Dalla rassegna stampa Personaggi

«Riscopro con la mia musica la Meditazione di Pasolini»

Morricone: brano sull’Italia recitato dallo scrittore

ROMA — Ennio Morricone racconta che nel 1959, due anni prima del centenario dell’Unità d’Italia, la casa discografica Rca gli propose di chiedere a Pier Paolo Pasolini, con cui all’epoca già collaborava, di scrivere un componimento poetico per l’occasione. Quel brano, scritto su commissione, apparve in disco, «ma presto scomparve, non se ne seppe più nulla, ha un sapore quasi inedito. Il testo è di una bellezza sconvolgente», dice Morricone. Lo riesuma nei due concerti in cui, dal podio, presenterà le sue più belle colonne sonore. Li dirigerà il 25 luglio a Caracalla (con l’Orchestra dell’Opera di Roma) e il 22 agosto all’Arena di Verona (con l’Orchestra Sinfonica della Rai).

Morricone ha appena cominciato a scrivere il suo primo pezzo di musica sacra: «L’organico sarà sorprendente. Lo intitolerò Una Messa , e la dedico a mia moglie Maria. La eseguirò prima alla Chiesa del Gesù e poi alla Basilica di Sant’Ignazio. Me l’ha chiesta un gesuita che incontro la mattina presto, quando vado a comprare i giornali. Perché no?, mi sono detto. Nel 2014 ricorrono i 200 anni dalla ricostituzione dell’Ordine dei gesuiti. Io sono credente, non praticante».

Ma è l’incontro con Pasolini, ora, a condurci per mano. La musica è cambiata, Morricone ha composto un nuovo brano «dal linguaggio più accessibile e con un organico diverso, più leggero, per archi, trombe e corni, dunque non completo nelle varie famiglie strumentali». Le parole invece sono le stesse, e saranno recitate con la voce «scomoda», ma dal timbro così nordista e serafico, di Pasolini, così come le registrò per l’evento dell’unificazione nazionale.

Il brano si intitola «Meditazione orale». Morricone legge i primi versi, dimenticati ma ora disponibili grazie alla memoria d’elefante di Internet: «Che Roma fosse città coloniale, dove venire in vacanza / Ne dimorarono molti, poeti non socialmente determinati / Liberi dalla burocrazia e con un po’ di paura della polizia». Pasolini, che in pubblico diceva di continuare a scrivere «per forza d’inerzia, per abitudine», racconta di ministeri, di pellegrinaggi liberi da classi sociali, di sogni e desideri di solitudine, della Storia che passa sotto i cornicioni, di scommesse tra fascisti e liberali, e «i forti furono battuti». Con un lampo profetico, scaraventa le sue parole oltre cinquant’anni dopo, fino ai nostri giorni, parlando di un argomento così sulle labbra come «i nuovi barbari».

«Pasolini — dice Morricone — guarda all’Unità d’Italia attraverso la lente della Capitale. Roma è al centro di questo pezzo. Lui lo declama con la sua voce malinconica, una lettura tranquilla, anche serena, senza punte drammatiche, e senza certi toni apocalittici a cui poi ci avrebbe abituato».

Nel 1959 Morricone aveva trent’anni e non aveva ancora incontrato Sergio Leone e la sua straordinaria stagione di spaghetti western, «ma ero conosciuto, avevo già scritto colonne sonore, ero arrangiatore di musica leggera»; Pasolini ne aveva trentasei e doveva ancora dare prova della sua versatilità, aveva pubblicato Ragazzi di vita e Una vita violenta , si era fatto le ossa come polemista, di lì a poco avrebbe scritto la sceneggiatura per Il bell’Antonio di Bolognini e Accattone , il suo debutto cinematografico. «Aveva con me un rapporto di fiducia e di rispetto professionale, anche se il nostro primo incontro fu singolare, mi chiese di fare un montaggio di musiche scritte da altri, gli risposi che io mi divertivo a comporre di mio pugno, alla fine mi disse, faccia come crede».

L’anno dopo uscì Accattone , con le musiche «celesti» di Bach usate per contrasto. Quando venne la volta di Uccellacci e uccellini , mi chiese una citazione da Mozart nella scena del frate che suona l’ocarina, e lo stesso avvenne in Teorema , però non riconobbe il «Requiem» di Mozart nella citazione del clarinetto dissonante. Nel Decamerone dovetti accettare e subire la richiesta di certe canzoni napoletane. In Salò o le 120 giornate di Sodoma , il suo ultimo film, c’erano delle scene orrende per la sconcezza che non mi fece vedere, si limitò a descrivermele».

Ma di che cosa parlavate? «Non c’era la minima confidenza tra di noi»; e della sua amica Maria Callas, ai tempi di Medea , non le parlò? «Ma figuriamoci»; e la politica? «Nemmeno una parola. Lui non dava confidenza, era timido, distaccato. Ricordo che alcuni giornali, per infangarlo, raccontavano episodi di cronaca nera in cui era coinvolto, per esempio la rapina a un benzinaio. A volte penso a che cosa avrebbe detto della povera Italia di oggi, quello sì mi manca, le sue sghembe illuminazioni intellettuali. Un nuovo Pasolini all’orizzonte? Non mi risulta che ci sia».

Pasolini e Morricone, due artisti lontani fra loro, due corpi estranei, ma con un approccio etico al lavoro molto comune, se non identico.

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