Dalla rassegna stampa Libri

Joe R. Lansdale “Racconto il mondo degli adolescenti quando vedi le cose crudeli e incantate”

La Grande Depressione Il sogno americano. Il Texas I ragazzini. Incontro con lo scrittore che oggi è a Cortona

DOV’È la frontiera, dov’è l’avventura. Ovunque e da nessuna parte, verrebbe da dire commentando il titolo dell’incontro con Joe Lansdale oggi al «Cortona Mix Festival» (alle 18 a Palazzo Casali, conduce Martino Gozzi) perché i confini geografici, stilistici e temporali, nei romanzi dello scrittore americano, sono confusi dalla polvere di una terra amata ma anche nemica, quel Texas no man’s land dove il sogno americano respira ancora — a fatica — sepolto da una natura arcigna eppure magica, calpestato da un’umanità di borderline alla ricerca di redenzione. Amatissimo e vendutissimo in Italia, un po’ meno dalla critica militante degli Stati Uniti (ma anche laggiù i fan sono accaniti), viene da chiedersi se davvero Lansdale, questo gigante sorridente che pratica arti marziali e wrestling, sia uno scrittore di genere. Perché a leggerli bene, i suoi romanzi sono oltre il thriller o l’orrore, categorie in cui viene sbattuto come un colpevole in prigione. Come Mark Twain, Jack London o Flannery O’ Connor, autori a lui molto vicini, è uno scrittore tout court. Anche le ultime uscite italiane parlano chiaro: “Una coppia e perfetta” (Einaudi), che riunisce tre avventure degli investigatori Hap e Leonard (improbabili detective l’uno bianco e antimilia-trista, l’altro nero, veterano del Vietnam e gay), conferma l’idea del giallo fuori dalle righe e dai canoni coltivata da Lansdale in decine di storie.
Mentre“Acqua buia” (sempre Einaudi) racconta il viaggio di un gruppo di ragazzini verso Hollywood, con le ceneri di un’amica uccisa, che sognava gloria e fama nella capitale del cinema. Ad inseguirli nell’ombra Skunk, un misterioso assassino.
Un romanzo dove spicca l’abile crossover tra fiaba, avventura e romanzo di formazione.
«Per me “Acqua buia” è innanzitutto un romanzo di formazione. Volevo raccontare la meraviglia, il terrore, l’orgoglio del crescere, e in questo sono stato aiutato dalla tanta letteratura per “young adult” che ho letto, praticandola anche con alcuni miei scritti. Ho facilità a seguire le strade di stili diversi perché da lettore amo mescolare i generi».
Cosa l’affascina dell’infanzia e dell’adolescenza?
«Ognuno di noi è passato da quella fase della vita, sa quanto sia bella e complicata. E mi piace il punto di vista che si acquisisce durante l’adolescenza, quel miscuglio di rabbia e stupore. Sono gli anni in cui capisci che il mondo è diverso da come te lo eri figurato. Meglio o peggio, non lo so. Senza dubbio diverso. Il mio approccio alla scrittura ha qualcosa d’infantile: si dota di uno guardo sulla realtà crudele ma anche incantato. Lo humour mi aiuta a dare polifonia alla scrittura».
Si è mai chiesto perché scrive?
«Sì, e le risposte che mi sono dato sono varie. Per esplorare i miei lati buoni e quelli cattivi. Per conoscere me stesso attraverso personaggi che sono autentici alter ego, come l’ispettore Hap Collins. E, soprattutto, per divertirmi».
Spesso i personaggi dei suoi romanzi sono marchiati da una diversità portatrice d’intolleranza: il colore della pelle, l’omosessualità, la violenza subita…
«È di uguaglianza e di giustizia che voglio parlare. Perché in una foresta di mirabolanti disavventure, a questi personaggi viene sempre offerta un’opportunità di riscatto. Il mio è un messaggio di condanna alla limitazione della libertà ».
In “Acqua buia” torna la Grande Depressione, che ha già fatto da scenario ad altri suoi romanzi.
«Se noi consideriamo duri i tempi in cui viviamo, c’è stato ben di peggio. Gli anni Trenta americani della Depressione furono una questione sopravvivenza. Vengo da una famiglia molto povera e i miei genitori mi hanno cresciuto raccontandomi la loro storia in quel periodo. Per mettere insieme un po’ di soldi, mio padre saltava da un treno all’altro raggiungendo le fiere dove poteva partecipare a gare di boxe. Invecchiando, s’impara a ricordare, a coltivare la memoria: quegli anni che segnarono il passaggio dall’era dei pionieri all’America moderna».
I personaggi dei suoi romanzi vivono le storie più incredibili, talvolta disumane. Ma il sogno americano non muore mai.
«L’american dream non è una promessa, ma un’opportunità. Viene sommerso dalla Storia, ma non annega, anzi. Io stesso ne sono portatore: ho colto un’opportunità mescolando fortuna e talento, ma soprattutto lavorando sodo. Ed eccomi qui. La stessa emersione dalla palude della Grande Depressione è una prova che attesta questa mia convinzione. E Obama. Nessuno si aspettava miracoli, ma intanto ha tirato fuori gli Stati Uniti dalle sabbie mobili della guerra come unico modello di sviluppo. Se non è un simbolo del sogno americano, almeno ci ha salvati da un incubo».

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