Dalla rassegna stampa Cinema

Quei volti nascosti dentro specchi riflessi

CINEMA – «Facing mirrors», l’opera prima della regista iraniana Negar Azarbayjani, in un paese dove le cineaste sono sempre più vittime del controllo arrogante del regime

Un racconto che lega due identità negate in Iran: la giovane tassista Rana e Adineh, transessuale costretta a vivere in un corpo non suo A legarle all’inizio solo il denaro, dopo il conflitto scopriranno un percorso comune
Specchi come astri, ciascuno a sé, ciascuno perso nel proprio giro solitario. Poi un insperato allineamento, infinitesimale probabilità di incontro, che si verifica. Gli specchi si fronteggiano, si scoprono e fiorisce il miracolo di accorgersi dell’altro, della profondità del suo dolore, e insieme, in quel sentire allargato, si apre il chiarore di scorgere più nitidamente se stessi. Facing mirrors l’opera prima della regista iraniana Negar Azarbayjani, che ha incantato il Middle East Film now di Firenze, vincendone il concorso, è un film dirompente e vero, dotato di quella capacità propria solo del cinema di saper rivelare il tempo inafferrabile della speranza e insieme di produrre in chi guarda un iberatorio slittamento percettivo verso l’altro da sé.
Tutto comincia da un piccolo specchio, uno specchietto retrovisore: dettaglio nel dettaglio e occhi scuri e malinconici che emergono da un volto incorniciato dal velo, rito intimo della stesura del kajal e sonoro off che evoca il profumo erotico di un dialogo d’amore lontano. Rana è una giovane donna nell’Iran di oggi: un figlio piccolo, un marito amatissimo che non può più toccare ma solo vedere attraverso il vetro del parlatorio in carcere e un mestiere ancora concepito come maschile, svolto all’insaputa di tutti. Rana guida il taxi del marito con la precauzione di evitare le zone dove potrebbe incontrare qualcuno che conosce e di accettare solo clienti donne.
Adineh/Eddie è una transessuale in fuga da un padre incapace di concepire la sua identità e da un matrimonio imposto: berretto di lana su una testa rasata e sopra il velo che mette e toglie nervosamente, alternandolo a un cappello sportivo da uomo. Deve raggiungere una villa lontana da Teheran, dove nascondersi in attesa del tempo necessario per il passaporto, quindi lasciare il paese per la Germania dove ha già iniziato una terapia ormonale e dove conta di operarsi. Una esistenza accerchiata, occlusa, sbarrata la sua, una esistenza sul filo di una corsa disperata in macchina, col peso e l’imbarazzo di mostrare il proprio ID a un poliziotto occhiuto. É così che il padre la imprigiona nuovamente mentre lei scappa ancora e, per non essere rintracciata, si libera della macchina della sua ricca famiglia. Si ritrova a vagare sul ciglio di una strada, sola, ai margini della sua città e di se stessa. É il punto di incrocio tra le loro traiettorie. Su quella strada c’è Rana, col suo taxi vecchio e preziosissimo.
Da questo plot minimale e basico, caro ai grandi maestri iraniani, muove una partitura registica tutta protesa ad accogliere il tracciato emozionale delle due protagoniste (Ghazal Shakeri e Shayesteh Irani), a registrarne i sottili mutamenti, le angosce e i silenzi, il brillio curioso del reciproco scoprirsi: sono i loro volti, come Faces, appunto, che riempiono l’immagine; quella pelle, quegli sguardi che Azarbayjani ama e accarezza con la camera.
Dapprima a legarle sarà un patto fondato sull’urgenza economica di Rana: Adineh ha con sé i gioielli di sua madre, scomparsa quando lei era piccola, nonché molti contanti che le offrirà in cambio di una corsa fuori dai suoi soliti itinerari. Rana non vuole che le clienti fumino e Adineh pure solitamente provocatoria subito spegne. Cosa fai tu quando sei nervosa? Mi rosicchio le unghie. Hanno le stesse mani. E si ritrovano a condividere lo stesso cibo durante una delle soste del viaggio. Poi una serie di segnali che Rana non comprende: ha visto la sua passeggera togliersi il velo, andare nel bagno degli uomini, essere seguita dalla polizia … Fino alla rivelazione, che dapprima genera in lei rifiuto distanza incomprensione, conflitto, scontro, fino a un piccolo espediente drammaturgico cruciale. Per la foga di allontanarsi, Rana viene investita e si ritrova in ospedale dove scopre di essere stata soccorsa da Adineh. Il guscio di pregiudizi in cui si trova chiusa comincia a frantumarsi. Torneranno insieme, stavolta il percorso opposto, a fronteggiare Teheran. E guarderanno la stessa strada, e saranno la stessa visione, dall’affidarsi reciproco delle singole storie.
Allora Rana potrà aprire la sua casa ad Adineh, potranno confidarsi l’una di fronte all’altra, gli specchi limpidi e non più offuscati. Eddie le chiederà dell’amore, e Rana parlerà di un senso di destino, di qualcuno unico al mondo che aspetteresti anche dovessero volerci vent’anni. L’altra le schiuderà l’abisso del suo dolore, lo strazio di dover lasciare un paese in cui assurdamente la legge consente e supporta economicamente il mutare di sesso, ma poi non fornisce alcuna chance di integrazione ai transessuali e respinge con disgusto le loro relazioni. E Rana non si sentirà più solamente in debito verso la sua insolita passeggera, ma agirà concretamente per cercare di forare il muro innalzato dal padre di Eddie, con il linguaggio dell’amore e dell’accettazione. Toccato con mano ciò che più conta, saranno insieme, pioniere di percorsi mai intravisti, nella neve. Il film sarà proposto domani (ore 20) al cinema Lumierè di Bologna nell’ambito del festival Divergenti.

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