Dalla rassegna stampa Arti visive

Il giorno in cui mi uccisero

…Amico gay che stai leggendo lasciami passare i termini un po’ scurrili e di matrice vegetariana. Non solo non ce l’ho coi gay, ma sono stato gay anch’io da bambino…. …

Breve storia di come abbiamo lasciato che il paese dell’arte diventasse un paese di idioti.

Ho sempre preso molto seriamente il mestiere di pittore. E ho sempre pensato che l’arte meritasse i sacrifici che chiede ad alcuni di noi, solo ad alcuni però: quelli a cui non è toccato in sorte di nascere tra parenti o famigli ben ammanicati che potessero abbreviargli il purgatorio, o il calvario, che normalmente tocca attraversare agli altri prima di trovare un po’ di spazio.

La competenza vera si accompagna spesso ad un minimo di umiltà e così, quando ancora esistevano galleristi o critici degni di questo nome, i quadri di un artista venivano visionati nel suo studio. Il grande gallerista si metteva le sue scarpe di squisita fattura e si faceva a piedi le diverse rampe di scale, magari infestate dai topi, dove in qualche malfamato quartiere lo sconosciuto tal dei tali aveva l’atelier. Funzionava così: l’artista faceva l’artista, il critico faceva il critico e il gallerista faceva il gallerista. Per essere onesti il mondo dell’arte era un mondo di rotti in culo anche allora, ma quel tanto di forma aveva comunque un suo perché e quei perché hanno dato vita ad alcuni periodi tra i più luminosi nella storia dell’arte.

Oggi nell’era telematica i quadri, le foto delle tue opere, la mandi spesso via mail alle gallerie perché se ti presenti di persona non aprono nemmeno la porta. E anche se dovessero aprirla il modo stitico in cui ti guardano (hanno tutti con la stessa espressione di chi non si fa una sana cagata da un paio di mesi) ti fa venire voglia di dargli fuoco col kerosene. A questo punto, se le foto che hai inviato hanno riscosso un qualche tipo di interesse, qualcuno di questi geni può arrivare a chiederti di portargli in galleria i quadri per vederli; una decina magari. Ora io non mi sono mai trovato a mio agio con le tele piccole né con le macchine grosse, e questo può rivelarsi un problema quando devi cacciare una decina di quadri di un metro e mezzo dentro una Hyundai Getz.

Una mattina mi ritrovai in strada con la macchina che stava per esplodere e i quadri che tentavano di implodere nell’abitacolo. Ad ogni buca il cuore mi perdeva un colpo ed ero sicuro che, arrivato dove dovevo arrivare, avrei tolto dalla macchina una scultura futurista al posto dei quadri. Percorrendo le vie del centro con i telai dei quadri infilati persino tra i coglioni mi chiedevo molto seriamente come avessi fatto ad accettare una simile assurdità. Probabilmente quando avevano telefonato per fissarmi l’appuntamento dovevo essere appena uscito da una baldoria pesante, una di quelle a base di roba proibita per legge. Non ho mai retto troppo bene i postumi.

