Dalla rassegna stampa Personaggi

Ferzan Ozpetek “La mia Traviata champagne e narghilè redimerà Violetta”

L’autore di pellicole diventate cult in Italia si misura con la lirica e debutta il 5 dicembre al San Carlo con il capolavoro di Verdi

L’opera lirica mette al centro l’uomo. Come il suo cinema. E’ l’umanesimo del regista Ferzan Ozpetek, che debutta al San Carlo il 5 dicembre (repliche fino al 15) con la sua Traviata, montata quasi fosse un film sulla più bella colonna sonora di Giuseppe Verdi. Il capolavoro del genio di Busseto apre la stagione del Lirico. Sul podio Michele Mariotti, a guidare Orchestra e Coro stabili. Interpreti principali, Carmen Giannattasio (Violetta) e Saimir Pirgu (Alfredo). Scene del premio Oscar Dante Ferretti. Costumi di Alessandro Lai. Una regia, quella di Ozpetek, che come la cinepresa scava nell’universo “interiore” dei suoi personaggi.
Maestro, per questa Traviata al San Carlo, rimarrà fedele all’originale o ha in serbo cambiamenti?
«Sono partito dalla “Signora delle Camelie”, il romanzo di Dumas a cui è ispirato il libretto. Lì ci sono tutti i segreti di Violetta. Così ho sviluppato un’idea, condivisa con Mariotti e gli altri. È una novità che non voglio svelare, dico solo che rende ancor più forte e melodrammatica la storia».
Cosa resta del cinema in quest’incursione nella lirica?
«Prima di cominciare a lavorare a Traviata, ho incontrato Zeffirelli. Chiacchierando con lui ho capito che la cosa più importante per me, da regista cinematografico, è la recitazione».
Come si è trovato con il cast?
«Meravigliosamente. Spesso durante le prove chiedo di risentire alcuni brani, a volte solo per piacere mio. Come quando Orchestra e Coro provano le parti musicali. Confesso che mi sono commosso. Mariotti si è rivelato una guida musicale preziosissima. Sarà la Traviata di tutti noi».
E’ l’importanza del richiamo alla memoria?
«Sempre. L’opera è ambientata in una Parigi del 1910 circa, tutta champagne e narghilè. C’è l’uso di flashback, culture diverse sintetizzate in una visione che fonde colori, sapori, profumi, in un’atmosfera che rimanda al mondo di Proust ».
Un omaggio alla Turchia, suo paese d’origine?
«Non solo. Ritorna l’esotismo della cultura francese degli inizi del Novecento. Questa è la cosa che amo di più: diverse culture che si mescolano per dar vita ad una realtà poliedrica».
Come si è avvicinato alla lirica?
«Grazie a Salvo Nastasi, che spesso mi ripeteva “l’opera più si conosce, più si ama e senza accorgertene entri in questo mondo”. Aveva ragione. Lui e Rosanna Purchia mi hanno convinto a fare questa Traviata al San Carlo».
Nel suo film “Harem Suaré”, Traviata era già presente.
«Il film iniziava proprio con Traviata. All’interno del palazzo del sultano c’era un teatro dove si mettevano in scena opere liriche, affidate a una compagnia italiana. Tutto vero. Anche l’amore del sultano per il lieto fine, sempre».
Qual è il ruolo della musica nella forma cinematografica?
«E’ il linguaggio dell’inesprimibile e dell’inespresso. Partiamo dalla musica di Verdi: dice anche il non detto. È la musica a redimere il personaggio di Violetta. Una bellezza che sublima».
Nella scena finale di “Magnifica presenza” lei tenta di esprimere un “monologo interiore”.
«La musica nel cinema è fondamentale, come il silenzio. La densità degli stati d’animo è fluida, come l’acqua che passa attraverso stati diversi. Ci si commuove solo quando la nostra anima si muove con le emozioni dei personaggi. Mi piace pensare che ciò che resta fuori dall’inquadratura non si perda nel nulla. Si può dire anche senza dire. La realtà del cinema è oltre l’immagine, riprende la dinamica fluida dell’interiorità».

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