Dalla rassegna stampa Teatro

Si fa presto a dire «supermaschio»

L’impossibilità di tradurre il sesso in sentimento secondo Jarry

I n una bella domenica di luglio a San Gimignano incontrai una quantità di persone e amici che raramente ho l’occasione di vedere. Tra gli altri c’erano Roberto Guicciardini, da qualche tempo inattivo e che si preparava per la sua «Ombra di Antigone»; e c’era Giuliano Scabia, che la sera prima aveva allestito una delle sue rapinose, angeliche fantasie. Ero lì per Il Supermaschio, un adattamento teatrale di Sebastiano Vassalli del romanzo di Alfred Jarry. Il breve spettacolo fu delizioso. Ne era regista Tuccio Guicciardini, il figlio di Roberto; e travolgenti interpreti Fulvio Cauteruccio e Camilla Diana. Ho scritto travolgenti non a caso, in specie per Fulvio: egli s’era assunto quasi per intero l’onere di un racconto che nelle mani di Vassalli apparve secco, fulminante, esilarante. All’uscita, del tutto inaspettati, incontrai proprio l’autore e uno dei suoi amici, il poeta Attilio Lolini. Molti anni fa andai a Siena, a trovarlo, Lolini. Ma posso garantire che vederlo lontano da casa sua (benché Siena da San Gimignano non è così lontana) è un avvenimento. E in fondo lo è incontrare Vassalli, che ho visto più d’una volta, ma che fedele a sé stesso non cenò con gli attori e tornò subito a Novara.
Più tardi ho letto il testo del suo breve dramma e il romanzo di Jarry — che l’anno scorso fu ristampato con una introduzione di Vassalli. Che cos’è Il Supermaschio? Intanto, bisogna ben dirlo, è un piccolo capolavoro la cui fama, come tutte le opere di Jarry, è oscurata da quella iconico-canonica, Ubu re. Poi, lo dice lo stesso Vassalli, è un testo che potrebbe essere letto in molti modi. «C’è l’amore non corrisposto dell’uomo per le macchine e c’è la macchina per ispirare l’amore (…) Ci sono le fantasie dell’adolescenza, riassunte nella frase con cui inizia il racconto: “L’amore è un atto senza importanza, perché lo si può fare all’infinito” (…) C’è la donna, vista dapprima come preda e accettata poi come rivale e come benevola padrona. Ci sono i limiti del Progresso equelli dell’uomo. C’è la passione di Jarry per gli sport. Ci sono, lontani e sfocati sullo sfondo, il Superuomo di Nietzsche e Superman (che non è stato inventato, ma che ha in André Marcueil un suo precursore). E c’è perfino, in filigrana, una storia d’amore: perché no? Una banalissima e comunissima storia d’amore».
Tutto vero. Aggiungo che il fatto della bicicletta (ne sono appassionato come Jarry) mi rende fraterno questo antico francese morto troppo giovane, a trentaquattro anni; e che sono perplesso su Superman, la cui immagine appariva sulla copertina della prima edizione italiana. In comune Superman e André Marcueil hanno l’umanità, se si vuole una qualità superiore di umanità, non già la potenza sessuale: l’eroe dei fumetti è un tipico eroe di fumetti americani, ossia un eroe asessuato. Il problema di Marcueil è proprio la potenza sessuale, un problema ancor più tipico dell’omosessuale, quale Jarry era.
In quella parodia lirico-sarcastica del Simposio di Platone, che è (siamo all’inizio del romanzo) l’incontro tra gentiluomini e gentildonne nel castello del protagonista, si discute di potenza sessuale: quante volte è possibile ripetere lo stesso atto in una giornata? Marcueil, che appare nelle vesti di un omino «di caratteristica inespressività», si traveste (si trasforma) in un Indiano; e Ellen Elson (Elena!) prende di soppiatto il posto delle sette cortigiane (escort le dice Vassalli) destinate alla possibilità di una verifica.
Battere il record fu in fondo affare di poco. Ben più problematico, chiamiamolo così, il ritorno. Il ritorno — ovvero la trasformazione del sesso in sentimento. È ciò possibile con l’ausilio di una macchina? Il vero amore, dice Jarry, «è questo Dio in due persone, questo Dio che nasce dall’unione delle due più infime cose viventi, le semi-cellule che sono lo Spermatozoo e l’Ovulo».
Diversa la faccenda è per Vassalli. Se ci si chiedesse perché egli ha trasformato non già il sesso in sentimento ma la passione per un romanzo in un quasi compulsivo testo teatrale, tutto scatti e rapidità, la risposta si trova nel suo lavoro di alchimista (di drammaturgo): perché Marcueil è «un uomo così ordinario da essere straordinario»; e perché, egli dice, «i fatti che racconto non sono cambiati. Le storie non cambiano. Cambiano i tempi». L’ordinario in quanto straordinario. Le storie che non cambiano. Non è questo, puro Vassalli?

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