Dalla rassegna stampa Libri

Le parole per dire la diversità in un'antologia di valore diseguale Le simmetrie del quotidiano

Nei versi dei grandi autori come Pasolini, Penna, Bellezza la pressione esistenziale si accompagna a un’attitudine espressiva

Esiste una poesia gay? No, non esiste. È forse questo il principale fondamento teorico, da parte mia assolutamente condivisibile, premesso a Le parole tra gli uomini. Antologia di poesia gay italiana dal Novecento al presente, curata da Luca Baldoni. Il volume non nasce infatti per definire un particolare genere poetico, che inevitabilmente sarebbe poi un sottogenere, una categoria circoscritta e penalizzata dai suoi stessi parametri di definizione. Piuttosto, il curatore da un lato ha inteso tracciare una possibile «storia della presenza omosessuale nella poesia italiana moderna e contemporanea», dall’altro ha pensato all’antologia «non come a uno studio sulla poesia gay (o omoerotica o omosessuale), ma come a una ricerca su omosessualità maschile e poesia, dove l’accento non viene posto su un determinato tipo di fare poetico, ma sul rapporto tra due termini strettamente distinti e correlati». L’utilizzo della categoria non è allora ontologico, ma strumentale, pragmatico. Il modo più fecondo di leggere Le parole tra gli uomini è dunque quello insieme più scontato e più imparziale, trattandosi di poesia, vale a dire di affidarsi a criteri poetici, di consistenza e di efficacia espressiva, tenendo comunque presente il punto di vista adottato dalla selezione antologica e il filo conduttore che ne deriva.
Tutto infatti funziona secondo le regole della poesia, in cui non esiste nessun caso a parte. I poeti più validi sono tali perché possiedono la capacità di realizzare e d’inverare nel linguaggio poetico la loro particolare visione del mondo, la loro sensibilità, passione, corporeità, desiderio, amore. Viceversa, i poeti meno e spesso assai meno validi, quella capacità la possiedono in grado minore o perfino, in alcuni casi, non la possiedono affatto, finendo così per rendere in qualche modo inconsistente o irreale il loro portato espressivo. La poesia del resto si fa con le parole, è un’arte e, se qualcosa di simile a una verità può darsi, questa non si trova mai all’inizio, ma si può riconoscere soltanto a cose fatte, alla fine del gioco.
Prendiamo ad esempio la diversità, il sentimento della diversità, che non si può definire nemmeno un tema elettivo di questi poeti, perché è molto di più: un senso di se stessi, un rapporto complessivo con gli altri e col mondo, una qualità dello sguardo, un pensiero delle cose. Ebbene, la diversità, che si potrebbe anche definire come non conformità rispetto a uno schema culturale o a un’ideologia data, può funzionare come una leva, un grimaldello (ogni poeta ha il suo) per mettere in moto la lingua, per prendere le parole nel verso giusto (anche in questo caso, ogni poeta ha il suo), per vincere la banalità espressiva e uscire dai luoghi comuni. La diversità omosessuale diventa allora tutt’uno con una conoscenza del mondo, come fosse l’apripista per una rivelazione di natura anche etica, sociale, politica, religiosa, estetica, filosofica. In questi casi conquistare la propria lingua e conquistare la propria verità risultano i due movimenti simmetrici di un unico processo creativo. Questo accade con maggiore evidenza nei poeti maggiori compresi nell’antologia: in Penna, Pasolini e Bellezza, che ne costituiscono l’asse portante, in poeti la cui presenza potrebbe a tutta prima sorprendere, come Corazzini e Palazzeschi, ma anche, inclusione meno sorprendente, nel Saba dei «fanciulli e garzoni», Saba che pure è il poeta di Trieste e una donna. Questo accade, dunque, solo quando a una certa pressione esistenziale fa riscontro una particolare attitudine espressiva, vale a dire soltanto quando un uomo incontra in sé un poeta.
Nei casi meno felici si verifica invece l’opposto e la diversità si materializza soltanto come una specie di alibi, di schermo o di vicolo cieco che impedisce un confronto aperto con la lingua e, al contempo, con se stessi e con le cose. Il pretesto, anziché alimentarlo, pregiudica il testo. Accade cioè quello che in poesia accade sempre, invariabilmente: le premesse, le motivazioni, le intenzioni, quali esse siano, di per se stesse non bastano mai, non sono mai tali da garantire la qualità e l’efficacia del risultato. Un piccolo o grande fuoco espressivo in qualche modo una poesia deve pure innescarlo, ma in questi casi si può pensare a qualcosa che forse è bruciato prima delle parole e che nelle parole comunque si è spento. In tal senso, credo che l’antologista per desiderio di rappresentatività abbia ecceduto nelle inclusioni, specie per i decenni più recenti. Una maggiore selettività avrebbe detto e significato di più che una testimonianza ad ampio raggio, che ha finito in non pochi casi per proporre alcuni dei gerghi poetici più riconoscibili dei nostri anni: stereotipi espressivi, cliché, ridondanze. Più si fa sentire una tendenza di genere, più è riscontrabile una maniera anziché uno stile. Insomma, l’antologia tiene e si giustifica solo là dove le singole poesie tengono e sono capaci di giustificarsi da sé e non sempre questo avviene.
A questo punto mi chiedo però se quanto a gusti poetici non sia troppo conformista. È vero infatti che, a parte i già citati, i poeti che mi sembrano più bravi e insieme più rappresentativi dell’antologia sono quelli che la critica ha per altre vie già abbastanza stabilmente riconosciuto, ad esempio Pecora, Lolini, Buffoni, oppure, della generazione successiva, Gardini e Lepori (meritevole però anche il recupero di Gian Piero Bona e di Gino Scartaghiande, due bravi poeti oggi piuttosto dimenticati). Si deve forse al fatto che tutti i poeti degni di figurare in questa antologia, lo sono anche di essere inclusi, fatte salve le dovute proporzioni, in qualsiasi altra antologia, stavolta senza aggettivi? Per me è così. Se dunque è vero che l’infondatezza della categoria di poesia gay è il suo presupposto principale, allora questa stessa «antologia di poesia gay», in modo certo paradossale, ne sarebbe la necessaria e tanto più interessante dimostrazione.

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