Dalla rassegna stampa Cinema

IL FILM DI ROBERTO NEPOTI ACCIAIO

A Piombino nella trincea della lotta di classe

Anche se saperlo rappresenta una magra consolazione, è vero che i tempi cupi generano buoni film. Scomodando appena il “solito” neorealismo, il cinema italiano non fa eccezione alla regola; ed ecco che, dopo decenni di filmetti fuori dal mondo, ci racconta la disoccupazione, il malaffare della politica, la mafia… Ora, con Acciaio di Stefano Mordini (tratto dal romanzo di Silvia Avallone e presentato all’ultima Mostra veneziana), si riaffaccia perfino la classe operaia, a lungo vittima di un’amnesia che aveva contagiato tutti i media.
Il filtro è la storia di formazione di due adolescenti, Anna e Francesca, amiche del cuore e forse ancora più intime; lo sfondo Piombino, la città delle acciaierie (un tempo Ilva, oggi Lucchini) che la cinepresa di Mordini fotografa come un paesaggio lunare, da film di fantascienza, chiuso e isolato dal resto del mondo (Anna non è mai stata neppure all’Elba, l’isola dirimpettaia). Altri personaggi sono Alessio detto Ale, l’onesto fratello di Anna che lavora alla Lucchini; Elena, appena tornata a Piombino e ora dirigente della fabbrica; la triste madre dei due ragazzi e il loro padre in fuga, in odio all’acciaieria. Con l’aggiunta di un ragazzo, parecchio più grande, con il quale Anna ha la propria iniziazione sessuale causando dolore e gelosia all’amica.
Se la narrazione fa prevalere le storie private, come è proprio del romanzo, ciò non impedisce che il contesto sociale, economico e culturale svolga un ruolo decisivo nelle vite dei personaggi: città-fabbrica, Piombino è rappresentata come una specie di carcere da cui non si fugge, o dove si fa fatalmente ritorno. Quel che resta della lotta di classe affiora qua e là: negli episodi dei licenziamenti o nella difficile relazione tra Ale e Elena, che si amano ma sembrano divisi dalla (pur piccola) scalata sociale di lei; soprattutto quando un collega messo in cassa integrazione accusa Ale di essere stato risparmiato per iniziativa della donna.
La vita non pare allegra a Piombino: tra gli altiforni che sembrano una succursale dell’inferno, ma anche nelle pause tra un turno e l’altro, spese in stanche bevute e locali tristi alla periferia della vita. La scelta stilistica di Mordini è esplicita: anche se il suo film include episodi drammatici o addirittura tragici (una morte sul lavoro, una probabile violenza familiare…), il racconto è traversato da un continuo understatement, che rifiuta qualsiasi espediente declamatorio mirante a smuovere a comando le emozioni dello spettatore. Negando così la catarsi e facendo emergere un’immagine ancora più mesta e pessimistica delle cose; che trova un esito naturale nel finale (però mitigato dalla riconciliazione tra le due adolescenti), allorché Anna si riconosce come esponente di una generazione scippata del futuro. Forse un (amichevole) appunto che si può muovere al film è l’avvenenza non comune degli attori scelti a rappresentare questi personaggi di umiliati e offesi: Vittoria Puccini e Michele Riondino, ma anche le giovanissime Matilde Giannini e Anna Bellezza. Per la cronaca, il titolo Acciaio è lo stesso di un film del 1933 realizzato dal tedesco Walter Ruttmann, con la collaborazione di Luigi Pirandello per il soggetto, e ambientato nelle acciaierie di Terni.

ACCIAIO
Regia di Stefano Mordini Con Michele Riondino, Vittoria Puccini, Matilde Giannini, Anna Bellezza, Massimo Popolizio
Stefano Mordini (regista di “Acciaio”, foto in alto) nella redazione di Repubblica di Firenze dove si è svolto un forum sul suo film con le due giovani protagoniste Anna Bellezza e Matilde Giannini

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