Dalla rassegna stampa Cinema

«A Cannes anche i segreti della famiglia Bruni Tedeschi»

Delbono: Valeria dirige sua madre e io sono un prete

«M ia madre sarebbe contenta di sapere che mi sono fatto prete…». Pippo Delbono annuncia di aver preso i voti. «Una vocazione a termine, il tempo di un film», precisa scherzoso l’attore-regista a cui Valeria Bruni Tedeschi ha chiesto di indossare l’abito talare nel suo Un Chateau en Italie, tra pochi giorni in gara al Festival di Cannes. La cronaca molto autobiografica di una famiglia alto borghese di Torino, di un fratello malato, di un mondo che si disgrega nell’Italia degli anni di piombo. Cast iperrealistico (Valeria fa se stessa, sua madre è quella vera, Marisa Borini), ogni ruolo centellinato con estrema cura. «A me è toccato dire messa — racconta Delbono —. Valeria voleva fossi io a celebrare nel film il funerale di suo fratello. Così mi sono messo la tonaca di un prete un po’ folle, un po’ Che Guevara, e ho improvvisato una predica surreale sulla vita e sulla morte. Mentre dicevo quelle parole ho pensato a mia madre Margherita, scomparsa un anno fa. Lei, così religiosa, avrebbe approvato».
A Cannes arriverà anche alla Quinzaine protagonista di Henri di Yolande Moreau. «Una storia d’amore e di piccioni — la definisce ironico —. I piccioni sono l’unica compagnia di un uomo taciturno, succube della moglie, con cui gestisce un ristorante in un triste paesino del Belgio. L’amore è quello per Rosetta, una giovane handicappata mentale che arriva ad aiutare Henri dopo la morte improvvisa della moglie. Tra i due nascerà un legame felice, oltre ogni convenzione».
Solitudine, emarginazione, amore: temi cardine dell’avventura umana e artistica di Delbono, la cui compagnia teatrale annovera anche un barbone, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down e un sordomuto vissuto per quasi 50 anni in un manicomio, lo straordinario Bobò. «E Bobò è presente anche in Henri. In ogni film cerco di portare un po’ del mio mondo». Una doppia presenza al Festival più importante del mondo. «Lo spavento vero è la data. Henri chiude la Quinzaine il 24 maggio. La sera dopo a Modena debutto con il mio nuovo spettacolo teatrale, Orchidee, poi anche a Roma e a Milano».
Niente di botanico, piuttosto una metafora. «L’orchidea è fiore bello e “finto”. Lo trovi in tutte le case borghesi e non sai mai se sia vero o artificiale. Un fiore androgino, dotato di organi maschili e femminili, che si nutre di sostanze in decomposizione. La perfetta metafora di un mondo ambiguo, inafferrabile, sempre sospeso tra realtà e finzione. Un fiore carnale, il suo nome in greco indica i genitali maschili».
Amore e carne, come il titolo di un altro film, firmato Delbono, in uscita il 6 giugno. Il calvario amaro e ironico di una vita da sieropositivo. «Lo sono da più di vent’anni. Sieropositivo, omosessuale e buddista. Volevo che mia madre sapesse tutto. Quando le ho confessato il mio segreto, lei ha risposto più rancorosa che stupita: anche questo mi hai fatto? Ma alla fine sono contento di averglielo detto».
Quando Margherita sta per morire, Pippo decide di filmarla un’altra volta, quasi per impossessarsi di quell’estrema intimità. Il sangue è il documentario che registra la sua agonia, fino all’ultimo istante. «La cinepresa mi ha permesso di porre una distanza per accettare l’inaccettabile. Quando è morta mi sono detto: come posso andare avanti? Mi butto sul lavoro. Così è stato, sempre pensando a lei, sempre parlando di lei e con lei. Un filo conduttore che ha annodato tanti linguaggi, tanti punti di vista. Per cercare di capire qualcosa tra tanta confusione».
Tutto su sua madre. «Oggi presente più di prima, dentro di me, finalmente entrata nel mio modo di vedere il mondo. Oggi lei e io siamo più affini. Qualche tempo a New York sono andato a trovare Lou Reed. Ero lì, con la borsa di mia madre appresso. Parlavo e sembravo lei. Mi sono detto: ecco mia madre che parla con Lou Reed… Mi è venuto da ridere. Me ne aveva combinata un’altra».

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