Dalla rassegna stampa Libri

Poesia omosessuale in Italia storia di un secolo di sfide Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini

Nell’antologia “Le parole tra gli uomini” Luca Baldoni ha raccolto i versi che raccontano l’amore per lo stesso sesso: dai notissimi, come Pasolini e Penna, ai sommersi, fino ai supercontemporanei. Come il fiorentino Marco Simonelli

Ci sono poeti la cui omosessualità è nota: Saba, Pasolini, Penna. Ci sono poeti la cui inclinazione omoerotica è certezza solo per addetti ai lavori: Corazzini, De Pisis, Palazzeschi. Ma l’obiettivo di Le parole tra gli uomini non è il pettegolo disvelamento dell’orientamento sessuale di chi ha fatto la storia della poesia italiana dal Novecento a oggi. Luca Baldoni, critico letterario fiorentino e poeta lui stesso, ha realizzato questa antologia di poeti gay italiani dal Novecento a oggi (edita da Robin) con l’intento di svelare piuttosto i molteplici modi in cui l’omosessualità e la poesia abbiano interagito, e il legame tra poesia e mutamenti di pensiero e di atteggiamento in materia di diversità. 400 i testi, di 49 poeti: da Buffoni al senese Lolini a Naldini, Testori, Bona.

Baldoni, che ruolo ha avuto Firenze nella poesia omosessuale?
«Dopo il dominio di Roma ci sono due città in cui la poesia gay rivela continuità generazionale. Torino. E Firenze, dove la tradizione parte a inizio secolo con Palazzeschi, e prosegue soprattutto con Piero Santi, per arrivare poi a Massimiliano Chiamenti e il giovane Marco Simonelli. Non ci sono trait d’union. Palazzeschi ad esempio non parla di Firenze ma vira sul comico o sul simbolico. Santi è invece molto attaccato alla realtà cittadina, e questo si nota anche nel postmoderno di Chiamenti e Simonelli. E’ interessante notare come nei due poeti ci sia la consapevolezza della centralità fiorentina nella storia dell’omosessualità: nella sua Chiasso del Buco, Simonelli rievoca il bordello maschile che anticamente si trovava in questa strada».

In Italia la poesia ha affrontato il tema omosessualità molto prima del romanzo.
«Colpa dell’approdo tardivo della nostra cultura letteraria al romanzo rispetto a Francia o Inghilterra. Ma è anche vero che la poesia, con la sua minore diffusione e la sua aura elitaria, ha garantito grandi spazi di libertà espressiva. Per quanto riguarda il romanzo omosessuale, prima degli anni Ottanta di Busi o Tondelli, una parte consistente della produzione a sfondo omoerotico era relativa ad autori etero (Moravia, Morante) in opere dove la rappresentazione di personaggi omosessuali è associata a decadenza sociale, in un’omofobia generalizzata. Questo non accade nella poesia».

Dove si registra uno sviluppo di atteggiamento amoroso gay?
«Negli anni Settanta si abbandona progressivamente l’idea dominante di rapporto asimmetrico, ovvero la ricerca di un gay maschio eterosessuale con cui avere un’avventura sessuale, bloccando del tutto l’affettività».

Che contatto c’è tra la poesia omosessuale italiana e i cambiamenti della società in rapporto all’omosessualità?
«Già in Pasolini l’omosessualità non è relegata ad un empireo poetico, ma cartina di tornasole dei rapporti tra società e politica. L’impatto del movimento di lotta degli anni Settanta sulla poesia è altissimo, ma questo non vuol dire che ogni poeta gay scrivesse versi civili. Oggi dobbiamo registrare una correlazione tra lo scarsissimo successo dei gay studies in Italia e l’arretratezza di pensiero. Nei paesi anglosassoni i gay studies hanno contribuito ad una maggiore comprensione sociale delle tematiche lgbt; nell’ambito italiano c’è invece una doppia strategia di repressione: da una parte l’amore omosessuale viene ancora rimosso e censurato anche in autori dichiarati. Dall’altra, si accusa di ghettizzazione chi si occupa di gay studies».

Accusa in cui incorrerà anche lei con questo libro. Si può parlare dunque di antologia militante?
«Il rifiuto di una maggioranza ideologica esercitato su una minoranza è sempre ipocrita. La militanza e la ricerca letteraria si sposano quando all’oggetto della propria ricerca accademica non viene riconosciuta una piena legittimità. La militanza qui non è faziosità, ma il tentativo di ristabilire un’uguaglianza che non si riscontra negli studi letterari in Italia».

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