Dalla rassegna stampa Cinema

Kechiche, la Palma va all’amore lesbo

“Vince la gioventù che vuole vivere e amare liberamente

”Nel giorno del corteo anti nozze gay, Cannes premia “La vie d’Adele” Ma per Spielberg non è un riconoscimento politico bensì artistico

FULVIA CAPRARA INVIATA A CANNES

Grand prix Vince Inside Llewyn Davis di Ethan e Joel Coen ispirato alla figura del cantautore folk Dave Van Ronk, amico e precursore di Bob Dylan. La storia, di cui è protagonista l’attore Oscar Isaac, è ambientata nel Greenwich Village del 1961
Premio della giuria Va a Tale padre tale figlio del giapponese Kore-Eda Hirokazu: due famiglie, una di un architetto in carriera e maniaco del lavoro, l’altra di un commerciante rumoroso scoprono che il loro rispettivo figlio di sei anni è stato oggetto di uno scambio di culla nel giorno della nascita
Palma d’oro La Palma d’oro va a La vie d’Adele di Abdellatif Kechiche e, in via eccezionale, anche alle due protagoniste del film, Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos
Miglior regia Amat Escalante per il duro film Heli , storia di Estella, ragazzina dodicenne la cui unica colpa è quella di essersi innamorata di un giovane poliziotto che vuole fare i soldi più velocemente del lecito per sposarla

Sulla Croisette Palma d’oro alla Vie d’Adèle -Chapitre 1 & 2 , cronaca della passione infuocata tra una studentessa adolescente e una pittrice dai capelli blu. Consegnato dalla statuaria Uma Thurman, in bianco luminescente, il premio, secondo la specifica indicazione della giuria presieduta da Steven Spielberg, è da dividere in tre, e quindi va non solo al regista Abdellatif Kechiche, ma anche alle due protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux che, sul palcoscenico, pazze di gioia, fanno fatica a trattenere le lacrime: «Dedico questo riconoscimento – dice l’autore tra molte pause emozionate alla bella gioventù di Francia, incontrata durante la lavorazione del film, che mi ha insegnato molto sul vivere insieme. E poi ad altri giovani, protagonisti della rivoluzione tunisina, che lottano per esprimersi ed amare liberamente».

La lettura politica del riconoscimento è inevitabile, anche se Spielberg, insieme alla squadra dei giurati, la rifiuta con fermezza: «Per me – dice il film racconta magnificamente il modo in cui si evolve la storia d’amore tra due persone. Kechiche le segue nel loro percorso, osservando da vicino le protagoniste e il modo con cui si muovono nel mondo che le circonda». L’attualità non c’entra: «In questi giorni mi sono informato poco, non ho seguito le notizie, e non ho subito nessun tipo pressione legata ai fatti della cronaca». Un giornalista americano fa notare che il film (in Italia uscirà in autunno con il marchio Lucky Red) avrà, per via delle lunghe e molto esplicite scene erotiche, non pochi problemi con la censura Usa: «Nel decidere il verdetto non abbiamo pensato a questo tipo di questioni, credo, invece, che, negli Stati Uniti, l’opera avrà grande successo».

