Dalla rassegna stampa Libri

Nel noir di Patricia Highsmith l'assassino ha sempre ragione

La mente del suo (anti)eroe cela il nostro lato oscuro

Tom Ripley è il lato oscuro di ognuno di noi. Partendo da questa geniale intuizione Patricia Highsmith ha costruito non solo il protagonista di ben cinque romanzi che l’hanno resa famosa, ma anche lo stile letterario che li caratterizza: una prosa lucida e apparentemente distaccata che espone ogni accadimento e descrive ogni personaggio dal punto di vista di Ripley, usando però una narrazione in terza persona che sembra conservare un’oggettività neutrale. Il talento di Mr. Ripley — in edicola domani con il «Corriere della Sera» al prezzo speciale di un euro più il costo del quotidiano —, primo capitolo della miniserie dedicata al personaggio del titolo, ci permette da subito di entrare nella mente di Tom, venticinquenne bostoniano orfano e squattrinato che sembra una vittima dell’ingiustizia sociale nell’America anni Cinquanta, rigidamente divisa in un sistema di caste nonostante l’apparenza egalitaria, e un aspirante self made man frustrato da una società crudele che ne limita le potenzialità e le ambizioni di successo. Ma a poco a poco la vicenda di Ripley si rivela per quella che è veramente: l’excursus nella mente di uno psicopatico privo di senso morale e disposto a giustificare ogni azione, compreso l’omicidio, come indispensabile per perseguire i propri scopi narcisistici.
Il romanzo comincia in medias res con Tom che, in un bar di New York, si crede inseguito da uno dei tanti creditori, e già appare evidente la paranoia che caratterizzerà il suo personaggio: a «pedinarlo» infatti è solo il padre di un suo ex compagno di scuola, Dickie Greenleaf, che incarica Tom di raggiungere il figlio, approdato in Italia senza alcuna apparente intenzione di tornare negli Stati Uniti, e di convincerlo a rientrare per assumere il proprio ruolo nella florida azienda di famiglia.
Tom coglie al volo l’occasione di reinventarsi la vita e salpa alla volta dell’Italia. A Mongibello incontra Dickie e instaura con lui un rapporto ambiguo che mescola amore e odio, invidia e ammirazione, desiderio di emulazione e disprezzo per quel ragazzo viziato «così dannatamente aperto e trasparente» perché, essendo nato ricco, non è «costretto a mentire sempre», come invece fa Tom anche solo per sbarcare il lunario. E mentre Dickie ci viene descritto come «un mediocre dilettante», Tom Ripley, come dice il titolo stesso del romanzo, è ricco di talento: per imitare le voci, le espressioni e le calligrafie degli altri, per memorizzare ogni loro parola e ricordo personale, per calcolare ogni mossa tenendo a bada le sue esplosive emozioni interiori, e infine per calarsi nei panni di chi è stato più fortunato di lui. Tom cercherà di assumere l’identità di Dickie Greenleaf, e Dickie dovrà sparire per fare spazio al suo piano: dal suo punto di vista, che è quello della storia, il ragionamento non fa una grinza.
Il fascino ambiguo e perverso di Tom Ripley sta tanto nelle sue prodigiose abilità mimetiche che nella sua inesauribile capacità di autoassolversi e di compiere orribili atrocità senza provare alcun senso di colpa. E il disagio colpevole di noi lettori nel lasciarci risucchiare dentro la sua logica criminale e nel fare il tifo per lui è quello di riconoscere nella nostra mente quel «dark side», quel lato oscuro che sogna di potersi liberare di nemici e rivali senza soccombere al rimorso, e senza incorrere in conseguenze etiche o legali. Perché Patricia Highsmith, ferocemente critica della società del suo tempo e lei stessa costretta a tenere a bada alcuni aspetti «socialmente inaccettabili» della propria identità, compresa quella bisessualità che caratterizzerà anche il personaggio di Tom Ripley, fa del suo personaggio un vendicatore dell’ipocrisia perbenista, un eroe negativo per cui il crimine paga, e profumatamente.
I personaggi in cui Ripley si imbatte vengono descritti in modo più o meno positivo a seconda che siano più o meno utili agli scopi che si è prefisso, anche se per il lettore è facile intuire, in filigrana, che in realtà potrebbero essere assai diversi da come la Highsmith ce li racconta, assumendo il punto di vista distorto (e perverso) del suo protagonista.
Anche i luoghi del peregrinare di Tom fra «gli ambienti mondani internazionali», a metà fra l’euforia e il timore paranoico, sono filtrati attraverso la sua lente deformante: non solo perché Mongibello, Napoli, Roma o la Costa Azzurra aderiscono alla visione stereotipata del ricco americano anni Cinquanta che gira il mondo portando con sé la percezione di una indiscutibile centralità del mondo yankee, ma anche perché ognuna assume una valenza specifica nella vicenda personale del protagonista, sempre in fuga dalla propria identità di partenza. Così Sanremo, l’ultimo posto che Tom visita con l’amico Dickie, suscita in lui «un’avversione incontenibile» fin dal primo sguardo, mentre Parigi, la metropoli che lo accoglie dopo il misfatto, lo fa sentire «partecipe in tutto ciò che lo circonda».
Con la sua prosa nervosa e spiazzante la Highsmith ritrae il suo eroe negativo sempre in bilico fra il bene e il male (non a caso la prima immagine dell’Italia a colpire l’immaginazione di Tom è la torre di Pisa, «inclinata con un’angolazione impossibile»), sempre sospeso fra il malessere fisico dell’inganno e il benessere psicologico dell’aver riequilibrato le ingiustizie del mondo, almeno nella sua ottica solipsistica, a metà fra la paura (o il desiderio?) di essere smascherato e la soddisfazione di averla fatta franca.
La realtà, per Ripley e per noi che leggiamo le sue avventure, è la più grande bugia, e la percezione soggettiva del protagonista diventa l’unica verità. Ci scopriamo così a parteggiare per uno psycho killer che avrà infiniti emuli letterari, a cominciare da Hannibal Lecter, e a sorridere di quell’ironia iconoclasta che ha suscitato paragoni fra la Highsmith e il Nabokov di Lolita. Come ha scritto Graham Greene rivolgendosi ai lettori de Il talento di Mr. Ripley, «sono piaceri crudeli, quelli che ci apprestiamo a provare».

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