Dalla rassegna stampa Cinema

Il metodo di Ferzan Ozpetek - Io ladro delle vite degli altri

…Il prossimo film sarà Allacciate le cinture di sicurezza «e prende spunto dalla storia di una coppia di amici, travolti dopo dodici anni di matrimonio da una violenta “turbolenza”. Sarà il mio primo film sull’amore tra uomo e donna: mi piace molto esplorare i meccanismi del matrimonio…

Ferzan Ozpetek è un cacciatore di scintille. Tipo questa: «Un nostro amico frequentava un uomo molto bello e altrettanto misterioso. Ce ne parlava continuamente e arrivò a presentarcelo: era molto sfuggente, e questo in effetti ne aumentava il fascino. Una sera, col mio amico, tirammo tardi in un ristorante a chiacchierare con la padrona oltre l’orario di chiusura. A un certo punto va a chiamare il marito in cucina per farcelo conoscere: era il bellissimo amante del mio amico». Così nacque Le fate ignoranti, il film che undici anni fa portò al successo il regista italo-turco: la storia di Antonia (Margherita Buy) che scopre, una volta vedova, la doppia vita del marito. E così nascono tutti i film di Ozpetek, che per la prima volta svela un piccolo segreto del suo mestiere: da ladro gentiluomo «ruba» storie e racconti per trasformarli in cinema. Una trama o anche solo una scena. Granelli di esistenza che coltiva, anche inconsapevolmente per molti anni, nella conchiglia della sua ispirazione. Si sente un artigiano della fantasia («Sono orgoglioso di non essere un professionista, bensì un regista “amatoriale” che mescola vita e passioni perché prendano forma sullo schermo») ed è forse per questo che la sua opera meno apprezzata dalla critica sia stata l’unica tratta da un libro ( Ungiorno perfetto) anziché fermentata nella sua botte di uomo assetato di vita.
Il prossimo film sarà Allacciate le cinture di sicurezza «e prende spunto dalla storia di una coppia di amici, travolti dopo dodici anni di matrimonio da una violenta “turbolenza”. Sarà il mio primo film sull’amore tra uomo e donna: mi piace molto esplorare i meccanismi del matrimonio. Tra due uomini esiste una parità, mentre la donna riesce a trasformare completamente l’uomo quando entra nella sua vita. È successo anche a me, molto tempo fa, che una donna mi cambiasse fortemente la vita, mentre col mio compagno Simone ciò è accaduto molto gradualmente in undici anni. La donna irrompe e prende subito in mano la situazione». Ozpetek, che in questo weekend è il presidente onorario del festival del cinema turco a Roma (“Mamma li Turchi. Arrivano con i film”, alla Casa del Cinema) e il 5 dicembre aprirà la stagione del San Carlo di Napoli con La Traviata, crede nella mistica del destino.
La finestra di fronte, per esempio, concepito a Ponte Sisto tra il Ghetto e Trastevere: «Un vecchio si avvicinò per darci dei soldi. Si era perso, aveva il terrore negli occhi. Ci disse che non usciva di casa da trent’anni, aveva litigato con la nuora, per sfida era andato fuori ma ora non sa- peva più tornare. Si ricordava solo vagamente del Colosseo. Ce lo accompagnammo e quando vide il ristorante del figlio si mise a piangere». È la scena in cui Giovanna Mezzogiorno trova Davide, interpretato da Massimo Girotti. E le suggestioni non finiscono qui. «Con Girotti nacque un rapporto molto intenso. Sentiva molto il ruolo. Mi ripeteva sempre che doveva raccontarmi una cosa importante.