Per il resto il Palmares, da cui è assente La grande bellezza di Paolo Sorrentino (quest’anno non c’era il giurato italiano e questo ha inevitabilmente il suo peso), riflette una visione del cinema a 360 gradi, nessuno stile e nessun genere escluso, come per dire che i film, al di là di temi e problemi, valgono per le emozioni che riescono a comunicare. Emozioni legate, in quasi tutte le storie, al contesto familiare, ultimo baluardo di una società in pericolo: «Tra di noi c’è stato un dibattito molto civile – fa sapere il presidente -. Siamo artisti e capiamo gli altri artisti, abbiamo seguito l’onda dei sentimenti che passavano tra noi e loro». Così, alla Palma d’oro, annunciata dal plauso unanime della stampa francese che ha inneggiato al film di Kekiche fin dalla prima proiezione, segue il Gran Premio della Giuria attribuito a Inside Llewyn Davis ballata folk dedicata dai fratelli Coen alla boheme newyorkese dell’alba degli Anni Sessanta. La premiatrice è Kim Novak, applaudita dalla platea in piedi del Grand Théatre Lumière, i fratelli registi non ci sono e tocca al protagonista Oscar Isaac ringraziare con un sentitissimo «uau». Il miglior regista è Amat Escalante che in Heli descrive il dramma di una famiglia messicana annientata dalle violenza dei trafficanti di droga, mentre il Premio della giuria va al giapponese Like father, like son , storia di due bambini scambiati in culla e costretti, all’età di sei anni, ad iniziare una nuova vita con nuovi genitori: «Ringrazio mio padre e mia madre – dice l’autore Kore-Eda Hirokazu – e mia moglie che mi ha reso padre di un bambino che mi ha fatto venire l’idea di questo film».

Le sorprese più grandi riguardano i premi per gli interpreti, e lo ha dimostrato la reazione di totale sconcerto di Berenice Bejo, protagonista della tragedia, anche questa familiare, di Le passé . Più che a lei si pensava che il riconoscimento sarebbe andato al regista iraniano Asghar Farhadi che, dopo l’Oscar per Una separazione , sembrava pronto per il superpremio francese. E così, mentre l’eroina di The artist mette insieme un discorsetto di ringraziamento spezzato da sospiri e singulti, Farhadi, dalla platea, la segue con un sorriso pacato, ma non euforico. Anche il miglior attore spiazza le previsioni, pensavano tutti che avrebbe vinto Michael Douglas e invece il trofeo va a Bruce Dern, veterano del grande cinema hollywoodiano Anni Settanta che in Nebraska interpreta un anziano padre deciso a riscuotere un premio in denaro che in realtà non ha vinto: «Se fosse qui – spiega il regista del film Alexander Payne – vi direbbe quanto è fiero di questo riconoscimento».

La sceneggiatura più valida è quella di A touch of sin , quattro storie di ordinaria violenza in quattro diverse regioni nella Cina contemporanea, raccontate in una prospettiva che spinge a riflettere sugli effetti che i cambiamenti politici e sociali hanno procurato alla popolazione del Paese: «Penso che il cinema – dice l’autore Jia Zhangke -, sia il modo migliore per cercare la libertà». Consegna il premio Asia Argento, in abito sottoveste color grigio perla, sotto gli occhi della giuria colpita dalla performance di tono pantera-sexy. Se l’obiettivo era farsi notare, non c’è dubbio, è stato raggiunto. L’unica a farle ombra potrebbe essere stata Rossy De Palma con una piramide di capelli corvini sulla testa, oppure Agnes Varda in versione punk con caschetto bicolore, sopra bianco, sotto rosso. Prima che gli smoking «tornino nei loro armadi», come ha detto la soave madrina Audrey Tautou, e «tutti i gioielli, o quasi, rientrino in cassaforte», gran festa di chiusura sotto il tendone dell’Agora. Oltre i vincitori, e oltre il senso del Palmares, resta l’immagine di un Festival che quest’anno sembra aver trovato la formula perfetta.

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“Vince la gioventù che vuole vivere e amare liberamente”
Il regista: i governi dovrebbero ascoltare di più i ragazzi Le attrici: è stato un lavoro di squadra, anzi di famiglia

EGLE SANTOLINI CANNES

Miglior attore Il premio va al veterano di Hollywood Bruce Dern per Nebraska di Alexander Payne
Migliore attrice Il premio per l’interpretazione femminile va a Beatrice Bejo per Il passato di Farhadi
Diva Uma È stata la Thurman a consegnare la Palma d’oro

