Dalla rassegna stampa Cinema

Con Walter Salles il mito di Kerouac perde in fascino

CINEMA. Nelle sale «On the Road» tratto dal romanzo omonimo

Evidente la difficoltà di rendere sullo schermo le storie autobiografiche senza la voce vera di Jack Bella la fotografia di Eric Gautier dai colori lividi

È uscito anche sugli schermi veronesi On the Road («Sulla Strada»), il film di Walter Salles adattato dall’omonimo, celeberrimo romanzo di Jack Kerouac. È la seconda volta che Hollywood lavora su un testo di Kerouac. La prima volta era stata nel 1960 con il modesto, raffazzonato, La nostra vita comincia di notte tratto da I sotterranei. All’epoca era il momento clou della «Beat Exploitation», gli anni in cui l’industria sfruttò in tutte le maniere (comprese le più becere) il fenomeno della Beat Generation, senza preoccuparsi troppo di rispettare i tratti più veritieri di quel circolo di scrittori, ai quali oltre tutto Kerouac era sì stato legato da profonde amicizie ma da cui altrettanto profondamente (per esempio dal poeta Allen Ginsberg) differiva. Così I sotterranei risulta, nel film che ne fu tratto, del tutto annichilito. Con Sulla strada, un film annunciato da tantissimo tempo e sempre rimandato per l’evidente difficoltà alla sua realizzazione, va un po’ meglio, anche se si conferma la quasi impossibilità di rendere cinematograficamente la particolare poetica di Kerouac. La trasposizione in immagini, nel suo caso, pone inoltre un ulteriore problema dato dal fatto che tutti i romanzi di Kerouac dal primo all’ultimo -compreso dunque Sulla strada- sono assolutamente autobiografici; pur trattandosi di autobiografie «mitizzate», appunto, dalla particolare «visionarietà» dello scrittore, che è poi la qualità che rende unica e appassionante (per i milioni di lettori che lo hanno amato in tutto il mondo) la sua scrittura. Per intenderci sul termine «mitizzare», per Kerouac una notte con una prostituta tossicomane messicana poteva diventare un’esperienza di sacra esperienza mistica; un pomeriggio di dormiveglia in una stanza d’alberghetto a Des Moines, Iowa, si sublimava nella rivelazione decisiva della definitiva, drammatica solitudine umana. E via dicendo. KEROUAC NON È un grande inventore di trame fantasiose, ben congegnate ed intriganti. Le vicende narrate nei suoi romanzi sono per lo più una descrizione di eventi, di scene di vita («sketches», le definiva spesso lui) nemmeno troppo coerenti o legati da uno sviluppo consequenziale. La carenza principale del film Sulla strada, rispetto al romanzo -ma una carenza fondamentale- è che manca l’elemento unico coesivo del racconto, e cioè la voce di Kerouac, l’io narrante che filtra nella sua ottica tutto quel che lo circonda, avventure amici e visioni. Le varie scene che Salles ha selezionato dal romanzo sono rese con buona accuratezza, ma private della voce in prima persona di Jack perdono buona parte della loro forza. Una voce quasi da trance, quella di Kerouac. Quella che aveva imparato ad usare, ancora da bambino, quando andava a confessarsi nelle chiese cattoliche di Lowell, dov’era nato. Altro punto debole, la figura stessa di Kerouac (che in Sulla strada adotta il nome di Sal Paradise). Sam Riley, con il suo volto da ragazzino scrittore alle prime armi, non restituisce minimamente il fascino malinconico del «vero» Jack, un «provinciale» che a venticinque anni aveva già sulle spalle le esperienze sull’Atlantico con la Marina Mercantile, un matrimonio andato a male, qualche giorno di galera per complicità nell’occultamento di un cadavere (il suo amico Lucien Carr aveva ucciso David Kammerer, un omosessuale che lo perseguitava), e un look da ex-grande giocatore di football americano (nella squadra della Columbia University) che faceva perder la testa alle ragazze, insieme ai suoi occhi blu proverbialmente tristi. I venticinquenni del 1947, insomma, erano più «vecchi», più «uomini» dei loro contemporanei attuali. SONO PIÙ AZZECCATE altre figure del film: Garrett Hedlund, ad esempio, ha evidentemente studiato molto bene anche la particolare mimica gestuale di Neal Cassady (Dean Moriarty nel romanzo), l’amico idolatrato con cui Jack divide molte delle sue peregrinazini nella sua amata America. Che è poi la prima protagonista di On the Road. Bella la fotografia di Eric Gautier, pur privilegiando colori lividi e notturni a scapito di altri, più luminosi e solari, che pur nel romanzo non macano. Manca anche un po’, invece, quella coralità di presenze umane che Kerouac incontra, appunto, sulla strada. Perché l’America di quegli anni viveva molto più sulla strada -erano ancora i tempi degli hoboes, i vagabondi senza fissa dimora- di quanto accada adesso.

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