Dalla rassegna stampa Cinema

Jeremy Irons contro Hollywood «Oggi la qualità vince in tv»

…scalfito di recente dalla polemica dopo una sua dichiarazione sui matrimoni gay, «i genitori potranno sposare i figli?», per cui poi ha chiesto scusa, specificando di non essere contro le unioni omosessuali…

Sessanta film e un Oscar. «Il cinema Usa ha perso l’anima»

J eremy Irons — premio Oscar, attore ammiratissimo, interprete di oltre sessanta ruoli — all’inizio della sua carriera, quando nella Londra degli anni Sessanta saltava di provino in provino in cerca della sua occasione, lavorava in un’impresa di pulizie per mantenersi: «È incredibile come le persone sono in grado di ridurre le loro case», ricorda.
È piuttosto evidente quindi, che quando si è disposti a faticare davvero, per anni, pur di raggiungere un obiettivo, il più delle volte lo si fa perché si è mossi da una passione autentica. Recitare, per Irons, lo è. Ed è per questo che l’aplomb da gentleman inglese — (scalfito di recente dalla polemica dopo una sua dichiarazione sui matrimoni gay, «i genitori potranno sposare i figli?», per cui poi ha chiesto scusa, specificando di non essere contro le unioni omosessuali) — dell’attore 64enne viene messo un po’ alla prova quando riflette su come è cambiato negli anni il suo mestiere. «Un tempo a Hollywood c’erano persone che volevano fare soldi, ma che amavano anche profondamente i film. Ora questo si è un po’ perso. Tutto è in mano a persone che vogliono fare business. Manca chi incoraggia i giovani registi, chi produce piccoli film d’autore. E magari si tratta di gran bei film, ma hanno problemi a essere finanziati. È una vergogna». Lui, nel frattempo, si è dedicato alla tv, lavorando nella serie «I Borgia» (negli Usa la seconda stagione partirà domenica, in Italia è andata in onda la prima su La7).
Un ritorno in tv dopo 25 anni…
«Vero. Nel frattempo le serie tv sono cresciute tantissimo. Molti dei migliori copioni sono per la tv. Non è un caso se grandi attori ci lavorano: vanno dove ci sono sceneggiature buone. Penso a Kevin Spacey, Glenn Close, Hoffman. La qualità è alta. Il successo, anche de “I Borgia”, si spiega così».
Cosa l’ha convinta a interpretare papa Alessandro VI?
«È molto interessante interpretare un Papa di quell’epoca. Un Papa che era un re. Uomo di grandi appetiti e contraddizioni. Un uomo che ha combattuto: per sé e per lo Stato Pontificio. In ciascuno di noi convive il buono e il cattivo. E poi mi è piaciuta la libertà che si ha con una serie tv: essendo molto più lunga di un film, puoi approfondire un personaggio».
Ha detto che gli italiani sono abituati agli scandali, è vero?
«Sì. Penso a Silvio Berlusconi. Credo che gli italiani prendano la politica un po’ meno seriamente della norma».
Lei crede in Dio?
«Credo che Dio sia dentro di noi. E credo negli insegnamenti del Nuovo Testamento. Ma penso che le donne sono più importanti di come la Chiesa permette loro di essere».
In che senso?
«Da tempo dovrebbero esserci preti donna. È irreale questa situazione, come che i preti non possano sposarsi. E infatti le vocazioni precipitano. La Chiesa in Europa ha un po’ smarrito la sua missione. Dovrebbe stare vicina alle persone».
Quando ha deciso di diventare attore?
«Dopo la scuola ho capito che volevo fare una vita in giro per il mondo. E volevo raccontare storie. Se non l’attore avrei fatto l’architetto o l’arredatore d’interni. Da piccolo volevo fare il veterinario. Ora ogni tanto penso a diventare regista. Ma non ho mai trovato il film che avrei potuto dirigere meglio di chiunque altro. Se capitasse lo farei. Ma diventare attore era senza dubbio il meglio per me».
Si aspettava questo successo?
«No, assolutamente. Pensavo di diventare un attore teatrale».
Qual è il potere del cinema?
«Mostrare alla gente quello che accade nel mondo. E quando mostri alle persone la verità, se si tratta di una realtà inaccettabile, le induci ad arrabbiarsi e a desiderare di cambiare le cose. La tv si può guardare distrattamente. Ma il cinema fa sì che ci si sieda in una stanza per due ore e si presti attenzione. Ha il potere di lavorare sulle persone».
E il suo prossimo film, «Treno di notte per Lisbona», su cosa fa riflettere?
«Sulla natura della nostra vita. Su chi siamo e su cosa stiamo facendo. Ci spinge a chiederci se la vita che abbiamo ci rappresenta o se non vorremmo essere altro. È una domanda che la maggior parte di noi ha impressa nella mente. Provare a cambiare è un dovere: non dobbiamo buttare via tempo, abbiamo una sola vita. Bille August, il regista (danese), ha creato un piccolo gioiello».
Ha interpretato oltre 60 ruoli, vinto tanti premi e un Oscar per «Il mistero von Bulow». Qual è il film di cui è più orgoglioso?
«Lolita. Era un soggetto molto difficile e partiva da un classico straordinario della letteratura. Era un film complicato e per questo è quello di cui sono più fiero. Ho poi bellissimi ricordi di Mission. Quanto ai premi, è sempre molto bello quando le persone vogliono dirti “ben fatto”».
Non è mai stanco del suo lavoro?
«Ho avuto due anni intensi e ora ho bisogno di staccare, di avere un po’ di tempo per me, vivere la vita. Giusto per farmi tornare l’appetito».

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