«D edico questo film alla gioventù francese e a quella tunisina, spesso non ascoltata abbastanza da chi la governa. Farò di tutto perché La vie d’Adèle passi anche nei Paesi dove potrebbe essere più difficile, anche in Italia, e dovunque ci fossero problemi di censura». Cosí Abdellatif Kechiche commenta la sua vittoria: una scelta libertaria e sorprendente, con tanti saluti a chi supponeva che Steven Spielberg e la sua giuria non avrebbero avuto il coraggio di premiare un film in cui le scene di amore lesbico sono così sostanziali e sostanziose. E invece sul palco salgono in tre, seguendo l’esempio dell’anno scorso e del trionfo di Amour tripartito fra Haneke, Trintignant ed Emmanuelle Riva: e accanto a Kechice ecco sotto i riflettori, tremanti, lacrimanti, le due ragazze del film, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux. Diventano anche loro, in qualche modo, autrici: perché, come spiega Spielberg, «la sinergia si è dimostrata sostanziale, e con un gruppo meno perfetto di questo non si sarebbe verificato un risultato del genere».

Kechiche è scosso anche lui, chi si ricorda quanto gli fosse bruciato anni fa il mancato Leone per Cous Cous , quando a Venezia si era dovuto accontentare del premio della giuria, sa quanto tenga ai riconoscimenti internazionali. «Si dice sempre che la riuscita del film è un lavoro d’insieme – aggiunge- e questa volta è stato proprio così. Fra noi tre, i tecnici, la troupe tutta intera si è verificata una specie di fusione. E visto che vengo da un clan numeroso lasciatemelo dire: è proprio uno spirito di famiglia».

Ma la curiosità è soprattutto per la sensualissima Adèle, scelta secondo quella che è già leggenda dopo aver mangiato, al provino, una torta al limone, perché, Kechiche dixit, «il film ruota intorno alla sua bocca». Racconta che per lei «è stato un piacere, un lavoro fatto col cuore», e Léa Seydoux, la pittrice Emma con i capelli blu, ribadisce che «si tratta di un amore contemporaneo», dunque normale e da non chiudere dentro alcun paio di virgolette, «in cui abbiamo messo le nostre esperienze di vita e spero il nostro sense of humor».

La migliore attrice è Bérénice Bejo, incredula, di verde vestita, passata in tre anni dalla Peppy Miller di The Artist , a una nomination all’Oscar per quel film diretta dal marito Michel Hazanavicius, al ruolo di madrina del Festival a laureata in proprio. «Sono fiera di dividere il premio con tutti i miei colleghi del set, col regista, coi bambini. Non riuscivo a immaginare un riconoscimentoper me, io lí dentro ero poco o niente». Ha un’idea del perché Il regista abbia pensato a lei? «La nomination evidentemente mi ha fatto entrare in una squadra di attrici prese in considerazione, ma è comunque stato un miracolo. Mi sono detta: se un genio come Fahradi che usa cosí bene gli attori mi ha scelto vuol dire che devo fidarmi». Sente per caso questo riconoscimento come una ricompensa per l’Oscar mancato? «Per nulla, mica si tratta sempre di competizione».

Bruce Dern ha saputo del premio dalla figlia, che è stata avvertita da un sms di Alexander Payne. Il regista legge in diretta la risposta di Laura ai giornalisti: «È un aggettivo, amazing, straordinario, seguito da tre punti esclamativi.».

L’orgoglio nazionale ferito per la completa sconfitta della Grande bellezza , infine, deve accontentarsi di unico italiano premiato, Adriano Valerio, milanese,menzione speciale per il corto 37 gradi 4 S , girato a Tristan da Cunha e pure quello battente bandiera francese. E infatti «vivo e lavoro a Parigi da dieci anni», fa sapere il bel giovanotto con barba. «Ma non è una scelta di abbandono del mio Paese, semplicemente il frutto delle circostanze. E il mio primo lungo, in preparazione, sarà prodotto anche dall’Italia».

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