Dalla rassegna stampa Libri

Lindon: “I miei giorni con Foucault e l’Lsd”

All’Istituto francese il romanzo uscito per Barbès, epopea di persone, luoghi passioni sullo sfondo di Parigi anni Settanta

Firenze – Febbri e desideri del giovane figlio di un grande editore francese sul finire dei Settanta. Un magnifico maestro di libertà e la sua casa parigina di Rue de Vaugirard, sempre aperta a frotte di giovani innamorati di quel genio coltissimo e ancor più umano. Il gioco sottile, profondo, elegante fra amicizia e amore, etero e gay. Lsd ed eroina come passaporti per far viaggiare o assopire la coscienza. Son questi gli inchiostri coi quali Mathieu Lindon ha colorato le pagine del suo Cosa vuol dire amare, titolo banalotto per un memoire invece denso di persone, fatti e passioni. Il corposo volume, uscito in Italia nel 2011 per la defunta Barbès, cerca infatti di riannodare i fili dell’educazione sentimentale di un Lindon venticinquenne alla ricerca di se stesso, finalmente al largo delle sue paure. A partire dal complesso, anche duro, rapporto con l’autorevole e autoritario padre Jerome, l’uomo che ha fatto grandi le Éditions de Minuit scoprendo e pubblicando, dal 1948 alla morte nel 2001, Beckett, Duras, Robbe-Grillet, Deleuze, Derrida, Pierre Bordieu; l’incontro cruciale con Michel Foucault, filosofo, come certi maestri greci, nei fatti della vita quotidiana e uomo di irresistibile generosità (il suo inedito, luminoso ritratto è la cosa migliore del libro); Lsd ed eroina — in quel tramonto di un’epoca persino inflazionati fra i giovani affamati d’esperienza — come strumenti di conoscenza. Quel libro, premiato nel 2012 col “Médicis”, Lindon, anche redattore di Libération, lo presenta oggi all’Istituto Francese (piazza Ognissanti 2, ore 18, ingresso libero), a chiusura del Festival della letteratura francese.
Che ricordi ha di suo padre editore?
«Credo che pubblicasse i libri che amava e poteva difendere. Era entrato a lavorare subito dopo la guerra alle Éditions de Minuit, nate clandestine nel 1942, sotto l’occupazione nazista. Il primo titolo fu Le silence de la mer di Vercors, storia di una famiglia della resistenza costretta ad ospitare un ufficiale tedesco. Mia sorella, da tempo al fianco di mio padre, ne ha proseguito il lavoro dopo la sua morte».
Un Foucault giorno per giorno il suo, familiare, generoso, gentile, in anni in cui era famoso come Dylan o Mick Jagger…
«L’ho conosciuto nel 1978, quando era professore al Collège de France. Penso che andasse molto volentieri ad insegnare negli Stati Uniti, dove poteva avere più anonimato. Ma passava anche molto tempo in Francia a lavorare in biblioteca o a casa, dove il ruolo pubblico non gli pesava. Da parte mia ho voluto solo raccontare ciò che ho vissuto con lui, di come la sua intelligenza e generosità avessero trasformato la mia vita, e spero di essere riuscito a renderle di nuovo vive, era come se le usasse per sviluppare quelle di coloro che amava. Mi insegnava senza che me ne rendessi conto. Era Michel Foucault: un essere ammirevole, ma una persona con cui il contatto era semplice per il ragazzo di venticinque anni che ero. Avevo l’impressione che l’aver così ben studiato le relazioni di potere, gli facesse creare relazioni in cui il potere non aveva peso. La sua benevolenza poteva essere straordinaria».
Erano anche gli anni delle droghe quelli della sua amicizia con Foucault…
«Ho incontrato lui e l’Lsd nella stessa epoca, e l’acido e l’appartamento di Rue de Vaugirard sono per me totalmente collegati. Ero un ragazzo impaurito che si proteggeva dal mondo e l’Lsd mi ha aperto la mente. È stato un piacere inimmaginabile: non avevo mai preso droghe, neanche bevevo. Ho avuto la sensazione che l’Lsd mi ingrandisse e nessun altro luogo al mondo mi è parso più adatto a ricevere persone in pieno trip come la casa di Rue de Vaugirard, che lui ci fosse o meno. Sapevo che con l’acido ci potevano essere rischi, e racconto quanto, almeno una volta, è andata molto male, ma credevo ne valesse la pena. Era così nuovo quello che stavo scoprendo, stando così bene, così diverso, che avevo una specie di curiosità masochista che mi incoraggiava a scoprire in quale modo sarebbe anche potuta andare molto male. Con l’Lsd cercavo di stare bene, ci sono arrivato molto spesso e questi piaceri mi hanno arricchito. Lo prendevo con precauzione, in quello che giudicavo il giusto contesto, ma non lo farei più oggi. L’Lsd era così legato a Foucault che la sua morte ha significato per me la fine dell’acido. L’eroina è un’altra storia. Ne ho fatto uso a lungo e senza danni ma è arrivato il momento, e la morte di Michel vi ha contribuito enormemente, in cui ho esagerato e sono arrivati i danni: su questo scriverò il mio prossimo romanzo. C’è stato un periodo in cui proponevo ai ragazzi che incontravo di assumere droga, come un regalo, e poi ne è venuto un altro — che continua — in cui non voglio più la responsabilità di far assumere droga a nessuno: è una scelta individuale su cui non intendo esercitare un peso. In una certa epoca l’Lsd mi ha fatto un gran bene, in un’ altra l’eroina mi è stata utile, ma in tanti altri, lunghi momenti ho dovuto lottare contro di lei. Ed è stato terribile».

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