Scendo, apro, entro. Mi trovo davanti il tizio, ovviamente finocchio sino ai bottoni del gilet. Amico gay che stai leggendo lasciami passare i termini un po’ scurrili e di matrice vegetariana. Non solo non ce l’ho coi gay, ma sono stato gay anch’io da bambino…. To’! E che cazzo, tutto questo politicamente corretto non paga, guardati attorno, nel mondo non c’è più un filo di ironia. Tutti gay friendly. Se appartenessi alla vostra schiatta e qualcuno mi dicesse in faccia che è gay friendly lo riempirei di mazzate: cosa sono, un panda? Un qualche tipo di specie protetta? Per me siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma mi rendo conto che il mondo è pieno di idioti e che bisogna tutelarsi in qualche modo….
Comunque, questo ricchione impenitente inizia a giocare con me al gatto col topo. L’ho capito appena ho messo piede lì dentro senza i dovuti salamelecchi e la sua espressione stitica è mutata presto in una maschera di cattiveria, che traspariva nonostante le sottigliezze dell’eloquenza. Improvvisamente il quadro che più l’aveva colpito e per il quale si era sperticato di lodi era diventato volgare.
“Ecco, mi parli di questo quadro, mi racconti per bene”.
“Uhmm, beh diciamo che è un’opera allegorica. Ho cercato di sintetizzare attraverso un’immagine personale dell’Annunciazione ciò che le religioni hanno fatto alle donne nel corso dei secoli…”
Era la verità ma mi resi conto di essermi cacciato in un ginepraio. Il quadro rappresentava un angelo con le ali spalancate nell’atto di sodomizzare una donna, uno stupro vero e proprio insomma. Pensavo che la catarsi dell’immagine fosse racchiusa nel pugno stretto della donna in primo piano e dagli occhi feroci che si intravedono tra i capelli scomposti. L’immagine di qualcuno tutt’altro che domo dalla violenza che sta subendo.
“Ecco, non dico che non sia interessante, perché lo è sicuramente, ma è forse un po’ troppo…. Volgare?”
“Volgare dice? No, non credo sia volgare. Volgari sono le mignotte dei cartelloni pubblicitari di dieci metri per quindici che tappezzano mezza Milano, mi passi il francesismo, non il mio quadro”.
Pensai che se gli avessi aggiunto un paio di baffi prima di portarlo non lo avrebbe più trovato tanto volgare, ne ero certo. Un attimo dopo infatti, sorprendentemente, attacca una manfrina che a tutt’oggi non so spiegarmi.
“lei conosce il sindaco di Bari?”
“Beh non di persona…”
“Come certo saprà è omosessuale…. Omosessuuuuuaaaaaaleeeeee….” Ogni volta che ci ripenso la scena diventa sempre un po’ più simile alla parodia dei due idioti alla TV: Omosessuuuuuuaaaaaaleeeeee
“Ha comprato un’opera da un nostro giovane artista. E’ un quadro che gira tutto intorno alla stanza, un cazzo. Un cazzo che gira tutto intorno alla stanza”.
Lo giuro, vostro onore, ha detto proprio: “Un cazzo che gira tutto intorno alla stanza” mentre si danza, daaaaanzaaa. Per un attimo si lasciò trasportare da chissà quali meravigliosi pensieri e mise su un’aria sognante. Durò solo un istante però, poi riprese la sua maschera cattiva e puntò dritto su un altro quadro.
“Ecco, questo mi piace di più. Questo blu è… bello. Me ne faccia una decina così, può farlo?”
“Glieli incarto?” Pensai, ma fortunatamente non lo dissi.
“Si certo, stavo giusto pensando a una serie sul tema….”
“Potremmo organizzare una mostra, magari”.
“Come no, sarebbe splendido. Ah ecco, stavo giusto dimenticando una cosa: nel caso, eventualmente, io come politica personale non do soldi a nessuno per esporre”.
“Beh è un po’ prematuro parlarne adesso. Ad ogni modo noi chiediamo ai nostri artisti un contributo minimo e per una personale siamo intorno ai diecimila euro. La gran parte delle spese ce la accolliamo noi, comunque, e questa sarebbe per lei una grande opportunità”.
Non so come riuscii ad allontanarmi da quel posto senza causargli nessuna lesione grave, anche se lo desideravo molto, perché di precedenti penali ne avevo già fin troppi.

Sono tutti così, salvo forse rarissimi casi. Se voi ne conoscete altri fatemelo sapere. Quel giorno erano riusciti definitivamente a portarsi via un pezzetto della mia anima. Se l’erano mangiata, e l’avevano in fine cagata via con una scarica di diarrea (alla buon’ora). Lo stronzo non era né più né meno deficiente degli altri, ma era stato uno di troppo e qualcosa mi era morto dentro. Perché dipingere non è solo dipingere, come dicevo una volta. Se non trovi un canale dove vendere le tue opere ti tocca andare a pulire i cessi, e questo rende piuttosto greve il processo creativo. Non è un caso se l’arte in questo paese è diventata ad appannaggio di quattro segaioli che se la raccontano su a vicenda. Alle mostre di Caravaggio la fila fa il giro dell’isolato, alle mostre d’arte contemporanea ci vanno i parenti dell’artista e gli amici prezzolati dei galleristi. La gente normale ne ha pieni i coglioni di vedere le tele della moglie del dentista che può pagarsi l’esposizione o i quattro scaracchi di tizio che “E’ troppo geniale per essere compreso” senza prima un’adeguata spalmata di vasellina dal critico in auge. Quando li senti parlare sono così stupidi che rimpiangi le cazzate dei tuoi amici alla latteria di Fulmine, dopo una scarica di bianchini.
Ma questo forse, è proprio quello che vogliono.


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