Dalla rassegna stampa Teatro

Il mondo dentro

Debutta in prima assoluta «Orchidee» di Pippo Delbono «In scena la complessità della vita e l’addio a mia madre»

Bologna – Eccoli che tornano, a dare corpo, danza, voce ai sogni, alle domande, agli incubi di Pippo Delbono, i suoi attori e attrici fuori dell’ordinario, a smarginare in poesia la vita, la sofferenza. Bobò, recluso cinquant’anni in manicomio, Nelson, il «barbone», Gianluca, il ragazzo down dal sorriso dolce e smarrito, e Pepe Robledo, il compagno d’arte di decenni, Dolly, Julia e gli altri. Vie Scena Contemporanea Festival presenta stasera e domani (ore 21 e ore 15), al teatro Comunale di Modena in prima assoluta, Orchidee, lo spettacolo forse più atteso, dell’attore un tempo misconosciuto e ora ammirato nei teatri e sugli schermi di tutto il mondo. Quello che ci mette una nota diversa, emozionale, eccessiva, umana, fino a farsi adorare o respingere. Senza mezze misure.
Delbono, perché ha scelto per titolo il nome della regina dei fiori?
«Forse perché contiene tante cose, porta una complessità, come il momento in cui viviamo. Non capiamo più bene ciò che ci succede… gli astensionismi, le bolle che appaiono e svaniscono, i politici… Siamo perduti, senza ideologie, senza pensieri, in cerca di senso. E forse perché mi sento orfano, dopo la morte di mia madre».
In vari lavori precedenti chiedeva al pubblico di non farle sapere certe cose della sua vita, che confessava sul palco, perché era una donna cattolica, perbenista. E ora?
«In questo momento di mascheramento generale, sento che è importante più che mai far diventare il privato politico. Non ho vergogna a parlare della mia omosessualità, di Aids. Noi che facciamo un mestiere che ci dà libertà, abbiamo il dovere di denunciare certe cose, in un Paese che preferisce tacere».
Per esempio sui matrimoni gay?
«Sì, ma in realtà se ne parla tanto. Mentre non si spreca una sola parola su 1.200 persone morte in Bangladesh nell’incendio di una fabbrica dove aveva forse una compartecipazione Benetton. Siamo interessati al sesso della persona con cui si va a letto! Anaïs Nin diceva: facciamo gli artisti per creare un mondo in cui poter vivere. Senza più famiglie oppressive, guerre, politica malsana…».
C’è tutto questo nello spettacolo?
«E altro ancora. Parlo del teatro, di un teatro che vedo sempre più distaccato dalla realtà, e che invece dovrebbe essere luogo di incontro tra persone di tutti i colori. C’è il video, la fotografia, la musica…».
Lei era a Cannes come interprete di due film e vari ne ha girati. Che posto ha per lei il cinema?
«Può andare nei dettagli, fermare gli stati d’animo, come la fotografia. Nei miei spettacoli diventa scenografia, ambiente. Con le immagini cogli cose che con la testa percepisci solo dopo. Anche Orchidee: ha ancora sfrangiature, ma matureranno col tempo. L’opera è più grande della tua coscienza».
Molta fatica nel concepire questo lavoro?
«Negli ultimi due mesi, di sintesi dei materiali accumulati in un anno, vi sono entrati sogni, risvegli, notti, vuoti. Il teatro per me rimane un rifugio, un ritorno a casa. Il luogo dove capire la complessità politica, dove ritrovare la compagnia, dove parlare di amore, dove piangere la madre che non c’è più».

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