Dalla rassegna stampa Cinema

Cattive ragazze

Brian De Palma delude col suo noir saffico Comencini tra le giovani “vendute” al potere

VENEZIA – Dai tempi di Eva conto Eva, cioè dal 1950, il cinema non riesce a immaginare donne di successo e di potere che non siano belle, spietate e anche un po’ depravate. Incurante della realtà forse poco spettacolare delle signore attualmente ai vertici, anche il maturo Brian De Palma ha voluto cimentarsi con le giarrettiere e i body di pizzo delle supermenager tiranniche, copiando quasi tale e quale Crime d’amour, il bel film del defunto Alain Courneau, visto nel 2010 al Festival di Roma epoca Detassis. Misteriosamente, qui alla Mostra, Passion era in concorso, come se non si potesse dire di no a un regista viziato dalla fama, anche quando sarebbe meglio per lui che un suo film passasse inosservato, senza cadere nella tagliola della critica che ai festival è particolarmente incattivita per indigestione filmica.
Invaso (come ormai la maggior parte dei film) dal «product placement» dello sponsor, in questo caso computer e smartphone con marca in vista, Passion mostra due belle giovani donne, la boss aziendale bionda e apparentemente soave (Rachel McAdams) e la sua assistente creativa bruna e sempre vestita di nero (Noomi Rapace). Si fanno una guerra spietata pur baciandosi in bocca e si contendono un uomo (Paul Anderson) talmente privo di attrattive (fisiche, finanziarie, non parliamo morali) da confermare il dubbio che in generale, non solo nel film, da quel lato lì le donne sragionino. A meno che non si apprezzi di quell’insignificante il suo lato «cinquanta sfumature di grigio», quando sulla sua faccia inespressiva mette una maschera che assomiglia alla supermanager mentre fa l’amore con la stessa, naturalmente legandola e usando un vibratore laccato di rosso. Urla su urla. Naturalmente c’è il morto, anzi la morta sgozzata, e chi sarà stato? Il commissario indaga, il giudice sbuffa, violenze tra signore, e lo smartphone, very smart, indica l’assassino. La cosa migliore del film è la colonna sonora di Pino Donaggio, che con De Palma ha già lavorato sette volte ed è molto amato dal cinema americano. Ultimo film in concorso, terzo film italiano, Un giorno speciale di Francesca Comencini: ispirato al romanzo Il cielo con un dito di Claudio Bigagli, prodotto da Carlo Degli Esposti, è costato 600 mila euro: «L’abbiamo girato di soppiatto, per non pagare le riprese dei luoghi, dicendo che fotografavamo un matrimonio: tutti comunque hanno lavorato con grande generosità», dice la regista. «Il film è partito da un pensiero, perché il corpo giovane è diventato denaro, perché la bellezza è uno strumento da utilizzare, barattare, come fosse un’impresa, perché le donne finiscono ancora una volta a contare perché giovanissime, perché carine? Perché la bellezza si degrada?». Gina ha 19 anni, è bellissima e sua madre, manicure in un centro estetico, pensa che quel dono la spingerà in televisione, risolverà la vita di tutti. Sottoposta a una vestizione, a un trucco che la mortificano, involgarendola per toglierle ogni difesa, Gina quel giorno deve andare da un onorevole che la raccomanderà per ficcarla in qualche trasmissione. L’autista che viene mandato a prenderla è Marco, anche lui giovanissimo, felice di quel suo primo giorno di lavoro. Hanno tutta la vita davanti, e sogni qualsiasi, un po’ di denaro, un po’ di felicità. L’onorevole è occupato e i due ragazzi riempiono quel tempo imparando a conoscersi. «M’interessava mostrare la vita sconosciuta della periferia romana, il quartiere di Ponte di Nova, di pregevole architettura ma lasciato andare, i campi inariditi, i luoghi del consumo giovanile di chi vive fuori dalla città, i centri sportivi, gli shopping center, un mondo alienato, isolato. Gina l’ho trovata lasciando volantini nelle varie periferie, ho fatto centinaia di provini, lei che adesso lavora in un call center, mi è piaciuta per la forza, per la determinazione, per un’ombra scura negli occhi. Gino è Filippo Schicchitano, al suo secondo film».
Il centro di Roma che la regista ci mostra non è meno triste della stralunata periferia, con quel mare di turisti stranieri più interessati alla bancarelle di sciocchezze che ai monumenti. Poi finalmente l’onorevole è disponibile, per i due ragazzi la giornata di libertà è finita. Ma forse la vita non spegnerà la loro amicizia e la loro difficile giovinezza. «Credo che la massima tragedia nazionale sia la disoccupazione giovanile, lo spreco di risorse, di talenti, di vite, e anche di dignità, di rispetto di sé che imprigiona ormai tante persone». Stasera finalmente si chiude, e il fedele pubblico della Mostra, esausto, se ancora gliene importa qualcosa, trascinandosi sulle rosse poltrone, assisterà alla giuliva distribuzione di Leoni e Coppe. In questi ultimi giorni sia pure sbadigliando, si azzardavano come sempre pronostici, tenendo conto dei possibili gusti del presidente Michael Mann, americano, delle bizzarrie artistiche di Marina Abramovic, serba, dell’eventuale patriottismo di Matteo Garrone, italiano, e degli altri sei giurati. Poi quasi all’ultimo è arrivato The womb (l’utero), del filippino Brillante Mendoza e pubblico e informazione massimamente entusiasti. Chissà…

