Dalla rassegna stampa Cinema

CANNES 2013 - Le stelle di Mereghetti

Lampi di Sincerità e dolce Malinconia

La «macchina-cinema» di Abdellatif Kechiche sembra costruita apposta per scavare dentro la pelle delle persone e tira fuori quei lampi di sincerità che il cinema solitamente fatica a rendere sullo schermo: dialoghi scritti nei minimi particolari, lunghe prove con gli attori, tre o quattro cineprese in azione contemporaneamente e un lavoro di montaggio che più che restituire la fluidità dell’azione cerca di cogliere il momento capace di unire verità e spontaneità. I risultati si vedono soprattutto nel lavoro con gli attori, che con Kechiche danno quello che altri non sanno ottenere, ma è un modo di fare cinema che rischia a volte di restare prigioniero di se stesso, come compiaciuto della propria bravura. Ben controllato in Cous cous, era strabordante in Venere nera (dove unito a troppa rabbia ideologica spiegavano il fallimento del film), fa ogni tanto capolino in La Vie d’Adèle – Chapitre 1 et 2 (La vita di Adele – Capitoli 1 e 2), dove racconta la scoperta della propria sessualità da parte della giovane studentessa interpretata da Adèle Exachopoulos: prima — stancamente — con un compagno di scuola, poi — travolgente — con la venticinquenne Emma (Léa Seydoux). Coerentemente con il suo modo di filmare, Kechiche non segue un percorso lineare ma si concentra su alcuni momenti, chiedendo allo spettatore di coglierne il valore esemplare (per esempio per il peso su Adèle di un’origine e un’educazione popolare, di cui capiremo le conseguenze nella seconda parte del film). E così, per mostrare la forza dirompente di quel primo rapporto lesbico, non esita a dilatarne le riprese per un decina di minuti, senza preoccuparsi che il realismo possa sconfinare nel voyeurismo. Ecco i rischi del «compiacimento»: che alcune scene possano sembrare eccessivamente insistite, mentre forse vorresti che altri momenti — come la crisi che metterà fine alla loro storia, più per ragioni di classe che di corna — trovino più adeguato sviluppo. È vero che il film durava cinque ore ridotte a tre per la proiezione di Cannes (e non è detto che il regista non ci rimetta le mani) e che le due superlative protagoniste sono tra le candidate più convincenti alla Palma per l’interpretazione femminile, ma forse un maggior equilibrio tra le diverse parti — l’innamoramento, la vita di coppia, la solitudine dopo la rottura — non avrebbe guastato. Equilibrio che invece Alexander Payne possiede in maniera egregia: il viaggio nella provincia americana che fa compiere a un padre e un figlio (Bruce Dern e Will Forte) in Nebraska è un ulteriore, affascinante tassello nel suo lavoro di scavo sulle fragilità e le rimozioni di un’America fintamente sicura di sé. Girato in un bianco e nero un po’ polveroso, con il suo mondo di vecchi fintamente ospitali, e invece invidiosi ed egoisti, è attraversato dalla stessa malinconia e senso della sconfitta del suo precedente Paradiso amaro. Qui con un po’ di pietà in più, visto che il protagonista è un settantenne che crede ancora a chi gli promette una vincita di un milione di dollari.

Amore e libertà: l’eros tra ragazze turba il Festival

Applausi alla passione gay di Kechiche Le due protagoniste: come in un gioco

CANNES — Adele trova se stessa e si sente adulta per la prima volta quando incontra la ragazza dai capelli blu. Da quel momento, sa chi è e quello che vuole essere. La vita di Adele – Capitoli 1 e 2 è il film di Abdellatif Kechiche che scuote Cannes, un turbamento che porta con sé un grande applauso della platea, forse liberatorio: Kechiche ha oltrepassato una porta chiusa. E ha perfino aperto quella della Chiesa: il sito di Radio Vaticana, la «voce» del Papa, ha pubblicato una recensione che giudica il film come «un’esplorazione, sincera e sentita, della passione femminile, della formazione di un’identità, di un’educazione sentimentale… Ricco di scene indimenticabili di esplosione dei sentimenti, La vie d’Adèle è al momento ciò che di meglio ci ha proposto il concorso».
Una storia d’amore tra due ragazze, una poco più grande dell’altra, attraversata senza nascondere nulla, senza tralasciare alcun dettaglio nelle lunghe, passionali e mai volgari scene di sesso, e piena di delicatezza, di amore. Il regista ha cercato la bellezza in quei due giovani corpi avviluppati, «li ho ritratti come se fossero pitture, sculture. È difficile catturare la sensualità sullo schermo. Abbiamo avuto lunghe conversazioni su quelle sequenze, che devono essere viste come un gioco, ma le parole non portavano a niente. La realtà è più intuitiva».
Il «miracolo» di Kechiche è che ti fa sembrare del tutto naturale quella scelta. Ha due magnifiche «complici» nelle giovani protagoniste, la rivelazione Adele Exarchopoulos («ci siamo sentite estremamente libere, come in un gioco») e Léa Seydoux che è già una star del cinema d’autore e all’incontro si commuove: «Sono timida, arrossisco per niente, mi sento a mio agio solo davanti alla macchina da presa».
Kechiche si rende conto che il suo film può essere messo al centro dei diritti degli omosessuali, «la cosa non mi disturba, ma non ho voluto fare un film militante sui gay. Ho raccontato la storia di una coppia, e di come un incontro casuale può cambiarti la vita». Il regista coglie una breve, difficile stagione della vita, il momento in cui finisce l’adolescenza e entri in una prima età adulta, l’idea che hai di te stessa si trasforma, come il modo in cui gli altri ti guardano, le idee in continuo movimento, e Sartre e Bob Marley stanno sullo stesso piano, entrambi «profeti» nel rivendicare la possibilità di poter scegliere la vita che piace.
Per il mercato Usa (campione della pruderie) e quello arabo (con le forbici della censura a portata di mano), taglierà i momenti hot? Kechiche, cittadino francese d’origine araba, dove l’omosessualità non viene accettata, dice che «si potrebbe tentare un compromesso», ma nessuno finora ha alzato il sopracciglio moralista. Le famiglie non sono un riferimento, ma tornano utili per inquadrare la diversità di classe sociale tra le due ragazze: modesta quella di Adele, che appagherà il suo desiderio diventando maestra elementare; più agiata quella di Léa (Emma), che è una pittrice.
La scena più intensa, il vernissage della mostra di Léa in cui le due si rincontrano; è passato del tempo da quando si sono lasciate. Adele (che in arabo significa giustizia) era la sua musa, quando si rivede nel quadro in cui l’ha dipinta, nei suoi occhi c’è smarrimento, rimpianto, una eco dolorosa dell’antica felicità e di un rapporto che lei avrebbe voluto con tutta la forza continuare. Adele è pragmatica, a tratti confusa e una bugia le sarà fatale. Emma è nomade, melanconica, libera, selvaggia. Due i libri all’origine di quest’avventura che avrà altri due capitoli: Marivaux come ispirazione ideale «per la sua esplorazione di psicologie e sentimenti»; e la graphic novel di Julie Maroh che contiene le due protagoniste.

Valerio Cappelli

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