Dalla rassegna stampa Personaggi

Quando ricordava il papà comunista che picchiava i gay

…Nichi Vendola è un gay, il primo attivista omosessuale entrato a far parte della dirigenza comunista….

Nichi è ormai definitivamente Nichi, nel senso che nessun giornalista scriverebbe più, come un tempo, Nichy, Niky, o Nicky. Non solo, o forse proprio perché più che un politico e prima di essere un politico, Nichi, che mutua il suo nome da una forzatura famigliare e italianizzante di Nikita Krusciov, è un’icona.

La distinzione, al giorno d’oggi, è meno sottile di quanto appaia dal numero di opuscoli e libri e cortometraggi e documentari e perfino un film, dal titolo Ho sposato Nichi Vendola, tutti prodotti integralmente a lui dedicati, a parte un magnifico pupazzo degli Sgommati, un paio di imitatori professionali e un altro paio di impostori dilettanti, uno radiofonico e un altro pericolosamente in azione su twitter, dove pure ha anticipato il desiderio di paternità del reale soggetto.

Ora questa sua presenza, così invasiva e sovrabbondante sulla scena pubblica da sollecitare la complessa categoria del simulacro e quella altrettanto astrusa del Doppelganger, non solo rende legittimo, ma forse addirittura purifica l’impegno di documentare l’inizio del fenomeno Vendola, almeno a livello mediatico.

Con il che i possessori di archivi, sempre sospettando la vanità dei loro sforzi, sono qui lieti di riportare l’esordio della giovanissima e imminente icona sulle colonne di Repubblica, il 19 marzo (San Giuseppe) del remoto 1985, per la bella penna di Stefano Malatesta, cui per primo va il merito di averla notata.

E dunque sotto il titolo “Il gay della Fgci” si potè leggere: “ROMA – Nichi Vendola ha 26 anni, è pugliese. Qualche giorno fa è stato eletto membro della segreteria nazionale della Fgci, la Federazione giovanile comunista. Ha un viso gradevole. In testa calza un berretto blu con visiera, da studente svedese.

Intorno al collo è annodata una sciarpa di lana bianca. Porta al lobo sinistro un orecchino d’oro. Nichi Vendola è un gay, il primo attivista omosessuale entrato a far parte della dirigenza comunista.

Dice senza asprezza polemica: “Sono sicuro che parlerai dell’orecchino d’oro. Ho già dato un’intervista in cui raccontavo un po’ di cose, fatti personali e politici. Dopo ho avuto dei timori, credevo che ci fossero reazioni a Roma, nel partito.

Invece i compagni sono stati benevoli. Mi hanno però avvertito: stai attento a non farti ingabbiare nel cliché, il gay alle Botteghe Oscure, eccetera. Prima c’erano i funzionari infagottati nei doppipetti grigi tagliati male, con le cravatte stonate in raso.

Adesso l’omosessuale con l’orecchino. Al congresso giovanile avevo un magnifico, luminescente papillon sopra una camicia a righe. Dì, vuoi che ti stringa la mano sotto il tavolo?”. Niente male, vero? Era solo l’inizio. Il colloquio proseguiva sul complicatissimo rapporto tra il Pci e l’omosessualità, Pasolini, Visconti, i sospetti su Secchia.

Oggi è pane quotidiano, allora non lo era affatto. Tanto che un certo punto Nichi Vendola confidava a Malatesta un terribile spunto autobiografico: “Mio padre, comunista da sempre, un uomo magnifico, dolce, andava a fare le spedizioni per picchiare “i froci”.

Una volta mi ha detto: se ti ammazzassi, noi tutti potremmo riacquistare una dignità. Mi ha molto amato, ma per lui, come per tanti altri, gli omosessuali erano solo i turpi individui che adescavano i bambini nei giardinetti”.

A rileggerlo si può pensare che se Nichi Vendola è oggi un leader vincente e un uomo a suo modo anche pacificato è perché ha molto sofferto. Condizione piuttosto rara nell’odierna classe dirigente – e non in quella che l’ha preceduta.

Per il resto, e sempre riannodando il filo della sua proliferante popolarità, viene da chiedersi se non dipenda dal suo voler essere e anzi dal suo voler restare a tutti i costi, come Pannella, diverso da tutti gli altri. Unico e irripetibile.

Magari a volte buffo, ridicolo, grottesco, però lui solo così. Perciò scrive poesie e parla strano, indubbiamente. E allora lo prendono in giro per le sue ispirate “narrazioni”; e come per riportarlo alla brusca realtà si sono aperte addirittura rubriche intitolate: “A Nichi, ma che stai a di’?”, e giù con gli esempi.

Ma non è solo una questione di linguaggio. Nichi Vendola si è fatto fotografare nudo. Foto d’arte, s’intende, seduto a uovo, con le gambe che gli nascondevano ciò che ma e poi mai, anche per pulsione narcisistica, lui definirebbe “le vergogne”.

Dell’orecchino, come si è visto, comprendeva la potenza simbolica anche 27 anni orsono. Ma assai più di recente, quando una giornalista di Chi ha chiesto al presidente della regione Puglia di che cosa non farebbe mai a meno, Nichi Vendola si è cacciato la mano in tasca e ha estratto un rosario di legno scuro.

E’ (infatti) cristiano, cattolico, ma non molto romano, risultando anzi piuttosto tiepido rispetto ai vincoli di fedeltà reclamati dalla Cei e dalla Santa Sede. Spesso e volentieri va in processione, è devoto a Padre Pio e a suo tempo ha conquistato l’affetto di don Verzè, che ha operato in Puglia – speriamo bene! – e avrebbe voluto Nichi alla guida di un ipotetico “San Raffaele Mediterraneo”.

Adesso vuole sposarsi con il suo compagno italo-canadese Ed; e ha pure espresso il desiderio di avere un figlio in adozione. Quando si è beccato un avviso di garanzia per un impiccio di sanità regionale, se n’è uscito: “Sono un bel bocconcino da divorare”.

Ma l’altro giorno, anche qui il suo è un caso più unico che raro, si è tagliato 50 mila euri all’anno “per dare il buon esempio”. E’ tra i pochissimi esponenti della sinistra che non ha demonizzato Berlusconi; in compenso, per faccende di Rifondazione, e nemmeno fra le più nobili, ha selvaggiamente litigato con lo psicologo Massimo Fagioli.

Peccato, perché Nichi Vendola ha un bellissimo sorriso, quasi da bambino. Inoltre ha la “zeppola”, ma nessun complesso per questo. E quindi, in barba a ogni sigmatismo, anche la sera del giorno in cui si candida alle primarie sarà una sera serena, e se non sarà serena si rasserenerà.

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