza del racconto, da sé sola, a trasportare Eva così in alto, tanto da incidere il proprio nome vittorioso sulla più imprevedibile delle superfici (che va taciuta, è il gran finale del libro). Grande merito di Melania Mazzucco è riuscire a dare al lettore l’idea che la storia si sta svolgendo sotto gli occhi di entrambi, lo scrittore e il lettore, proprio come la vita, che si lascia scrivere e leggere solamente mentre accade.

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