Dalla rassegna stampa Cinema

Le parole della diversità

Il film «i am» della regista indiana Sonali Gulati

Un atto mancato, la memoria che si ferma sulla madre che non c’è più. E un amore omosessuale e ineffabile che non viene «raccontato», ma torna a premere e a essere cercato nell’India di oggi
Il dettaglio di una foglia autunnale. Rosso arancio e giallo ambra. Venature come disegni, diramazioni da uno stesso ramo. Ora evidenti, ora segrete, sembrano linee di una mano, membrana di un cuore, materia di un cervello… Compongono l’immagine guida di i am, il documentario della filmaker indiana Sonali Gulati, in visione nei giorni scorsi al Florence Queer Festival, quest’anno decima edizione del Festival Internazionale di Cinema e Arte gay, lesbica e transgender, che ha aperto la kermesse dei 50 giorni di Cinema a Firenze.
Insieme risuonano della sottigliezza che attraversa il film, mistero di una foglia e levità fragile ma anche fortissima che impronta un viaggio dentro le stanze di sé e al tempo stesso per le strade di New Delhi oggi. Un gesto-cinema che non può fare a meno di protendersi nella trama-colloquio degli affetti, dell’identità e delle origini. A cominciare da una lente di ingrandimento su una fotografia: una cornice di alberi, per una donna e una bambina che guardano in macchina abbracciate. Un primo fotogramma che è come cerchio nell’acqua e visione nella visione. È Gulati, la regista – in campo sguardo e corpo fin da subito – che, china su una scrivania, scruta se stessa in una immagine che la ritrae bambina con la madre. Poco prima c’era stato un litigio, sussurra in voce off rivolgendosi direttamente a lei (e a noi), a spiare sui loro volti le tracce di uno di quei primi conflitti, così noti a chi abita con la propria pelle una delle tante storie di madri e di figlie. E se il cinema può incontrare la fotografia in tanti modi, qui, unitamente al flusso sonoro (Jen Schwartz), che abbraccia l’intero film, a creare una nenia interna che ricorda Tracy Chapman, la camera è l’occhio che sbatte contro l’inafferrabilità dei volti della foto, che fa i conti con una presenza che non c’è più. Perché l’immagine seguente – il giorno della laurea di Sonali – mentre lei si sottrae ancora più consapevolmente all’abbraccio della madre, sarà l’ultima insieme.
Adesso sono già dodici anni che la madre non c’è più e il film muove da dentro questo vuoto. Uno spazio di nostalgia emotiva in cui anche il nodo del coming out, luogo ancora più che necessario della cinematografia Queer, come attestano tanti film del festival (a includere Difficult love, «autobiografia» per immagini e lotta di Zanele Muholi, fotografa sudafricana intervistata su queste pagine, sua la bellissima mostra al Museo Pecci di Prato, fino al 18 novembre), si nutre di necessità espressive nuove, a librarsi oltre strutture narrative a volte un po’ obbligate e vincolanti.
Sonali Gulati non è mai riuscita a dirlo a sua madre. C’è andata vicina, anche perché lei glielo aveva chiesto apertamente: hai una ragazza? Ma in quella occasione aveva glissato. «Come avresti reagito? Forse mi avresti chiesto, cosa ti ha portato a essere lesbica. Ma una ragione non è richiesta agli eterosessuali». Da questo anfratto interiore si apre tutto il lavoro, come aereo che atterra a New Delhi, come casa riaperta dopo dodici anni, come ricordi imballati e alberi innevati dallo squarcio di una finestra. Dentro e fuori.
«Quando avevi sei anni l’India è diventata indipendente ma, è un paradosso, in Gran Bretagna il matrimonio gay è legale, mentre qui la legge 377 criminalizza l’omosessualità» (una svolta nel finale del doc). Da questa vertigine storica si dipanano le interviste per strada, le manifestazioni, i confronti intergenerazionali, con uno sguardo specificamente rivolto a storie di coming out in relazione ai genitori e in particolare alle madri. Qui, oltre la prospettiva glbt, le sfumature si fanno universali: tante le coppie madri figlie/figli con cui Sonali intesse l’atmosfera per un racconto intimo e sincero, fatto talvolta di dolori profondissimi e distanze, altre di meravigliosa accettazione, di visioni libere e antesignane, di un mondo profondamente altro già in atto pur nella follia sessuo e omofobica che giunge alle aggressioni e al carcere, o ai rimedi omeopatici per curare l’omosessualità… Sonali non saprà mai davvero come sua madre avrebbe reagito, «eppure non ti ho mai sentita così vicina»: in cerca di sé come la sua «i»in minuscolo, i am è nato.

1/11/2012

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