Dalla rassegna stampa Libri

L'amorale di lady Highsmith

Non c’è pudore nel racconto di violenze e perversioni

Nei suoi thriller l’eco di Poe, Dostoevskij e Bacon Bella Patricia Highsmith? Tutto dipendeva probabilmente da come si svegliava. Un giorno poteva essere bellissima e quello dopo un disastro. Intelligente? Che banalità. Capricciosa? Nemmeno a dirlo. Autodistruttiva? Meglio stendere un velo. Più difficile stabilire se Patricia fosse o meno colta. Di sicuro inventava, bluffava, capiva i libri anche solo sfiorandoli. Certo era una frequentatrice appassionata della buona e grande letteratura. Nel suo breve racconto fra critico e autobiografico, intitolato Come si scrive un romanzo giallo (minimum fax), ricorrono fra gli altri i nomi di Shakespeare, Eschilo, Poe, Proust, Baudelaire, Hemingway, Kafka e Flaubert. Particolarmente coccolati risultano poi due classici della modernità quali Dostoevskij ed Henry James, mentre c’è un attivo scambio di giudizi complimentosi con un narratore quale Graham Greene che avrebbe potuto essere il nonnino di Patricia. Lui lodava lei e lei lo ricambiava con palpitante gratitudine.
Per capire meglio, per saperne di più, ecco un paio di eloquenti citazioni. Dell’autore di Delitto e castigo Patricia scrive: «La maggior parte dei suoi libri, se fossero pubblicati oggi per la prima volta, verrebbero definiti dei gialli». È un’osservazione certamente tirata per i capelli ma va letta anche come difesa d’ufficio d’una letteratura dove l’omicidio finisce con l’avere un ruolo centrale, allontanando a priori la critica snob. Dostoevskij è una diga contro il pregiudizio e Patricia se ne serve. A proposito del personaggio della governante, nel Giro di vite di James, la Highsmith nota: non riesco a raffigurarmela mentre «partecipa a una battaglia di cuscini» con i due piccoli protagonisti, con Miles e Flora, ma le reazioni di quella donna «davanti alle cose che vede, o immagina, fanno rizzare i capelli». Una frase appena e basta a riassumere tutto quello straordinario racconto.
Come aspettarsi ingenuità o goffa innocenza da una scrittrice che stabiliva, con quanto veniva leggendo, un rapporto che più viscerale, possessivo, intenso e smodato non avrebbe potuto essere? Più avanti, sempre nel piccolo libro già citato, la Highsmith confida: «Un tema che ho usato spessissimo nei miei romanzi è quello del rapporto fra due uomini, di solito molto diversi fra loro, a volte come palese contrasto fra bene e male». Più avanti Patricia sottolinea come elementi indispensabili alla sua narrativa siano «la sorpresa, la velocità dell’azione, il tiro alla fune con la credulità del lettore e soprattutto una certa intimità con l’assassino. Io non sono un’inventrice di rompicapi». Quest’ultima affermazione vale quasi una dichiarazione di poetica, sottolineando la voluta e incolmabile distanza della Highsmith dai maestri del giallo tradizionale, si chiamino Ellery Queen o persino Agatha Christie. A lei non interessano i casi apparentemente insolubili, gli enigmi astrusi che irritavano il tonitruante Edmund Wilson. Rifuggiva da quelli che Borges ha definito beffardamente «gli indovinelli lunghi trecento pagine». Non parliamo poi di quanto le fosse distante il dandismo, l’approccio sofisticato al crimine d’un Van Dine. Roba d’altri tempi. I romanzi di Patricia affondano viceversa estese radici nella filosofia dell’esistenza. Nascono dal rifiuto d’una idea codificata del bene e del male. Accentuano nelle loro pagine una componente di dichiarata asocialità, di capriccio e di rabbia. Sono violenza, crudeltà esibite senza infingimenti, senza falsi pudori.
La Highsmith è, sotto ogni punto di vista, una delle ultime star, un po’ diva arrogante e un po’ ribelle con risvolti autolesionistici, d’un Novecento in fuga da tutte le ideologie e dalla morale convenuta. I suoi polizieschi quantunque leggibili, leggibilissimi lasciano l’impressione di avere ben poco a che fare con la letteratura di genere, con i best seller da bancarella estiva. Si sente che dietro le loro pagine, all’ombra dei loro intrecci folgoranti, c’è ben altro. A Patricia piaceva, e come darle torto, la pittura di Bacon. Da giovane aveva divorato Lo straniero, s’era lasciata sedurre da Camus e dalla sua filosofia. L’assurdo, ridotto a elementare coscienza d’un divorzio tra l’uomo e il mondo, collabora in qualche misura a creare la perversa e compiaciuta assenza d’ogni principio degli assassini in salsa Highsmith.
L’esistenza di Patricia? Più un incubo che un sogno a occhi aperti. Viaggiava senza fermarsi mai, dagli Stati Uniti si trasferì in Europa. Visse in Inghilterra, Francia, Svizzera con soggiorni un po’ ovunque, anche in Italia, dividendo il suo letto e le sue notti con studentesse, modelle, artiste, insegnanti, cameriere, medichesse e non si sa più quante altre. Le sue molte delusioni sentimentali, adeguatamente travestite, fungevano spesso da lievito creativo. A volte si è portati a credere, come qualcuno ha notato, che dietro i suoi criminali, i suoi cattivi davvero cattivi e non fabbricati con lo stampino come nei polizieschi di routine, finiscano spesso col nascondersi adeguatamente ritoccata e metamorfizzata qualcuna delle sue ex amanti. Se sia o non sia vero poco importa. Altro conto. I serial killer della Highsmith hanno dietro di loro un’assenza di ragioni, un vuoto emozionale che nessun altro autore di narrazioni a sfondo criminale ha saputo creare.
«Sono un’intrattenitrice» sembra abbia detto una volta, strizzando l’occhio alla grande platea del pubblico medio e bypassando la critica chic, che d’altronde incominciò a capirla piuttosto tardi e con sofisticato sussiego. Sono d’altronde scrittori come lei, significativi quanto si vuole ma non propriamente grandi, a sballare il cosiddetto canone. Così c’è una domanda che non è ancora riuscita a trovare risposta. Quale posto occupa nella letteratura, dove collocare Patricia Highsmith? Tra i grandi è troppo piccola e tra i piccoli è troppo grande. Eppoi non ha lasciato eredi, non le si possono attribuire maestri sicuri e riconoscibili. Lei è lei, solo lei. Bisognerà perciò pensare a un angolo appartato, a un suo angolo, dove trovino il loro giusto posto opere insolite, notturne, velenose e insieme affascinanti.

