Dalla rassegna stampa Cinema

Per Walter Salles una Beat Generation da museo delle cere

Ci sono sogni nel cassetto che dovrebbero restare sogni, e dovrebbero rimanere nel cassetto…

Ci sono sogni nel cassetto che dovrebbero restare sogni, e dovrebbero rimanere nel cassetto. Esemplare caso quello di tradurre in film On the road, il libro di culto (libro di culto, ciò che non vuol dire capolavoro) di Jack Kerouac; lettura inevitabile per più ondate giovanili come Il giovane Holden di Salinger (che nella sua saggia misantropia ha sempre impedito la cessione dei diritti al cinema); pagine di scrittura febbrile sulle quali si è esercitata l’idolatria dapprima elitaria e poi di massa (in Italia: prima lo scouting di Fernanda Pivano, poi l’Oscar Mondadori n. 103 e quindi come ovunque il santino ultramercificato) per la rivoluzione più di costume che letteraria della Beat Generation. Il progetto caro a Francis Coppola comincia a prendere corpo alla fine degli anni Settanta quando il regista, allora impegnato nella monumentale impresa di Apocalypse Now, acquisisce i diritti perpetui del libro. In realtà, tra verità e leggenda, lo stesso Kerouac già all’indomani della prima pubblicazione del 1957 avrebbe concepito un adattamento da mettere nelle mani di Marlon Brando, secondo i suoi auspici compratore dei diritti e depositario del ruolo carismatico di Neal Cassady/ Dean Moriarty. Ma la famosa lettera che Jack avrebbe allora scritto a Marlon per sottoporgli la proposta nessuno, a quanto pare, l’ha vista mai.
Tornando a Coppola: passa molto tempo prima che, nel 2004, diventi il regista designato per l’impresa (che vedrà la luce solo otto anni dopo) il brasiliano Walter Salles, fresco della presentazione del suo I diari della motocicletta, traduzione cinematografica di un’altra icona giovanile/ribelle ridotta al consumo di massa: Ernesto “Che” Guevara. Ma furbamente quello preideologico: non ancora il rivoluzionario “cubano” ma il ragazzo argentino neolaureato in medicina che attraversa a cavallo della sua Norton il continente latinoamericano con gli occhi spalancati alla scoperta del mondo.
Subito dopo la fine della guerra, quando Jack non ha ancora venticinque anni, fa le conoscenze decisive di Burroughs e Ginsberg, artisti che creeranno con lui il movimento Beat, e poi di Neal Cassady che diventa il suo modello di vita spericolata. Sulla scia di Cassady iniziano le sue peregrinazioni attraverso Stati Uniti e Messico — i viaggi che ispireranno On the road si svolgono tra il ’47 e il ’50 — durante le quali Jack vive alla giornata, sperimenta sfrenatamente droghe e sesso, si nutre di be-bop, e riempie taccuini su taccuini di fitte impressioni. Solo alla fine di questo ciclo (dopo la rottura con Cassady che lo pianta quasi moribondo in Messico) Jack infila un rotolo di carta lungo 36 metri dentro la macchina da scrivere e di getto sistematizza gli appunti che sarebbero diventati il romanzo epocale ma che solo nel 1957, e dopo non pochi compromessi, sarebbe finalmente stato pubblicato. Il racconto di quei deliranti vagabondaggi contiene tutti i veri amici di Jack e Jack stesso ma con nomi cambiati. Jack è Sal Paradiso, Neal è Dean Moriarty, Allen Ginsberg è Carlo Marx, William Burroughs è Old Bull Lee.
Salles ha tentato di ricreare più che restituire — gliene va dato atto — la dimensione febbrile e bruciante di un modo di vivere e di scrivere, ma il suo stile sovreccitato non basta a risparmiare il risultato dal museo delle cere, dalla celebrativa passerella vintage, dall’accumulo di 137 minuti che rincorrono un esito irraggiungibile e non appassionano, malgrado la profusione di mezzi e la volenterosa dedizione dei partecipanti.

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