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Noomi Rapace ragazza con la valigia nell’incubo “Passion”

“Il sesso può essere usato come un’arma”

ARIANNA FINOS

VENEZIA
L’unico vezzo dell’austera Noomi Rapace sono le scarpe nere, lucide e accollate: tacco diciotto che nemmeno catwoman. Ha un carisma indubitabile, l’attrice diventata famosa come incarnazione cinematografica di Lisbeth Salander ( Uomini che odiano le donne). Alla Mostra di Venezia porta una femmina fatale, una dark lady senza la quale Brian De Palma, ammette, non avrebbe fatto il suo thriller Passion (accolto da qualche fischio). «Per girare il film sono stata tre mesi a Berlino, ma non ho visto la città. Troppo coinvolta dagli incubi depalmiani». Il suo personaggio è una pubblicitaria impegnata in una guerra all’ultimo sangue con il capo, Rachel McAdams: «Queste donne usano il sesso come arma. Gli uomini vengono manipolati, il fine ultimo è il potere», dice l’attrice minuta, 32 anni, che in Italia è attesa (dal 14 settembre) in versione guerriera in Prometheus, il prequel di Alien firmato Ridley Scott. Dove le spetta il difficile compito di sostituire Sigourney Weaver: «La prima volta che ho visto Alien il personaggio di Ripley mi ha folgorato con il suo carisma: era tosta sul serio, non giocava a fare la sexy. La mia Elizabeth è diversa: una scienziata, una credente che le circostanze trasformano in guerriera». Il tandem sangue e sesso di Passion è roba da ragazzini rispetto alla raccapricciante scena di Prometheus in cui la nostra si pratica da sola un cesareo “alieno”.
La svedese Rapace ha infilato una teoria di ruoli oscuri: «Lo ammetto, le commedie romantiche non mi dicono nulla », dice sorridendo, il volto tormentato dalle zanzare seminascosto dagli occhiali da sole. Complice anche l’ultimo Sherlock Holmes, la ragazzina che ha esordito sul set a sette anni in Svezia è ormai diva hollywoodiana: «A volte mi sembra tutto irreale, mi sveglio di notte sudata e penso che quello che mi è successo sia solo un sogno. Ma la fama non è l’obiettivo. Se sei famoso tendi a proteggerti troppo. Non rischi più. Voler piacere al pubblico uccide la creatività». Nella vita sembra tosta come le sue eroine dello schermo: «Il coraggio lo trovo facendo finta di essere più forte di quel che sono. Funziona ». Confessa un momento di debolezza, all’incontro con Ridley Scott. «Mi avevano convocato senza dirmi che sarebbe arrivato. Quando l’ho visto ho iniziato a sudare riempiendo di macchie il vestito blu. Attacco di panico ». Ha firmato per due sequel di Prometheus, ma non intende trasferirsi a Los Angeles: «Onestamente non so dove vivo. L’unica cosa certa è la mia valigia. Sono stata a Berlino, poi a Philadelphia, ora a Londra, dove vorrei fare base». Anche per non stare troppo lontano dal figlio di otto anni, che vive in Svezia con il padre attore Ola Rapace. «Ola ha sempre creduto in me, mio figlio mi presentava agli amichetti: “Conosci mia madre? È la migliore attrice del mondo. Per loro il successo di oggi è del tutto naturale ».

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