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Mr. Ripley, il delitto rimane senza castigo

Il celebre romanzo di Patricia Highsmith Il talento di Mr. Ripley inaugura martedì 17 luglio la nuova iniziativa del «Corriere della Sera» dedicata alla grande scrittrice americana (Fort Worth, Texas, 1921 – Locarno, Svizzera, 1995). Il libro (a destra, la copertina) sarà in edicola al prezzo speciale
di 1 euro più il costo del quotidiano; tutte le successive uscite sono a € 6,90 più il costo del giornale. Ambientato in Italia, il romanzo — da cui il regista Antony Minghella ha tratto nel 1999 un film con Matt Damon e Jude Law — è giocato su un crescendo di suspence e ritmo narrativo con sovrapposizioni di identità, inganni e delitti che rimangono senza castigo. Il libro, scritto durante un viaggio dell’autrice nel Belpaese, è uscito nel 1955 ed è stato finalista l’anno dopo all’Edgar Award. Qui fa la sua prima comparsa il fortunato personaggio di Tom Ripley, spregiudicato truffatore e assassino amorale con la faccia da bravo ragazzo, destinato a ritornare in altre storie di successo firmate dalla «signora del giallo». La collezione dedicata alla Highsmith è composta da venti titoli con uscite settimanali, sempre il martedì, tra luglio e novembre. Dopo Il talento di Mr. Ripley, si prosegue con Sconosciuti in treno (24 luglio) primo romanzo della Highsmith: uscito nel 1950, ha ispirato il grande Alfred Hitchcock; Il sepolto
vivo (31 luglio) è del 1970; L’amico americano (7 agosto) è del 1974, ed è stato soggetto di ben due film, uno di Wim Wenders e l’altro di Liliana Cavani.

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