Sbagliando, sul set chiamava continuamente con un altro nome un personaggio. Finite le riprese, si ammalò e se ne andò col suo segreto. Poi un altro attore mi raccontò in lacrime che nella gioventù di Massimo quel nome era stato importante: apparteneva a una persona che abitava coi genitori a Ischia, ma non se l’era mai sentita di vivere questa storia. La stessa trama che avevo inventato io per questo anziano ebreo perseguitato dal rimorso. Rimasi sconvolto. L’idea del tormento di Davide/Girotti, legato al trauma del rastrellamento del Ghetto romano mi era venuta in un negozio del centro, in via dei Giubbonari: mi capitò di sentire i proprietari dirsi, indicando una donna di passaggio davanti alla vetrina, “è quella del 16 ottobre”, il giorno della deportazione. Cominciai a indagare sui loro ricordi. “Ero una bambina, ma rammento ancora il freddo della pistola puntata alla tempia”. È la stessa risposta che darà Girotti nel film. Una volta uscito in sala, il mio padrone di casa si complimentò con me per aver raccontato una storia che parlava della deportazione e mi svelò che, in casa mia, era stato nascosto per un anno un ebreo che poi fu catturato. E il proprietario di casa si uccise per il dolore. Come si fa a non pensare che in tutte queste coincidenze ci sia una magia?».
L’idea di Magnifica presenza risale a diciotto anni fa «quando un amico si trasferì a casa mia perché la sua, un palazzo giallo sulla ferrovia in via Giuliano da Empoli all’Ostiense, sosteneva che fosse infestata dai fantasmi. Pensavamo tutti che fosse impazzito. Ma poi anche una domestica e la madre scapparono perché sentivano rumori strani. Dopo molto tempo scoprimmo che in quel palazzo due persone s’erano buttate dalla finestra durante i bombardamenti». Vita, morte, memoria e amore sono il filo di tutta la sua carriera. «Alla morte penso ogni due minuti. Un’ossessione. Sono ipocondriaco. Ho perso troppa gente intorno a me. E mi resterà sempre dentro una frase di Elio Petri: tutto quello che facciamo nella nostra vita è per sfuggire all’idea della morte. Forse è per questo che faccio film, così come, ovunque vada, spedisco cartoline a tutti, specie ai bambini: per lasciare una traccia dello zio Ferzan».
Saturno contro scaturì dalla disperazione per l’improvvisa scomparsa dell’amico Flavio, come nel film accade a Luca Argentero: «Mi chiesi: se succedesse al mio compagno la mia vita non avrebbe più senso, mi ammazzerei dopo aver diviso tutti i miei averi tra gli amici. In quella storia, girata a casa mia, c’è tutto il mio mondo di affetti. Quel miscuglio di amori, ex amori e amicizie intrecciati che corrisponde alla vita». Una costante fonte di ispirazione per Ferzan è la madre Nesrin, bella come una ex diva del muto. «Una volta alle 8 del mattino mentre stavo incasinatissimo sul set mi chiama per dirmi: “Ti volevo parlare dell’amore”. A ottantasette anni si è innamorata del suo fisioterapista che io continuo a pagare perché vada da lei quattro volte alla settimana anche se non ne ha più bisogno per i muscoli, ma è rifiorita nell’anima, è tornata una ragazzina. E su questa cosa sto scrivendo un soggetto». Il tema di Cuore sacro, in cui Barbora Bobulova si dedica alla beneficenza fino a farne una malattia, scaturisce da una storia di casa Ozpetek: «Mia madre si prese cura di un bambino povero, che di fatto adottò e crebbe in casa nostra, aiutandolo negli studi fino all’università, nonostante le resistenze e le diffidenze della famiglia di origine di questo ragazzo. Al tempo mi presero in giro per aver esasperato una realtà, quella dei nuovi poveri, che non esisteva. E invece purtroppo l’Italia di oggi è proprio quella di Cuore sacro.
Molti mi chiedono se e quando tornerò a girare in Turchia, un paese che sta vivendo un periodo di grande crescita anche creativa. Ma io ho scelto l’Italia nel ’76 e dico che in questo momento si deve restare. Con gli occhi aperti». Per catturare altre scintille.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.